Quando eravamo bambini.

Quando eravamo bambini.

Quando eravamo bambini facevamo amicizia con un sorriso, dormivamo come sassi e sognavamo sempre e facevamo pace stringendosi i mignoli. Ora?”
La notte scorsa, tra mezzanotte e l’una, prima di rifiondarmi Ventimila Leghe sotto i Mari a riscoprire il Nautilus, nella mia TL, ho letto il tweet di Kekkose. E mi sono messa a pensare a quando ero piccola io, all’ultima volta che sono stata (davvero) bambina (conosco uno, che a questo punto, direbbe: “ieri?”).
All’asilo, alle elementari e pure alle medie, avevo paura anch’io, esattamente come il mio nano, nell’avvicinarmi a un bambino sconosciuto, ma mi facevo coraggio e sfoggiando la più paracula delle mie facce, andavo da lui e gli dicevo CIAOGIOCHIAMO. E lo dicevo proprio così, come l’ho scritto: tutto attaccato. Bastava un cenno, anche un HEI a denti stretti e il problema era risolto. E, sì, anch’io facevo FLIC FLOC (stringendo i mignoli per fare pace) e ronfavo come un ghiro fino a che una delle donne di casa non si metteva a urlare SALTAFUORI.
Allora non mi sembrava facile, o felice e nemmeno bello. 
Forse lo era, non lo so, so solo che ora, prima di approcciare qualcuno, anche all’aperitivo, prima lo googolo e poi decido se presentarmi o meno. Per lavoro, poi, prima di un qualsiasi intervento, faccio marketing intelligence e studio il profilo, il cv e la sociability del mio prospect.
Dormo poco e male, sono allergica/intollerante a un pallet di alimenti, e mi imbufalisco per niente. L’unica cosa che della fanciullezza ancora mi resta è l’istinto di fuga, quello, cioè, che mi porta a rintanarmi nel più remoto angolo del giardino (ora virtuale) e a chiudermi in un immortale silenzio*. 
Ieri, quando era legittimo che dovessi crescere, non c’era nessuno che me lo diceva; oggi, ne basta uno, magari più feroce degli altri, per farmi male. 
Quando non so più cosa dire, oggi come due eoni fa, semplicemente smetto di dire. 
E di solito scappo. 
Rispetto agli anni dell’adolescenza e dell’università (noti sotto il titolo di Giurassico), oggi non cambio numero di telefono, e non emigro nemmeno più. Al massimo trasloco. Ma poco cambia. Oggi, come allora, quando mi scappa da piangere, non mi faccio (più) vedere e me la spaglio da sola.
*tributo a Cristina Campo
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Non sempre serve. Ma non farlo è da imbecilli.

Non sempre serve. Ma non farlo è da imbecilli.

