Uffa

Uffa

“Uffa”?


Uffa cosa?
Uffa che non puoi vedermi?
Uffa che non hai modo di scappare da me o con me?

Oppure perché sei là? Ed è là che vuoi/devi/non puoi fare a meno di stare?
O che, come Vasco, siamo ancora qua?
O che non lo siamo come vorresti, forse, e come vorrei io, anche.
Uffa perché vorresti svegliarmi infilandoti sotto il lenzuolo e non puoi nemmeno chiamare?
Uffa perché la tela non è mai pronta
o perché io continuo a disfarla e a spostarla?

Uffa perché io sono Circe o uffa perché io sono Itaca?
O perché se tu sei Ulisse, 
sono io che non mi fermo mai, che non ho casa, che non ho confini?

Uffa perché sei stanco o uffa perché sei arrabbiato?
Uffa perché non sai perché o per il contrario?
Uffa perché?

Perché scrivi uffa?

Penelope L. S.
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L’amante perfetto? Abita lontano.

L’amante perfetto? Abita lontano.

L’amante, nella sua accezione letterale e non necessariamente letteraria, per essere perfetto deve stare lontano.
La vicinanza sciupa la fiction, distrugge l’immaginazione e fa coriandoli del desiderio che poi quando s’incastrano nei tappeti non vengono più via e senza fiction, immaginazione e desiderio, anche il più torbido degli amori si schianta contro la polvere, s’incaglia nei capelli dentro la doccia e si arrotola su se stesso come gli auricolari del telefono.
Se l’amante abita lontano, deve cercarti e tu devi rispondere come si deve. Il filo si mantiene teso e la fiamma abbastanza alta per croccare la superficie mantenendo soffice il contenuto.
Se sta dietro casa, diventa routine e la routine è fragilissima: basta un soffio per mandarla in pezzi, uno sguardo sbagliato per farla crepare e trasformarla in piccole schegge di vetro sotto le unghie alle quali resistere non è proprio facile.
Se invece l’incontro richiede pianificazione, spostamenti, viaggi in treno o in autostrada, la voglia dura di più.
Ecco perché l’amante, nella sua accezione letterale e non necessariamente letteraria, per essere perfetto deve stare lontano.

Come smettere di essere gelosi in quattro passi (saltellanti).

Come smettere di essere gelosi in quattro passi (saltellanti).

La gelosia è una gran brutta bestia, una di quelle cattive-cattive, un animale domestico a cui non lascerai mai mio figlio.
Per quanto tu provi ad addestrarla, nemmeno se di mestiere fai il belv-emotional-trainer, con lei in giro, non riuscirai a stare tranquillo.

Come qualsiasi altra belva, la gelosia cresce: all’inizio (della storia) fa perfino tenerezza, come i cuccioli.
Con il passare del tempo, passa da ingombrante a fastidiosa fino a diventare – nei casi più estremi – intollerabile e incredibilmente pericolosa.

Se fosse una gallina, potresti farla in brodo. Se fosse una pantera, portarla allo zoo. Se fosse un orso, potresti inventarti di essere stato attaccato e farla stecchire dalle guardie forestali.

Se lei fosse davvero un animale domestico (e tu un idiota), una volta diventata insopportabile potresti sempre cercare di darla via. Addirittura riportarla al canile (o al gattile).

Per quanto animalesca, selvatica e indomabile sia, purtroppo, la gelosia quando arriva di solito resta.
Chi invece se ne va, alla lunga, è il tuo partner.

L’unica vera chiave è non aprirle la porta.

Quindi, se ti chiedi cosa fare se non solo l’hai già fatta accomodare, ma le hai offerto divano e filmino, leggi i quattro consigli che seguono. E poi prova ad applicarli.

UNO: smetti di nutrire le paranoie tue e rompere i coglioni all’altro.

Se hai una relazione con un essere senziente (e non con un organismo mono-cellulare), sappi che se sta con te è perché gli piaci. O magari perché sei ricco da fare schifo (e quindi gli piaci un casino).
Se gli piaci tu – ca va sans dire – non ha motivo di cercare altro.
Secondo la tautologia, quando qualcuno cerca altro è perché non sta bene dove sta.
Se sei sicuro senti   , no, hai il sospetto, di piacergli, mettiti l’anima in pace e goditela. Finché dura.

