Il Principe azzurro esiste, ma è gay, il Drago è sposato e il Virtuoso-Virtuale non fa per te.

Il Principe azzurro esiste, ma è gay, il Drago è sposato e il Virtuoso-Virtuale non fa per te.

Il principe azzurro, genere, non nome, esiste. 

Si depila (tutto), va dall’estetista più di te, ha due versioni di six pack pronte all’uso (una per il giorno e una per i selfie) e porta camicine di cotone tanto attillate che sembrano di latex.
Se riesci a farlo ubriacare al punto da portartelo a casa, e a fargli perdere il controllo fino a farlo salire in camera, se non vuoi vederlo svenire addormentato come ricciolo d’oro, ti conviene tenere uno strap-on a portata di mano. 
Ah, non ce l’hai?
Beh, allora puoi sempre cantargli: “Soffice Kitty, dolce Kitty”…
Il Drago è impegnato e tu i draghi impegnati non li frequenti per principio. 
Per quanto ti possano piacere. O ti siano piaciuti. O ti racconti ti siano piaciuti.
Il wanna-be-Master-amico-della-tua-amica-alto-come-un-barattolo-di-Nutella ti fa passare la voglia.
Il Virtuoso è dannatamente intelligente, e dannatamente virtuoso.
Il Virtuale dura poco, perché ti stufi subito. E poi, si sa, che le chiacchiere annoiano e quel che conta sono i fatti.
Chi punta a conquistarti pressandoti, o offendendoti, viene bannato.
Chi cerca di impressionarti, cancellato.
Chi ti snobba, dimenticato.
Hai tempo per scrivere tutto quello che devi scrivere e anche quello per cui non ti paga nessuno. Hai perfino tempo per parlare con i muri, rispondendo agli insulti di chi commenta i post di uno per cui lavori e che merita protezione e rispetto. 
Hai tempo per giocare con i cuccioli, per cucinare, per dar da bere agli oleandri e alle erbette. Hai tempo per improvvisare una grigliata con le tue amiche. Per fare un festone sul prato. Per spostare i mobili. Per ripassare l’aspirapolvere per la terza volta in dodici ore. Hai tempo per leggere anche cose che non devi leggere per lavoro, per rastrellare il prato e strappare le ortiche. Ne hai perfino per decidere che stirare non è davvero indispensabile, o per addormentarti al sole.
Non ne hai, e nemmeno un pezzo, nemmeno piccolo, per chiederti se sia davvero tanto sbagliato voler restare singola. 
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Sorprese

Sorprese

Perché una sorpresa sia tale, è necessario che arrivi inaspettata.
Ed è la mancanza d’attesa (di quella che covi, rimugini, su cui mediti e sui cui non dormi)  a renderla tanto straordinaria.
Tanto da ribaltarti, a volte, la giornata.
Come quando accade che una persona rispunti dal passato e lo faccia seppellendo l’ascia di guerra e mostrandosi con un cestino di brioches.

Quando eravamo bambini.

Quando eravamo bambini.