Non sempre si può e mica è detto serva, chiedere scusa.
Se fai fuori uno a badilate, per esempio, e poi lo tagliuzzi in fettine sottili tipo parma-cotto e lo restituisci alla famiglia in comode buste salva-freschezza da 100 grammi cad, non è che nel fare la consegna, poi, puoi saltar su e dire “beh, vabbè, mi spiace. Facciamo la pace?”
E nemmeno se per anni tratti di merda qualcuno e lo insulti e lo umili e lo inganni e lo pesti, e poi un giorno ti svegli e mentre ciabatti fino al bagno, folgorato come Paolo sulla Via di Damasco, decidi di pentirti e domandare perdono.
Non funziona così neanche se quello che hai fatto l’hai fatto una volta sola, magari due, mettiamo tre, ma quelle tre sono state così gravi e così pesanti da aver lasciato solchi più profondi della fossa delle marianne.
No. Non va. Non si fa. Non serve.
Gli errori si  pagano. Le cattiverie pure, e di solito con gli interessi. Come specchio riflesso, però alla quarta, moltiplicato per sei e col resto di tre sberloni a tradimento.
Però, magari, se il pentimento è sincero, se il dispiacere è onesto e se in gioco ci sono considerazioni altre, di ampio respiro che coinvolgono innocenti e vittime, un tentativo vale la pena di farlo.
Quindi, niente. Scusa…
Scusami. Per quello che ho scritto.
Perdonami.
Non era nemmeno vero che non fossi pronta. Erano solo baggianate. La verità vera è che avevo visto per la prima volta in modo lucido, con quella notizia, che me l’ero sempre solo giocata da sola, nascosta dietro un paio di alibi, il primo vecchio di più d’un decennio e il secondo più recente, al pronti via della vicenda che portò me a casa di lui e lui sulla mia carta d’identità.
Non era a te che scrivevo, non era con te che ce l’avevo, non avevo ragione di avercela con te. 
Ce l’avevo con me. Solo con me. Che sono sempre, come per chiunque altro, il peggiore dei nemici al mondo. Ce l’avevo con me e non perché rivolessi lui. No. Magari. Ma peggio, ero così incazzata perché lui stava bene. Mentre la parte più grossa e grassa di me (quella cattiva, vendicativa e cretina) avrebbe voluto vederlo triste e solo per il resto dei suoi giorni. Questa però è un’altra storia, che non ha niente a che vedere con te, e nemmeno con me, ormai. E neppure con lui, in effetti. 
È una storia vecchia, come chi la scrive e ormai tanto lontana da non essere nemmeno più raccontabile. Però, al di là della storia, al di là di quel che è stato, vorrei che tu sapessi che sono stata una stronza. Che lo sono spesso, in realtà, e che mi nascondo qui dentro perché dal vivo sono molto meno coraggiosa, figa e sicura che dietro un foglio o uno schermo. Scrivo meglio di come vivo. E scrivendo mi capita alle volte di portare all’eccesso  al parossismo, quello che provo, sento, vedo. Infiocchetto le storie, le arricchisco, le trucco, le esacerbo. Le iperbolizzo. Ero arrabbiata, sì, ma meno di quanto io abbia scritto. Ed è anche per questo che ti chiedo scusa. Qui. Pubblicamente. Nello stesso codardo modo usato per insultarti una volta. E lo faccio proclamandomi colpevole.
Di essere una gran stronza, prima di tutto. E di vergognarmene profondamente.
Di fatto, tu, altro non sei stata che una benedizione, dal primo giorno in cui sei arrivata e io – invece di essertene grata e stenderti petali di rose davanti ai piedini – ti ho addirittura aggredito, offeso, irritato e fatto incredibilmente incazzare. Mi spiace. Ecco. L’ho detto. 
E se vorrai mai che te lo ripeta dal vivo, sappilo, sarò pronta a prendermi un’insaccata come si deve. 
Ci fosse, ci penserei.

Ci fosse, ci penserei.

“non puoi tu, essere triste, WUM, tu no. Tu sei quei cinque minuti di aria fresca e leggera tra una riunione e l’altra, sei allegra e cinica e spensierata. I tuoi post stanno diventando troppo pesanti. Lascia fuori da qui quello che ti fa male o perderai lettori”.

Se ci fosse un libro in cui chiudermi dentro e nascondermi tra le pagine per sentirmi meno esposta, per sentire meno freddo, meno cazzate, meno banalità, mi ci infilerei subito, di corsa. Se ci fosse un posto in cui ritrovare il fuoco e la confortante superficie di cui per anni mi sono nutrita, ci andrei. Subito.

Se ci fosse un essere umano in grado di ridarmi il respiro, di armonizzare i miei battiti e addolcire le mie notti e se quest’essere avesse la voce, le mani, il profumo, le nevrosi, il sorriso e le fauci di chi me l’ha – banalmente come sempre- tolto, accorgendosi della mia piccolezza, del mio disordine, della mia vita e di tutti i miei non-abbastanza, dopo avermi ingannato illudendomi volesse il pacchetto completo e non un suo parziale riflesso, e lo volesse tutto e così disperatamente da non darmi tregua, beh. Sì. Ci penserei.

