MANIFESTO.

MANIFESTO.

Il mio ptf lettori mi è prevalentemente ignoto. So che c’è qualcuno che mi legge dalla Russia, dalla Cina e dagli Stati Uniti. So che il grosso dei seguaci è peninsulare e abita tra milano e roma. Non so nemmeno se siano più maschi o femmine. So solo che le femmine mi scrivono più mail dei maschi e ci provano meno, di solito.

Ma non scrivo di me. E non scrivo a qualcuno che è – o che è stato o che avrebbe voluto stare – vicino a me. Non lo faccio perché nel caso servisse, o desiderassi farlo, lo farei direttamente e non qui. E non facendolo, non rispondo nemmeno alle provocazioni. Se non qui. E spesso nemmeno qui. Scrivo senza scaletta, senza filo logico e senza fini di lucro. Scrivo perché mi viene facile e non riesco a farne a meno. Scrivo quasi sempre di notte, o all’alba e di getto. Di solito tre post al colpo, come gli orgasmi che cerco (e trovo). Sì, certo, c’è stato un anno di latitanza, lo ammetto, ma – a mia parziale discolpa – posso dire che mi è mancato, scrivere, e che ero così concentrata su quello che mi girava intorno (dentro una bellissima scatola di Pan di Stelle) da non avere (quasi) voglia d’altro. Ora che quello che mi girava intorno s’è girato su se stesso, mi ha guardato per benino e – dopo un paio di tentennamenti, tante banane e due capriole –  ha preso un’altra direzione, io sono di nuovo qui. E sono di nuovo la cara vecchia acida petulante sputa-sentenze e (oh sì) stronza di sempre. Di nuovo certa che l’essere umano sia banale, mortale e fallace e con esso quanto gli sta al passo, che l’amore sia emozionante, piacevole e passeggero, che buona parte del cromosoma Xy desideri una colf in casa e una cheer leader sul pisello, e il 50% delle XX un calciatore che le mantenga, che l’istinto difficilmente sbagli e che perpetrare l’astinenza (da qualsiasi cosa si desideri) faccia male all’umanità.

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COMUNICAZIONE DI SERVIZIO DI UNA FORMICA ISTERICA (mattantofelice)

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO DI UNA FORMICA ISTERICA (mattantofelice)

No. Wum non è morta.
Sì, lo so che non scrive più e che eravate abituati a leggerla una barra due volte per week e che -di colpo- non funziona più nemmeno il coso delle notifiche, si è spampanata la mailing list e si son svaporati i feed. MA – GIURO- LEI VIVE.
Solo che ha un blackberry nuovo, di quelli touch e non riesce più a far pubblica da lì, dal suo strumento preferito – nonché pressoché unico – di pubblichescion.
Vive. Sì, giuro-giuro. E mica male, pure. Nonostante i rovi e le ortiche intorno al castello, nonostante le streghe (cattive) e gli orchi (antipatici), a prescindere dai draghi (mangia-wum) e dai terminator travestiti da principi azzurri (o viceversa), lei se la passa alla grande.
Sì lavora come una formica isterica, ma le piace tanto (e le formiche isteriche, viste da vicino, hanno una vita sociale da paura, solo che nessuno lo sa).


Lei non scrive, ma – tra un treno e l’altro- legge e alle volte ascolta. E quindi, mentre lei non scrive sulla fugacità delle umane gesta, love-lifes incluse, le love stories, là fuori alla facciaccia sua, in real time continuano a sbocciare, a far frutti e – qua e là of course – pure a finire: qualcuno si sposa (il primo azzurro, sì, davvero, uno spettacolo sul serio: tanti auguri a Pictor e alla sua bellissima Pictoria!), qualcuno figlia (chi femmina, impetuosa e bella come l’Aurora, e chi maschio, e vabbuò auguri lostess’), qualcun altro alleva piccole tigri dai denti a sciabola e qualcun altro progetta uscite di scena, impacchettando posate e piegando camice. Gli avvocati divorzisti ingrassano, i negozi per bebè si allargano, i bambini crescono e nuove splendide rughe d’espressione spuntano sulle facce dei belli tanto quanto su quelle dei brutti.
E quindi? Quindi niente, toccherà aspettare che Wum distrugga lo smart phone touch storm d’och volant e ritorni al vecchio piccolo e fidato bold. Oppure, no. Oppure: Natale.
Perché a Natale, o giù di lì, uscirà un wum-libro. In libreria. In tutte le librerie. Edito da una costola di uno spin-off di una casa editrice che non mi ricordo più.
Sul serio.
Quindi in pratica questo non è un coma, o una sospensione coatta, ma una vacanza. Anzi, di più: è una vacatio libris.

