La donna che si cambia la gomme da sola.

La donna che si cambia la gomme da sola.

Tailleur Chanel. Prada tacco 12. Birkin e capelli perfetti.  Ore 20.

Dopo una giornata di fuoco, salto un’inaugurazione fuori porta, esco dall’ufficio a un orario decente, decido di farmi una coccola e mi fermo in un sushi take-away .
All’uscita, pregustando i miei 50 euro di sashimi misto per due (da consumare giocando a BrainTrainer), scopro che – sorpresone– la mia macchina ha una gomma più a terra del morale di Jennifer Aniston.

Calma.

Mi dichiaro autonoma, indipendente, autosufficiente e mi vendo per la super-star delle BRICO-LADY, di quelle che non han bisogno di un uomo per usare il trapano, o una levigatrice o per spostare mobili da 70 kg e più. Sono una donna che si cambia le gomme da sola, parafrasando me stessa, no? E allora, sotto.

Quindi. Assumo la mia faccia zen. Raccolgo i capelli a mozzarella di bufala sopra la testa (variante nostrana della capigliatura sumo).
Sposto l’auto –piano-pianissimo-giusto qualche metro, per toglierla dalla carreggiata dove stava parcheggiata in modalità quattro frecce.
Raggiungo la mia improvvisata piazzola di sosta. Ovviamente sotto l’unico lampione rotto della città. E armata di tutto la mia forza di volontà e sfoggiando il più fiero dei miei sguardi – (pensando ” …HA! non sarà una gomma a terra a mettermi in difficoltà!”)  mi dispongo ad affrontare la mia gomma sgonfia.


Primo.

È una bislunga tedesca. E so che la casa madre della mia bislunga monta un bullone di sicurezza.
Ok. Un passo indietro.
Com’era la procedura? MI SERVE UN CRIC. Apro il bagagliaio. Lo sgombero da  una borsa da lavoro, un paio di scarpe di ricambio del “non-si-sa-mai”, un ombrello, tre cappelli, due gormiti e un secchiello (fermo nella stessa posizione dalle vacanze estive).
Quindi apro la botola e guardo. Perplessa. Lo scomparto con gli attrezzi. Prima soddisfazione: ho una gomma di scorta (non credo avrei retto un ruotino). Prendo il cric. Fin qui sembra facile. Poi mi avvicino alla Sgonfia. E arriva il primo V.V. (volenteroso volontario).

-“Tutto ok?”

Cosa vuol dire tutto ok? Penso io. Cosa sei scemo? Ti sembra tutto ok, è notte, sono da sola, ho una gomma a terra, sto lottando con il cric, ho una giacca bianca che sicuramente dovrò buttare via perché unta a morte e tu mi chiedi se è tutto ok!??

“Si, grazie. Non c’è problema”. Rispondo.

Liberato il campo, procedo.

Il cric come funziona? Dove sono le istruzioni? Non sta in piedi in nessun modo. E mentre provo con l’attrezzo malefico ogni possibile variante di posizionamento, arriva il secondo VV, che con faccia da stupratore mi dice “vuoi una mano?”. Segue rapida riflessione: notte, buio, strada deserta, io donna, sola, visibilmente single (fossi fidanzata, ragiono con la testa di chi mi sta guardando, per farmi dare una mano, avrei chiamato subito il mio moroso no?) e quindi, con cortesia e fermezza, allontano il secondo V.V. inventandomi che sta per arrivare un mio amico meccanico.


… Un mio amico meccanico! Ecco la soluzione. Perché io HO un amico meccanico. E guidata dalla voce amica del mio amico dentro al telefono procedo con cautela seguendo le sue istruzioni.
Primo. Svitare bullone di sicurezza (lo sapevo). Ciao ti chiamo dopo. Ecco. Non si svita. C’è buio. Non si vede. Non ho una torcia. Uso il black berry per fare luce. Non ci vedo comunque. e poi…Non si svita. Chi le progetta queste macchine?Ulk? Come diavolo si fa a svitare? Appoggio sulla chiave tutto il mio peso, quello della mia esperienza, quello della mia rabbia, ci aggiungo quello degli uomini che ho lasciato e vedo il bullone non cedere di nemmeno un millimetro (potevo mangiarla quella brioche, stamattina!).

Ed è il turno del volontario numero tre. E poi dei seguenti fino al settimo … prima allontanati (con calma via via decrescente al crescere del loro numero) e poi esaurita e sempre meno spavalda, minacciati con i seguenti attrezzi: la più feroce delle occhiatacce , il black berry, il cric e – infine- la chiave (brandita al suono di “vaiviaaaa“). E poi. L’ottavo guarda me. Guarda la macchina (sponsorizzata). E si identifica come il padre di un compagno di classe di mio nipote. Al che, rincuorata dall’identificazione, accetto l’aiuto. Mi spiega, tenendo al guinzaglio un barboncino bianco latte, che nemmeno un uomo potrebbe svitare a mano un bullone, ma che serve far leva con il piede. E… ualà: il gioco è fatto. Tolto il primo, l’avventura è in discesa.
E nel giro di 15 minuti, forse 20 si risolve con una nuova gomma montata.  

Fatto. Risalgo in macchina, ridotta ad un clone-clochard di quella me stessa fanta-elegante di un paio d’ore prima e ancora imbufalita contro i produttori di automobili torno a casa con il mio sushi, il cui aroma, lasciato a decantare nell’abitacolo, resterà per sempre impregnato nella tappezzeria. A perenne monito …

Consigli per chi progetta le nostre auto:

  • quando immaginate una donna al volante delle vostre macchine, pensate che possa anche non dover chiedere per forza di cose aiuto ad un uomo.


  • Immaginatevela in grado di sbrigarsela da sola. O per lo meno, fate in modo da non impedirglielo a priori. Bella la gomma incastrata con tutti gli attrezzini sopra nei loro alloggiamenti. Ma avete idea di che fatica si faccia a tirarla fuori?!


  • Mettete “on board” istruzioni a prova di bionda (valide anche per le more) su come cambiare una gomma, su dove infilare il cric (e di idee, lì per lì, me ne son venute due o tre…)


  • O chiamare il soccorso stradale.


Ci volete come vostre clienti?
… Trattateci come tali. E non solo come passeggere con il push-up sotto la cintura di sicurezza.
Grazie.
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