DUE: prima di parlare/accusare, conta.

Prima di partire in quarta a spada tratta, pronto/a a trafiggere il fedifrago e farne brandelli, conta fino a dieci milioni alla sesta. 
Per sapere quando smettere, fa’ a mano il calcolo. 
Sapendo di essere vittima della gelosia, dovresti anche essere conscio di quanto tu sia – a volte – un pelo paranoico/a e in quanto tale, dovresti per lo meno, imparare a moderarti. Ad aspettare. A soffocare il drago sotto al cuscino. 
Se poi il dubbio persiste, chiedi spiegazioni. Possibilmente senza prima aver strozzato l’altro.

TRE: fai andare le mani.

Piantala di controllare ogni sua mossa, aggiornamento, stato, like, stellina o cuoricino. 
Trovati qualcosa da fare. Se hai già un lavoro a tempo pieno, dedicatici. 
Se hai troppo tempo libero, riempilo. Vai a dar da mangiare ai piranha all’acquario di Genova (se sei di Milano) o a strappare le erbacce in Trentino (se sei di Molfetta). 
a’ qualunque altra cosa, ma smettila di stare a guardare cosa fa, quando lo fa, quanto ci mette e con chi lo fa. 

QUATTRO: sgomma.

Se proprio non riesci a non essere geloso, metti fine alla storia. 
Cambia aria, personaggi e trama. 
Sappi che gli psyco-fidanzati non durano a lungo. 
E se non lo farai tu, lo farà l’altro.

10 motivi fantastici per uscire con un uomo #bipolare

10 motivi fantastici per uscire con un uomo #bipolare

Il bipolare maschio è una specie in rapida crescita. Si manifesta a ogni latitudine e frequenta ogni genere di locali.
Se te ne capita uno a tiro, prima di scartarlo a priori, magari sulla scia della propaganda denigratoria che gira in rete, ti conviene leggere i seguenti 10 fantastici motivi per prenderlo in considerazione.

1. Il bipolare sa quasi sempre di esserlo. Conscio della sua bipolarità è facilissimo da manipolare.

Se – solo per fare un esempio – cambi idea all’ultimo momento, puoi sempre dare a lui la colpa. Ti crederà.

2. Il bipolare è debole, come tale incredibilmente bisognoso di affetto e comprensione. 

Due grattatine dietro l’orecchio e mezza coccola risolveranno quasi ogni questione.

3. Il bipolare è doppio, in ogni contesto, compreso il talamo. 

Come prendere due fave con lo stesso piccione.

4. La mamma del bipolare si sente in colpa.

Piegata dal dolore per aver contribuito allo squilibrio dell’amato figlioletto, ai suoi occhi tu sei un incrocio fra Madre Teresa di Calcutta e un Ivanohe in gonnella. Se te lo prendessi, ti sarebbe grata per sempre e per dimostrartelo potrebbe perfino offrirsi di cucinare e stirare anche per te.

5. Con il bipolare non rischi di annoiarti.

Essendo sempre diverso, manterrà alta la tensione contribuendo alla felice riuscita del vostro rapporto di coppia.

6. Puoi decidere di andare a cena con Doctor Jeckill e finire tra le lenzuola con Hyde. O viceversa.

Invertendo le location, inoltre, potresti scoprire le gioie dell’amplesso proibito. Specie se ci provi al ristorante.

7. Quando una delle due personalità ti disturba, puoi switchare sull’altra. A comando.

Basta qualche fondamento di PNL, un po’ di pratica et voilà: il gioco è fatto.

8. Lui è confuso. Tu puoi approfittarne.

Essendo in balia di diversi stati mentali, il bipolare fa fatica a prendere qualsiasi decisione. Se salta fuori il discorso della convivenza e tu non sei pronta, non avere paura: prima che succeda qualcosa, potrebbe finire il mondo. Se invece lo vuoi con te e lo vuoi in fretta, basta fargli cambiare il focus della scelta, proponendogli, ad esempio, di decidere il colore delle pareti o scegliere la destinazione delle vacanze.