Cosa indossare ad un funerale.

Cosa indossare ad un funerale.

Ci sarà un giorno in cui non potrai alzare il sopracciglio- op – faccia da stronza e via. 
Non potrai sciorinare sentenze, scagliare frecce ghiacciate o singole risposte multiple dall’aspetto innocuo ma feroci come pitbull e taglienti come carta.
Non potrai nemmeno andartene. O cambiare numero. Non potrai neppure far finta di niente. 
Verrà un momento, anche per te, in cui non potrai passarci sopra, o fare “finestrino” per non sentire quello che non ti va di sentire.
Non potrai spiegare più nulla, né lasciar perdere, meditando vendetta.
Quel giorno lì, tu non ci sarai nemmeno.
Di quel che accadrà non avrai notizia, nessuno ti manderà una mail per raccontarti nulla e non ci potrai fare un post. Da lì in avanti, tu sarai post-Wuma. 
Arriverà quel giorno. 
Presto (non lo è sempre?). 
E forse avrai tre-quattro secondi per mandare indietro il tuo dvd e pensare a tutti quei cazzo di semafori rossi, alle code in A4, a quelle in posta a pagare le multe, alle tue telefonate, ai contratti firmati e a quelli no, alle tonnellate di offerte stampate e a quelle via mail. Forse riuscirai a buttare un neurone nella libreria dei tuoi Wow, tra i file del nano, alla prima volta che ha cercato di morderti, all’ultimo “mimanchi”, ai suoi abbracci, al suo solletico. Vedrai magari i tuoi alberi, il sorriso di tua madre, e quell’orso di tuo padre che si preoccupa per te. Rivedrai i tuoi “forsecisiamo”.  E poi. Forse avrai anche il tempo di ripensare a Tizio, Caio e Sempronio, ai loro persempre, ai tuoi addio. O forse no.
Forse ne avrai altri due per dirti, alla fine di tutto: MACAZZO.
E, dopo i tuoi titoli di coda: fine delle trasmissioni. Offline. 
Forever per davvero.
Non ci sarai. Non potrai scegliere cosa metterti: per il resto dell’eternità, sarà qualcun altro a decidere se infilarti un sobrissimo completo La Perla o Trilly, il tanga con il campanellino dietro. Ti metteranno perfino le scarpe. Un tacco 12, è probabile. Ma non sarai lì per dire: “quelli no, che dopo mezz’ora sono un supplizio”. 
(Fonti affidabili mi dicono non sia comunque il caso di preoccuparsi). Non troveranno le tue lettere. E nemmeno l’epitaffio così attentamente preparato (“BE BACK IN A WHILE”). Sul campanello della tua ultima dimora, ci sarà qualcosa come: “Sempre cara ci mancerai”. Sì, l’ho visto, manca la acca. Ma tranqui, che non te ne accorgerai nemmeno.
E quindi?
Quindi niente.
Meglio correre, Forrest. Finchè puoi. E godertela, questa mezz’oretta che ti resta. 
No. Non ti sto dicendo di mollare capra e cavoli e volare a  

Curaçao

 ad aprire una scuola di uncinetto mistico, né di  fischiar la fine e uscir dal campo del tuo gioco .biz per seminare tulipani verde-pino o nocciole bio.

Ti dico solo: easy, baby, take it easy. 

Ovvero: meno pugnette, meno code, meno semafori, meno multe, meno telefonate, meno Minus e più Plus (zero a zero, palla al centro).
Pick the lowest hanging fruit, and have fun, ma fallo piano, che c’è più tempo che vita.
** Il titolo, lo ammetto, è doloso. Ma se prima di “funerale” avessi aggiunto “al mio”, l’effetto domino del “ma cos’hai Wum? “Dimmi che stai bene”, “sei solo stanca e lavori troppo” e cose così, m’avrebbe, literally, ucciso.
Wum, Ivan, Sascha e Misha e il lancio dei coltelli al caviale del Volga.

Wum, Ivan, Sascha e Misha e il lancio dei coltelli al caviale del Volga.

