Twitter.

Twitter.

C’è il diavolo, online, su twitter, in versione Satana, Lucifero, Belzebù e sotto migliaia di altri profili, più d’uno per nome.
C’è persino dio.
C’è chi nella bio si racconta per come si vede e chi per come vorrebbe lo vedessero gli altri.
Chi usa la propria faccia, chi la faccia l’ha persa da un pezzo ma fa finta di niente e chi ne prende in prestito una, alla settimana.
C’è chi coscientemente ti fa ridere e c’è chi è ridicolo.
C’è chi broccola in modo seriale , chi scrive due righe ogni morte di papa, chi non molla il contatto nemmeno mentre fa pipì (e te lo fa sapere), chi cita e basta, chi si nutre di hashtag e ne produce in batteria.
C’è chi interagisce molto, moltissimo, troppo, chi per niente, chi qua e là. Chi c’è sempre e non ne perde una e chi si eclissa.
Chi ti ringrazia in DM per il follow.
Chi s’è fatto una reputazione mandando affanculo l’universo.
Chi pastura – in privato o nella TL- come se non ci fosse un domani e ci credesse davvero
Chi ti chiede il numero, chi supplica per un’informazione in più, chi te la nega e chi te lo dà, e chi vorrebbe tanto darla.
Anche al primo venuto. O ai primi duecento followers.

Ci sono i maiali e le maiale.
Un treno di suini e suine con piselloni, pisellini, papere e zucche in bella mostra tra pic del profilo e foto pubblicate.
Ci sono i romantici. I poeti. I politici.
Oh. Un sacco e una sporta di politici.

Ci sono gli informatori, con la sindrome dell’Ansa che scandiscono la propria vita un tweet dopo l’altro, on line, al suon di “mi sono alzato”, “mi sto vestendo” vado in ufficio, lavoro lavoro lavoro, pausa pranzo, dal dentista, torno presto, ho fame, sete, sonno, caldo freddo non lo so.
C’è il cazzaro. E la gigiona.
C’è chi si scrive da sè, magari solo per rileggersi e chi augura il buongiorno ogni mattina ai suoi followers.

E poi c’è la maggioranza.
La grande infinita tristissima drammatica maggioranza che scrive su twitter per scrivere (o magari per non farlo) a qualcun altro: messaggi velati o palesi, diretti come un Italo o singhiozzanti come un regionale e appelli, minacce, insulti, coccole e fotine rivolte a qualcuno che forse leggerà o forse (più probabilmente) no.

È un giardino curato, quello dei luoghi comuni, in cui si sta ben protetti, al riparo, dietro i pitosfori tagliati a siepe, seduti sul bordo di una fontana di rassicurante pietra grigia a guardare i pesci rossi che sguazzano e si rincorrono. E nella provincia nostrana di twitter, per aprire il cancello e chiudere fuori il mondo, basta un avatar e una manciata di caratteri.

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Real versus Virtual. Shall we bet?

Real versus Virtual. Shall we bet?

Incontro virtuale.
Non solo puoi mostrarti per come vuoi tu, ma pure per come immagini possa volerti l’altro.
Ti permette di saltare la ceretta all’inguine e inviare  – caso mai servisse –  uno scatto di repertorio o anche la pic della ginger di qualcun’altra.
Puoi fare sesso anche andando avanti a leggere, senza passare per una snob infoiata con la letteratura. O mentre sei a cena con un’amica. Senza essere arrestata.

Incontro reale.

Puoi metterti un push up. Osare con giarrettiere e corsetti. Colorare le labbra con il più focoso dei lipstick. Ma non hai accesso a photoshop. E se cambi idea in itinere non puoi dar colpa al wifi.
Anche con mascara, luci basse e candele accese, la pic della gina di un’altra – sul serio – non è utilizzabile.
Ti tocca il dolore della ceretta, il fastidio di un’eventuale cipolla (soprattutto se unilaterale, che quelle condivise si annullano come i segni opposti) e la rinuncia a finire il tuo libro, ma anche il piacere della pelle. Vera. 
Calda. 
Profumata. 
Viva. 
E, beh, già: non c’è paragone. 
Qual è il tuo numero di Dunbar?