9. Se te lo prendi, diventi il suo idolo.

Grato della tua comprensione, inizierà presto a venerarti. Come dea, lo scenario successivo comprende qualsiasi sacrificio ti venga in mente.

10. Come lui ce ne sono a pacchi e ciuffi. 

Se di lui ti stufi, dopo aver comunque apprezzato la categoria merceologica di base, per rimpiazzarlo non hai che l’imbarazzo della scelta.

10 cose che devi sapere se vuoi uscire con un #intellettuale

10 cose che devi sapere se vuoi uscire con un #intellettuale

Prima di decidere di uscire con un #intellettuale, ci sono un paio di aspetti su cui vale la pena tu ti sieda, accomodi bene le tue terga e convochi immantinente il  CDA delle tue sinapsi.

  1. L’intellettuale può pure essere più brutto della morte, ma se la tira: è così innamorato del suo cervello da credere che possa offuscare la faccia da Nightmare e il corpo da Gollum che si ritrova. 
  2. L’intellettuale va di moda ed è pieno di figa, specie del tipo mono-neuronico: è già un genio lui e non gliene serve un altro. Va da sé che con tutto quel ben di dio a disposizione, difficilmente si fermerà a pascolare solo nel tuo orticello. 
  3. Nel caso i tuoi neuroni e la tua cultura si avvicinassero alla montagna sacra del suo ego, diventeresti immediatamente un nemico. Illuso, ma pur sempre da annientare e umiliare nel pubblico ludibrio.
  4. Essendo tanto intelligente, non dovrebbe avere bisogno di dimostrarlo. Eppure qui casca l’asino: fonti ufficiali dimostrano come l’intellettuale normotipo sia portato a sperticarsi in auto-elogi continui, intervallati dalla curiosa abitudine di sminuire gli altri esseri umani del branco, a suo dire, meno evoluti, preparati e cerebralmente dotati di lui.
  5. L’intellettuale non gioca. Nemmeno alla Play. Nemmeno sotto le lenzuola. Al massimo, lui conduce esperimenti programmati e documentati. Nel resto del tempo, quando va bene annoia e quando va male, ammorba.
  6. Ha un ego ipertrofico, al quale purtroppo spesso pare associarsi una dimensione artistica di opposti volumi, massa e tono (leggi: fagiolino mignon).
  7. Per quante lauree tu possa aver collezionato, ai suoi occhi sarai sempre poco più di una manicure (peraltro mediocre). 
  8. Qualunque cosa tu legga, lui ti guarderà sempre con quella faccia a metà tra il sorpreso e la pietosa condiscendenza che si riserva ai principianti, o agli handicappati che partecipano alle olimpiadi.
  9. Non ha amici e quelli che ha sono tutti come lui. Di una noia mortale.
  10. Visto che tu non puoi competere con la sua intelligenza, ti è richiesto il physique du rôle  di Ursula Andress primo modello, aggiornato nella taglia di Belen (ante-gravidanza), e mostrato in giro con l’eleganza di Gwyneth Paltrow. Come minimo.

10 cose da sapere prima di uscire con una Bresciana

10 cose da sapere prima di uscire con una Bresciana


Ocio. Prima di partire in quarta a leggere (lo so che fremi come una cicala ninfomane), sappi che il post in questione non è mio. Arriva nientepopòdimenoche da Cosmopolitan. La super-penna che l’ha goduriosamente generato è di Maria Elena Barnabi, nata a BresciaCaputMundi e trapiantata a Milano per ingentilire l’urbe e le pagine della rivista su cui scrive.

Pronti?
Via.