Quando eravamo bambini facevamo amicizia con un sorriso, dormivamo come sassi e sognavamo sempre e facevamo pace stringendosi i mignoli. Ora?”
La notte scorsa, tra mezzanotte e l’una, prima di rifiondarmi Ventimila Leghe sotto i Mari a riscoprire il Nautilus, nella mia TL, ho letto il tweet di Kekkose. E mi sono messa a pensare a quando ero piccola io, all’ultima volta che sono stata (davvero) bambina (conosco uno, che a questo punto, direbbe: “ieri?”).
All’asilo, alle elementari e pure alle medie, avevo paura anch’io, esattamente come il mio nano, nell’avvicinarmi a un bambino sconosciuto, ma mi facevo coraggio e sfoggiando la più paracula delle mie facce, andavo da lui e gli dicevo CIAOGIOCHIAMO. E lo dicevo proprio così, come l’ho scritto: tutto attaccato. Bastava un cenno, anche un HEI a denti stretti e il problema era risolto. E, sì, anch’io facevo FLIC FLOC (stringendo i mignoli per fare pace) e ronfavo come un ghiro fino a che una delle donne di casa non si metteva a urlare SALTAFUORI.
Allora non mi sembrava facile, o felice e nemmeno bello. 
Forse lo era, non lo so, so solo che ora, prima di approcciare qualcuno, anche all’aperitivo, prima lo googolo e poi decido se presentarmi o meno. Per lavoro, poi, prima di un qualsiasi intervento, faccio marketing intelligence e studio il profilo, il cv e la sociability del mio prospect.
Dormo poco e male, sono allergica/intollerante a un pallet di alimenti, e mi imbufalisco per niente. L’unica cosa che della fanciullezza ancora mi resta è l’istinto di fuga, quello, cioè, che mi porta a rintanarmi nel più remoto angolo del giardino (ora virtuale) e a chiudermi in un immortale silenzio*. 
Ieri, quando era legittimo che dovessi crescere, non c’era nessuno che me lo diceva; oggi, ne basta uno, magari più feroce degli altri, per farmi male. 
Quando non so più cosa dire, oggi come due eoni fa, semplicemente smetto di dire. 
E di solito scappo. 
Rispetto agli anni dell’adolescenza e dell’università (noti sotto il titolo di Giurassico), oggi non cambio numero di telefono, e non emigro nemmeno più. Al massimo trasloco. Ma poco cambia. Oggi, come allora, quando mi scappa da piangere, non mi faccio (più) vedere e me la spaglio da sola.
*tributo a Cristina Campo
CONTRASSERO MATRIMONIO

CONTRASSERO MATRIMONIO

Sul certificato di matrimonio il legislatore ha scelto la voce del verbo “CONTRARRE” per definire l’unione fra i coniugi, e al pronti via (ovvero al primo rilascio) già lo declina al PASSATO REMOTO.
Ci sarebbe da riflettere … a partire dalla polivalenza della parola che se inizialmente/ finché dura è sinonimo di stabilire, stringere, intrecciare e stipulare( che in fin dei conti sempre di un contratto si tratta e come tale andrebbe trattato a priori!), appena il rapporto vacilla ecco che il verbo diventa l’analogo di RESTRINGERE, ACCORCIARE (la vita), CORRUGARE (la fronte, ripetutamente ed inesorabilmente), IRRIGIDIRE (i muscoli facciali. Unfortunately solo quelli), LIMITARE (la libertà individuale), RIDURRE (lo spazio vitale), CONTENERE (le gioie), DIMINUIRE (gli spazi nell’armadio) E CONCLUDERE.
Ma il certificato di matrimonio è uno di quei documenti che uno difficilmente legge (a meno che di mestiere non faccia l’ufficiale dello stato civile, e anche lì ho i miei dubbi), e se uno lo legge significa che ha una separazione in itinere.
E non è che sia un fatto intimo, privato e segreto, perché – alla faccia della privacy– l’uso dei documenti ufficiali va dichiarato.
Ad alta voce.
Da oltre il vetro si sente poco. E oltre a dichiarar lo scopo la prima volta – a voce bassa e sguardo pari livello – ne segue una seconda e anche una terza (HA DETTO SEPARAZIOOONE?), fra gli occhi di altri 30 utenti in fila.
Meno male che gli addetti sono talmente abituati a redigere certificati (e quelli destinati al suddetto uso battono tutti gli altri) che mentre uno è lì in coda con lo sguardo vagante in leggero imbarazzo, sono addirittura in grado di sdrammatizzare lanciando un “dai dai signora che morto un papa se ne fa un altro” seguito dai sospiri della casalinga appena mollata per la baby sitter ucraina, e a domino dalle facce tristi di tutte le altre over 40 rottamate per versioni più bionde, più magre e moooolto più giovani, e dai sorrisi imbarazzatissimi di tutti quelli sull’altro versante del fiume (abbandonate/i contro abbandonanti/e).
“Contrassero matrimonio”. Voce del verbo “contrarre” : ovvero è lo stesso usato per una malattia. Da questa si può guarire. Per fortuna. Anche se dicono sia una di quelle recidive.

06/10/2009 h 22.02

Non c’è tempo.

Non c’è tempo.