Qual è il tuo numero di Dunbar?

Secondo l’antropologo britannico Robert Dunbar esiste un numero massimo di relazioni sociali stabili, identificato intorno alle 150 unità: tale quantitativo dipende, sempre secondo gli studi di Dunbar, dalla dimensione della neocorteccia, ovvero di quella parte della materia grigia
che occupa circa il 90% della superficie cerebrale (considerata la sede presunta delle funzioni di  linguaggio, apprendimento e memoria).
In buona sostanza Mr D. sostiene che un uomo medio non sia in grado di mantenere attive contemporaneamente oltre 150 relazioni, o che – in quanto variabile dipendente dalla suddetta dimensione hardware – superando tale limite, rischi di dimenticarsene e/o debba ricorrere a non meglio specificate “leggi più restrittive”.
Cosa pensare, a questo punto, di coloro i quali vantano oltre tremila contatti su Linkedin, più di 5000 amici su Facebook e migliaia di altre connessioni tra le opzioni in rete?  Che sia uno sfoggio di una nuova virtualissima e non sempre altrettanto virtuosa socialità? Che sian tutti PR? O commerciali d’assalto? O blogger? O cyber-copy? Che ci vivano tutti dentro, nella rete, magari intrappolati o timorosi d’uscirne?
Certo, la tecnologia aiuta, pensando alle più ristrettive leggi di cui sopra: il blackberry o l’i-phone memorizzano compleanni, anniversari e ricorrenze; l’agenda elettronica ti manda un alert una, due o tre ore prima di un evento che non dovresti dimenticare; perfino esselungaacasa.it salva la tua spesa per evitarti di fare uno sforzo mnemonico  e sovraccaricare la neocorteccia.
Ma. Davvero. Quante di queste relazioni sono reali? Ovvero trasposte/trasportabili dal bit della rete al battito di un’emozione live? Quante di queste possono davvero essere innaffiate e curate come  il germoglio di Antoine de Saint-Exupéry? Quanto tempo ci resta, fatti salvi i mille-mila impegni del quotidiano, e dopo aver seminato contatti con la prodigalità degli spargisale di Roma della scorsa settimana, per coltivare tali relazioni e vederle germinare piano piano? Manca la pazienza, credo. Si fa un gran parlare dell’importanza delle relazioni professionali, e di quanto siano determinanti per il successo o il fallimento di una qualsiasi impresa, ma (per GiovePluvio!), una relazione è davvero qualcosa che si semina, si cura, si lascia decantare come vino pregiato in botti di rovere e poi si osserva crescere. Non ci sono scorciatoie né modalità “on-off”, quando se ne costruisce una. E dico una, non mille. Ché mille, dando retta a Mr D., sta oltre confine-di-giardino (cito la Sconsy) e decisamente fuori dalla nostra portata.
Le bacheche virtuali spesso ingrassano l’ego dei fruitori e i conti correnti degli stake holders, ma è difficile (non impossibile, ma difficile) che coltivino i contatti di cui si fanno portatori (più o meno sani). Al massimo, se ci va di lusso, ci aprono qualche porta o – per restare in tema agreste – scavano un solco: a noi resta l’arduo compito di far tutto il resto, farlo bene, farlo in tempo e fare in modo che il seminato sia curato, protetto e dia i suoi frutti.
Il futuro non esiste, sosteneva Sant’Agostino (così come il passato, che non è più e tanto quanto il presente, che ci sfugge), ma se davvero ne fossimo convinti, non avremmo desideri. Non avremmo stimoli. Non semineremmo oggi per raccogliere – forse – domani.