«Caro anonimo aspirante frequentatore di ragazze bresciane,
sappi che ammiro il tuo coraggio. Perché avere a che fare con una femmina della mia terra non è facile. All’inizio rimarrai affascinato dalla sua risata, dalla sua voglia di divertirsi, dal suo essere easy. Ma devi sapere che ti sta già mettendo alla prova. Mentre bevete un aperitivo (punto 5) o mangiate una fetta di salame (punto 3), si sta chiedendo se sarai in grado di tenerle testa e sta valutando il tuo grado di mascolinità. Sappi che deve essere molto alto. Ma siccome mi stai simpatico (non chiederti perché, ascolta e sta’ zitto), ho pensato di aiutarti, stilando una lista delle 10 cose che devi assolutamente sapere se vuoi far breccia nel cuore prezioso di una ragazza di Brescia. Fanne tesoro, e soprattutto buon uso. Se scopro che hai usato i miei consigli per fartela e poi scomparire nella nebbia, vengo lì e ti tuono. Ricordati che Brescia è la Leonessa d’Italia (“Brescia la forte, Brescia la ferrea, Brescia leonessa d’Italia”: sono versi di Giosuè Carducci, non fare l’ignorante) perché ha combattuto valorosamente 10 giorni contro l’invasore austriaco durante il Risorgimento. E noi siamo tutte un po’ Leonesse.
Con affetto,
la zia bresciana Maria Elena
1) La prima cosa che devi sapere sulle ragazze delle mia città è che sono toste. Le torinesi sono di legno, le milanesi fighette, le romagnole goduriose, le sicule gelose. Le bresciane sono femmine toste. Nel senso che: lavoriamo (e studiamo) da quando abbiamo 16 anni, ci siamo comprate da sole l’auto appena siamo state in grado di farlo, beviamo quasi quanto un uomo, giochiamo a carte, diciamo parolacce. Non ci facciamo abbattere da nulla. Cadiamo, magari tante volte, ma ci rialziamo e andiamo avanti come un treno. Del resto, la nostra città è la capitale del tondino: hai presente quel tubo d’acciaio che tiene su il cemento armato? Ecco, la nostra terra lo produce per il mondo intero. Per farti capire quanto toste siamo noi, pensa al tondino. Quindi sii preparato: se sei in cerca di una damigella in pericolo, cambia aria.»
2) Quando ti diciamo che siamo di Brescia, non fare quel sorrisetto.
3) Impara ad apprezzare il salame.
4) Dimostrati sempre interessato al lavoro che facciamo. »
Ecco, su questo punto mi toccherebbe sedermi, prendere un bel respiro e assumere la mia aria da maestrina-concentrata e un po’ saputella. 
Avendo già le terga incapsulate dentro alla mia poltroncina IKEA, fronte ventilatore e Mac-munita, salto il movimento fisico e passo a quello cerebrale. 
(La meravigliosa) Maria Elena spiega come la bresciana doc sia una lavoratrice indefessa, cresciuta a pane e sgobbo, felice come una pasqua di alzarsi (presto) e lavorare fess (possibilmente fino a tardi, non disdegnando neppure feste comandate e weekend). Spiegando il concetto base, invita il lettore a interessarsi al suo lavoro e a non azzardarsi mai, ma proprio mai, a chiederle di lasciarlo per stare a casa a fare la calza.  
E qui, esattamente qui, mi trovo nell’impellenza di sottolineare il pregio del suo contributo, magnificarlo in una simbolica standing ovation (letteralmente “ovulazione da in piedi”) e aggiungere il mio monito.
Se vuoi uscire con una Bresciana, non basta che t’interessi al suo lavoro. Devi – per forza – averne uno anche tu e fare in modo che quell’uno lì sia per te la cosa più figa della galassia. Viceversa, se quello che fai non ti piace, o lo cambi o ti dai una mossa per cambiarlo oppure te ne trovi un altro. Ah. Non vedi l’alternativa? Esatto! Non c’è: se vuoi davvero uscire con una Bresciana (per lo meno una seconda volta), devi prima accertarti di NON possedere nemmeno mezzo delle seguenti – inaccettabili – caratteristiche:
  1. Essere un la-sa-rù (nell’idioma autoctono: “lazzarone”) o uno di quei new-wanna-be-no-global tutto amore e filosofia ma niente schiena;
  2. Avere il cosiddetto deficit di olio di gomito;
  3. Avere la tendenza al lamento;
  4. Odiare il tuo lavoro e tenertelo;
  5. Esserti mai messo in mutua senza prima – come minimo – essere ricoverato in terapia intensiva. Possibilmente in coma farmacologico.
  6. Disprezzare l’altrui successo e/o dedizione e credere che sia solo culo o conoscenze.
  7. Credere nella parità di diritti in assenza di eguaglianza di doveri;
  8. Essere più statico che dinamico, più addormentato che sveglio e avere più rimpianti che volontà;
  9. Essere corto o lento (di braccio e di cervello, ma non solo).
  10. Avere talento e sprecarlo.
Perché? Perché non ci piacciono i la-sa-rù. Anzi, li detestiamo proprio. Non ci piacciono i lavativi, i nati-stanchi, i “tanto-non-cambia-niente” e i “dove-lo-trovo-un-altro-sgobbo”. Non ci piacciono, nemmeno per un giro veloce di spiedo classico (quello vietato, per intenderci). 
Ci piace, invece (e un sacco), chi si inventa, chi quando non sta bene cambia strada, chi rischia, ci mette la faccia e il culo. Chi si tira su le maniche e si dà da fare. 