L’abiura di mezzanotte.

L’abiura di mezzanotte.

Dicevo che non mi sarei mai sposata. Poi l’ho fatto. A chi bisbigliava che il mio matrimonio non sarebbe durato, rispondevo che non mi sarei mai separata. Poi l’ho fatto.
Dopo essermi separata giuravo che non mi sarei mai più innamorata. Poi l’ho fatto.
Dicevo che non avrei mai più lasciato che un uomo entrasse nella vita del mio nano. Poi l’ho fatto.
Ero certa che non avrei mai più dovuto nascondere una lacrima. Poi l’ho fatto.
Fino ad oggi non avevo mai messo un televisore in camera. E il fatto che sia piccolo, che non abbia un decoder e che funzioni solo con il dvd, non mi leva certo dall’abiura di mezzanotte.

Non è che sia una stronza, è che non è più capace

Non è che sia una stronza, è che non è più capace

No. Non è il momento.
Lo psicoterapeuta del triangolo di cui lei non capiva di far parte direbbe che sta elaborando il lutto. Già. Ci prova, ma non ci riesce, anche perché la sua elaborazione prevedeva, almeno fino a pochi giorni fa, la riesumazione della salma a settimane alterne e il tentativo di riportarla in vita a suon di riti woodo, whatsApp, giarrettiere e preghierine.
E capisci bene quanto possa diventare difficile elaborare un lutto con la salma in chat. O sul divano. O in testa.

Quindi no. Non è il momento.
Nemmeno ora, che ha appena aperto il sarcofago per buttarci dentro una molotov dopo essersi riletta per l’ennesima volta il proprio sgrammaticato epitaffio di chiusura.

Nemmeno domani, quando avrà buttato le ceneri nel Nilo.

Nemmeno dopodomani, quando forse sarà riuscita a passare un mese intero senza rimandare in onda a reti unificate il dramma di Iside e Osiride.

Nemmeno se lei, a quel punto, non avesse capito che pochi mesi di apertura (causa dell’abbassamento di tutti i ponti levatoi) a fronte di più di un trentennio di atavica sfiducia nel cromosoma Xy, rappresentavano solo un’anomalia nel sistema – peraltro intossicato di ferormoni e seretonina – e non la sua soluzione.

No. Non è il momento.
Lei non ci crede.
Non ci credeva prima di incontrare il mostro (reo d’essersi ingoiato tutto il filo spinato intorno al castello nonché abbattuto tutti i muri pur di entrare nella torre).
Non ci credeva più alla fine, mentre il mostro cercava di capire se il castello fosse abbastanza figo, abbastanza in ordine e abbastanza docile per metterci la residenza.
E se valesse la pena, a suon di punti fragola e omissioni (non sempre/non solo a lei) consolidarne le fondamenta con il mantello e i modi e le cazzate dell’amante.

Non ci crede più ora, dopo aver seppellito le spoglie di quello che credeva il Suo Faraone e che si è rivelato solo un altro fagiano da mettere in freezer.
E quindi non è che sia una stronza, è che non è il momento e anche se lo fosse, credi a me che la conosco, non ne sarebbe capace.

Dire che con lei non funziona non è filosofia e non è nemmeno statistica (quella scienza esatta che dice che se hai la testa nel fuoco e i piedi in frigo mediamente stai bene): è storia.
Di quelle che a volte annoiano, ma che insegnano.
(e in ogni caso che sia o meno una stronza è davvero irrilevante)

Perché WUM non si scomoda per difendere se stessa e ciò che scrive?

Perché WUM non si scomoda per difendere se stessa e ciò che scrive?

UNO

“In tanti scrittori la mancanza d’ingegno è un dono di natura”. 

DUE

“Scherzando, si può dire di tutto, anche la verità”. 

TRE. 
 “Il vantaggio di essere intelligente è che si può sempre fare l’imbecille, mentre il contrario è del tutto impossibile”. 
Woody Allen