No. Non ce n’è. 
Non abbastanza.
Non dopo aver spento la sveglia, fatto una doccia, saltato la crema, lavato i denti e passato il rimmel. Non dopo aver messo via la tazza del cappuccino, ammesso tu l’abbia davvero messa via e non intenda per via il lavandino, con un filo d’acqua dentro. Non dopo aver controllato la posta mentre si apre il cancello del garage e tra un semaforo e l’altro. Non dopo aver corso come una pallina in un flipper tra un’autostrada e l’altra, da una tangenziale all’altra, avanti e indietro, su e giù, ferma e twitter. Oh! Un’altra mail. A questa devi rispondere subito. Non dopo aver finito tutto, o quasi e aver sbranato tre fettine di cotto con  dentro una sottiletta sciolta nel microonde. Non dopo aver perso a ruzzle perché volevi leggere il messaggio. Non dopo aver visto uno dopo l’altro i tuoi sogni sgonfiarsi come albumi montati male. No. Non ce n’è più. Da un sacco di mesi.
No. 
Non ce n’è. 
Per perdersi nei peripli sinaptici del se e del ma, del se avessi fatto e se avessi detto e se invece e poi chissà. Il se non c’è. Il condizionale non esiste. Il passato non conta. Il futuro è incerto. C’è il presente. Ed è lì, ed è qui che ti tocca muovere le tue palline, adesso, cercando di combinarle nel modo giusto, senza piani, senza preventivi, senza strategie. Di pancia. Anche sbagliando, magari, ma con facendolo con la pancia e con il cuore. Muovi le palline, fai girare i colori, tenta. Provaci. Fallo ancora una volta. 
Una sola. Non tenerti tutto dentro. Non tenerti dentro una fava. Parla. Non stare sveglia la notte. Non scappare. Non nasconderti. Usa la voce. Usa la penna, la qwerty o il touch. Usa quel che vuoi, ma non stare ferma. Gioca tutto quello che hai. Fino in fondo. 
Che sarà mai. Non sarà questo ad ucciderti, no? E poi tanto, prima o poi tocca a tutti. 
Hai poco tempo, tu. L’expiring date è dietro l’angolo. E fa un po’ paura.
Quindi?
Quindi niente. 
Corri, Forrest, corri.
E adesso muoviti, che devi uscire. Ti aspettano, lo smalto si è asciugato e sei già in ritardo.
Oriento-deficiente a Milano con il TomTom chiede intervento delle autorità astrali.

Oriento-deficiente a Milano con il TomTom chiede intervento delle autorità astrali.

Per andare dal punto A al punto B, a Milano, WUM usa il TomTom.
Anche a piedi.
Dotata di un po’ meno senso dell’orientamento di un bruco cieco, con la labirintite,  oltre alle onnipresenti compagne dei propri appuntamenti Business, subito sotto riportate nell’immagine nr.1.1 e nr 2.2, lei gira con l’Ipad.

FIG. 1.1 (LA WUM BIRKIN)
FIG. 2.2 (LA WUM  LUIGIA DA LAVORO)

Per localizzare se stessa e individuare il punto d’arrivo, ha provato prima a familiarizzare con google maps, che però è rimasto sulle sue, rifiutandosi, indicazione dopo indicazione, di fornirne anche una sola in grado di non farla sentire, nell’ordine:

  1. quasi in ritardo (ma adesso ci arrivo);
  2. una cerebrolesa incapace di riconoscere non solo i civici, ma pure le targhette delle vie;
  3. una disadattata in ritardo costretta a (porcapaletta) prendere un taxi per fare meno di trecento metri.
Dopo GM- APC (la GiovaneMarmotta-Antipatica e Poco Collaborativa), ha deciso di rivolgersi a Tom. 
Solo che Tom, il fidato Tom, con la voce adulta di Anakin Sky Walker, al secolo Lord Dart Fener, non è mai (e dunque ancora) riuscito a convincersi che WUM – ormai rassegnata a muoversi senza bislunga tedesca al seguito (abbandonata al sopravvento dell’auto-aziendale), possa anche camminare. E che di solito – from monday to friday- lo faccia in tacco 12. Quasi sempre a spillo, quasi solo Louboutin. 
No. Lord Fener, certe cose non le coglie. Non ce la fa. E nemmeno se ce la facesse, ci proverebbe. 
Per lui – più figo e implacabile che mai- ci si muove nell’iperspazio, a bordo di navi da crociera superaccessoriate in assetto da guerra e pronte alla mimetizzazione istantanea. O al salto sul ponte di EinstenRosen. 
E quindi niente. Tom insiste nel farle fare dei peripli da guinnes, lei prova a interpretare-immaginare-ipotizzare e azzardare e infine, ovviamente, si perde.
Regolarmente e quotidianamente. 
E ogni volta che si perde, prima smadonna, poi prova a chiedere (come in gita a Firenze nel 96, quando rimase così a lungo a fissare un palazzo da essersi persa l’intera classe) e poi ci rinuncia e prende un taxi annullando d’amblé la fatica di aver magari prima preso un treno o -peggio- mollato l’auto a Cascina Gobba, per poi saltare su un metrò, cambiato in Centrale, vagato tre quattro minuti tra un cartello e l’altro, fatto almeno due volte la stessa rampa in su e in giù prima di approdare alla banchina giusta e poi preso un altro metrò fino alla fermata prima (o a quella dopo, in ogni caso mai a quella giusta) del punto ipoteticamente – ma solo nel di lei pressoché infinito ottimismo -più vicino alla propria destinazione B.
Quindi, ora, nel cuore della notte, ma già pronta a ripartire di nuovo per la stessa metropoli , vorrebbe parlare a Tom e dirgli che un pulsantino piccino-picciò, con il link alle istruzioni beta per trasformare un percorso auto in passi-piede, forse, non sarebbe un dramma, non costerebbe fantatrilioni di paperdollari e non manderebbe le Tom-casse in rovina. Ma, for sure, farebbe felici un sacco di Wummine. Per lo meno tutte quelle – come lei che scrive- prive di senso dell’orientamento. 
E se Tom non ce la facesse, allora, che lo sappia e ci rifletta su, WUM e le altre WUMMINE oriento-deficienti, potrebbero sempre rivolgersi a Garmin.
Grazie.
I dieci punti del (Non) manifesto del partito comunista.

I dieci punti del (Non) manifesto del partito comunista.

Espropriazione della proprietà fondiaria ed impiego della rendita fondiaria per le spese dello Stato. (Se hai più di un corteggiatore/trice, lo Stato te lo leverà a beneficio dei meno abbienti.

Imposta fortemente progressiva.

(Per ogni orgasmo eccedente la RQC – razione quotidiana consentita – sarà imposto un dispensamento coatto pari al 75% del surplus su base addizionale progressiva multipla, alla terza e col resto di due).

Abolizione del diritto di successione.
(Le colpe degli ex non ricadranno sui nuovi arrivati)

Confisca della proprietà di tutti gli emigrati e ribelli.
(Se mi molli, non ti restituirò il tuo iPad)

Accentramento del credito in mano dello Stato mediante una banca nazionale con capitale dello Stato e monopolio esclusivo.
(Nel balo, avrai un minimo garantito)

Accentramento di tutti i mezzi di trasporto in mano allo Stato.
(La trasmigrazione e dei piselli e delle piselle sarà sottoposta al vaglio imperiale: nessun organo sessuale adulto e fecondo potrà MAI più espatriare senza controllo).

Moltiplicazione delle fabbriche nazionali, degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano collettivo.
(Più ORMONI per tutti).

Eguale obbligo di lavoro per tutti, costituzione di eserciti industriali, specialmente per l’agricoltura.
(Ogni donna avrà diritto al minimo sindacale sancito dalla SCV -Sacra Confederazione Vaginale- e ad ogni uomo verrà garantito lo standard di sopravvivenza orale aviaria, siglato e approvato dal CMUC- Comitato Militanti Uniti per la Camporella).

Unificazione dell’esercizio dell’agricoltura e dell’industria, misure atte ad eliminare gradualmente l’antagonismo fra città e campagna.
(Verranno creati parchi ludici attrezzati in aree rurali depresse per il ripopolamento letterario dell’autostima umana).

Istruzione pubblica e gratuita di tutti i fanciulli. Eliminazione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche nella sua forma attuale. Combinazione dell’istruzione con la produzione materiale e così via.
(Saranno costruite scuole pubbliche per la diffusione del l’istruzione sessuale di base – teoria e pratica- e master a domicilio per i livelli avanzati).