Chiaro? Speriamo.
Il resto dell’articolo, from the beginning, lo trovi qui. Se vuoi seguirla su Twitter (che ti conviene), la trovi cercando @labarnabi (se non sai come si fa, clicca qui). 

P.S.: i primi due punti sono sostanzialmente uguali, ma mi serviva un decalogo e non mi veniva in  mente altro.

10 motivi fantastici per uscire con un #bambinone

10 motivi fantastici per uscire con un #bambinone

Se stai pensando che al tuo fianco vuoi un uomo maturo, uno di quelli su cui puntare, con cui costruire qualcosa di solido e vederne crescere i frutti, quello che cerchi non è un uomo, ma un olivo.

Un olivo vive a lungo, fa ombra e può anche darti delle soddisfazioni. Sì, è molto stabile. Fin troppo, ma richiede più cura di quanto s’immagini. E si ammala con un nonnulla.

Se invece vuoi qualcuno con cui passare il tuo tempo, divertirti, fare sesso come se non ci fosse un domani e ridere come una matta (che – diciamocelo – son cose che contano), quello che ti serve è un #bambinone.

Ecco perché:

  1. Il bambinone non scade, non ha età e può arrivare a manifestare la sua bambinitudine fino all’ultimo respiro. 
  2. Il bambinone – in quanto tale – non ha traumi infantili su cui discutere ore e ore. Lui gioca, ride, scopa e fa tutte le sue cosine con un’aria vagamente vacua e incredibilmente sexy.
  3. Con lui non ti annoi. Mica come con quelle zuppe di intellettualoidi che spesso associano all’ego iper-trofico un fagiolino mignon.
  4. Non ti porterà mai in un cinema d’essay, né ti costringerà a guardare polpettoni impegnati sulla scia di Lars Von Trier o di Truffaut. Lui guarda gli Avengers, Alien e Iron-Man. I film di Aldo Giovanni e Giacomo sono il massimo del suo sforzo cinematografico.
  5. In sua compagnia, qualunque tragedia diventa un buon motivo per ridere e subito dopo finire a letto.
  6. Con i Lego è un asso. Va da sé che se compri una cosa qualsiasi all’IKEA, o al Brico, con lui sarà montata in meno di un’ora. Dopo di che, toccherà a te. 
  7. Il bambinone ha bisogni semplici: mangiare, bere, giocare a sdraiarti. E non la mette giù tanto dura su niente. 
  8. Qualunque sia il tuo lavoro, lui ti guarderà estasiato e ti ascolterà parlarne come se gli stessi raccontando la favola dell’orso.
  9. Qualunque sia il suo lavoro, difficilmente lo vedrai stressato. Lui va a sgobbo con la stessa voglia di quando andava alle elementari. Ce deve annà e quando torna, se gli chiedi com’è andata, risponde esattamente come quando aveva dieci anni e sua madre gli domandava cos’avesse fatto: “Il solito”. 
  10. A tavola è un goloso. A letto un curioso. Sul divano, un dispettoso.