Long long time ago, in a far far away land (so marbelous to be known as “Oh Land”), WUM lanciava… maledizioni.
Ops, sorry, quella era un’altra storia, una fatta di stregoneria, elfi e di portali a forma di rombo (geometria, non zoologia) e di armi e cavalieri reincarnati e interi vasi colmi di pandori che forse un giorno, se ne avrò voglia, vi racconterò.
Anyway, dov’eravamo? Ah, sì, WUM lanciava coltelli.
(MATISSE, il lanciatore di coltelli)
Ma per capire perché, tocca fare un salto indietro (occhio al gradino) e tornare a scuola.
Alla Libera Istituzione Mistica dell’Oracolo Non Ecumenico e Newage (la famosissima LIMONEN, nel cuore pulsante dell’ Oh!Land e fulcro delle più brillanti menti d’Europa) da lei frequentata, c’erano questi due fratelli,  Alexander e Ivan, il primo detto Sascha e il secondo Ivan, o al massimo Ivanotchki, e grazie alle sfighe economiche dell’America del Sud, e ad una presentation in comune sul Mercosur, alla quale lei prese 10 decimi e loro -vai a capire perché – sette, Wum e il duo russo divennero amici.
Ivan il terribile, aveva una cotta per Wum; Sascha, più posato e riflessivo, invece ne era proprio innamorato. 
Tuttavia lei, all’epoca della narrazione era fidanzata a distanza (in senso astratto, ancorché molto molto intenso) e visto che a vicinanza aveva un’amichetto eel lekker*, non aveva la più pallida intenzione di ricambiare nessuna delle due succitate situazioni. L’amicizia, mentre un crescente odio divideva Caino da Abele, allontanando la mano destra dalla sinistra, separando le acque e sublussando la scapola, l’amicizia tra Ivanotchki, Sasha & Wuminova, prese via via forma fino a reincarnarsi in un esemplare di silver mouse siberiano di cm tre più coda di otto che i due, tornando dalla madre patria, regalarono a Wum, come pegno del profondo affetto, insieme ad una latta da cinque kg di caviale nostrano (anche se, il secondo, come segno d’affetto fu decisamente più gradito).
Fu così che lei, poi,   in uno dei viaggi verso Ullallero, portò Misha-mouse con sè. Lo nascose in un taschino sopra il capezzolo e volò a casa passando inosservata ai gate d’imbarco. E poi  una volta a casa, mentre giocava alla Morrigan, alias la bella lavanderina, lo infilò in paiolo di rame e fu così che lo perse, tra una faraona e un harem di pavonesse ripudiate, nei ridenti campi della pianura Ullalleriana.
(…)
Orbene, si sta facendo notte, anche se fa sempre un caldo becco, quindi taglio, e a quelli di voi che son curiosi, prometto solennemente che in una delle prossime puntate, con la storia degli elfi e di merlino in omaggio, vi snocciolerò il resto delle avventure del topino vegetariano che soffriva di vertigini.
Quindi, topini siberiani a parte, la sera i tre si trovavano spesso per mangiare qualcosa insieme (quando cucinava lei) o per lanciare, ingannando la fame per evitare che uno dei due provasse le ricette dell’FSB, appunto, coltelli. Dopo qualche mese di comprensibile frustrazione, e di estenuanti esercizi di concentrazione, respirazione e deglutizione di Guinness, finalmente WUM imparò l’arte del lancio del coltello, smettendo finalmente di decimare gli studenti in visita al campus.
Ullallero, poi un bel dì, la vide tornare, dati tutti gli esami che poteva e quelli che non poteva ma gradiva. E, una volta a casa, un pelo prima di ripartire per Urgada, si dimenticò tutto: coltelli, topastri, studenti, e scurissime birrastre. NULLA conservando fuorché, ben stampata nella di lei memoria, la dolcissima e certo irripetibile ombra di una gigantesca latta di caviale del volga, finito a cucchiaiate tout court.

* eel lekker, dall’Ohlandesiano arcaico che affonda le sue radici in terre atlantidee ora sommerse, significa – tradotto in linguaggio corrente lungo il brand delle caramelle – molto gustoso.

Dasvidania.
???

P.S. per chi di voi ora si chiedesse cosa sta capitando a WUM, rispondo solo che la colpa, come molto spesso, è SEMPRE E SOLO DI TOM.
(Robbins, NdR)