FANTAFEMMINE, FANTAMASCHI E SONO VENUTI A PRENDERMI.

FANTAFEMMINE, FANTAMASCHI E SONO VENUTI A PRENDERMI.

Per la rubrica “ve la ridò domenica”: ecco una vecchia perla (sbruffona!)  originariamente composta il 26 aprile dell’undicesimo anno del terzo millennio. H: 19:52, per l’esattezza.
Si dice che la donna ideale debba essere cuoca in cucina, signora in salotto e un po’ puttana a letto;  secondo  Flaiano, tuttavia,  spesso gli addendi , con particolare riferimento all’Italico panorama, s’invertono e il risultato … deprime: gran chef in società, zoccolone ai fornelli e  Madame NonMiToccar nel talamo e dintorni.
Secondo De Crescenzo, la D.I. (Donna Ideale, Divina Illusione, Dammela Immediatamente e cose così. ok la pianto prima che lo spirito di Queneau s’impossessi – di nuovo!- di me) per esser tale e meritarsi cotanto supremo e gratificante appellativo, deve possedere uno ed uno solo requisito: abitare lontano.
Ma. 
E. 
Se chiedessi ai miei lettori (e già che ci sono, ingoiandomi il condizionale,  lo chiedo, eccome se lo chiedo!) di snocciolare il profilo della loro proto-pulzella, o fantafemmina, fra le caratteristiche base avrei:
  • Quoziente I. E. (Indipendenza Economica) superiore a 6,5  decimi e inferiore a otto (prova tu a dire ad una Marcegaglia che non puoi fare la spesa perché stai andando a calcetto!).
  • Quoziente di ficaggine superiore a sette (dove sull’apice dieci  sono sedute le fanta-chiappe di una Belen e al pedice uno, stanno spalmate quelle magari più autorevoli ma un filo meno rosee di una Rosi Bindi al top della forma).
  • Quoziente di maialaggine superiore a otto (al 10 o forse all’undici, l’ineguagliabile Moana, appena sotto le ex-orsoline, intorno al 4 cielline e dintorni, e sotto il 4, ma non garantiamo, le Numerarie O.D.*).
  • Quoziente culinario superiore a nove (in trentesimi: 30 e lode Gualtiero Marchesi, nove uguale ad una pasta al sugo, ancorché pronto, purché non scotta).
  • Q.I. superiore a dieci (un pelo sopra il parla, si muove da sé e interagisce a richiesta).

Oltre a ciò, presumo siano gradite (estremamente gradite) virtù teologali quali la santapazienza a pacchi e ciuffi, la funzione dolcezza a comando (disattivabile all’occorrenza) l’orario di lavoro ridotto e flessibile, la capacità predittiva di individuare i di lui bisogni e soddisfarli prima che vengano formulati, e un buon livello orale, sia in termini di conversazione che non.  Per l’ultimo punto, poi, sarebbe apprezzabile una formazione pregressa ottenuta on line, piuttosto che live, con due punti fragola in più per le vergini miracolate.
Come dire che mangi ma non ingrassi, che sia un po’ zoccola ma solo con me, che lavori e guadagni ma non troppo (ricca di famiglia? più mille punti) e sempre un pelo meno di me, e che sappia sopportarmi, esaudirmi e coccolarmi, ma solo quando mi va e che ( soprattutto e che)  mi faccia ribaltare gli occhi indietro e arrampicare sui muri con la sola imposizione … si fa per dire … vocale. Che accetti tutto, minchiate incluse. E stia al suo posto. Quale che sia.
Esiste una così, secondo voi?
Se esiste una così, allora esiste anche il di lei contrappunto masculo, no?
… Cioè quello grosso ma non grasso, alto ma non pertica, forte e anche dolce, razionale tanto quanto passionfruit, pisellone ma non mandingo, seduttore convertito, un po’ perverso ma non sadico, fantasioso e coccolone, paziente e stimolante, divertente e colto, colto e non saccente, un po’ wiki ma non troppo, cazzaro ma non cazzone, e gran gourmèt di fatto più che di nome.
Quello moro, però biondo, quello che chiama/scrive quando deve chiamare e mai una volta di più, che non fa domande inopportune, ma risponde alle tue alla velocità della luce, con la battuta sempre pronta (e mica solo quella) e l’occhio languido e vispo come un nido di termiti infoiate. Come dire un  Tom Robbins  (mio scrittore preferito del mondo), curioso come un Kaku (il fisico, non il frutto) e inserito nel physique du rôle di un dio pagano (a scelta, Pan compreso).
Quello lì, il fantamaschio, se esiste non è sposato, non lo è mai stato.
Tanto quanto la fantafemmina.
Solo che.
Se ne avete incontrato uno o una, mi spiace ma ve lo devo dire, tocca che vi  rassegniate al fatto che prima o poi si sveglierà un bel giorno e – guardandovi con quei suoi occhioni da gatto con gli stivali in Shrek, uno due tre la peppina fa il caffè – vi dirà: “amoremio, non sai quanto questa cosa che sto per dirti mi faccia male e sappi che ti amerò per sempre, ma … devo partire: sono venuti a prendermi. E torno su Marte”.

* O.D. per cosa sta non ve lo posso dire. O temo il blog possa svaporare all’istante. Immagino, ‘uttavia, che possiate arrivarci, giocando intorno al concetto di attività, e magari aggiungendoci un tocco di sovrannaturale e una spruzzatina di aroma di santità (q.b.).

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SCENARI DA ASILO IN UN MATTINO D’INVERNO

SCENARI DA ASILO IN UN MATTINO D’INVERNO

Faccie d’angelo. Capelli biondo miele au-nature (colore sapientemente ricreato in laboratorio), piega alla Sara Jessica Parker versione Friday-night (effetto morbid boccolo, ottenuto per soli cinquanta euro da un qualsiasi hair stylist sub-urbano). 
Trucco impeccabile. Tacco 12 (più alza-tacco). Taglia 38. E normalmente piccolissimi sederi sopra grossissimi SUV. Ecco il parterre che mi accoglie every morning consegnando il mio drago-gormito all’asilo. Pardon. Non si chiama più asilo da quando ci andavo io ai tempi della rivoluzione francese. Ora si chiama: “Scuola dell’infanzia”.
Numero dei papà che incontro nel consegnare mio figlio alle Educatrici dell’infanzia? Tre. Forse quattro. Il resto?
85% blondie mams (di cui il 60% separate).
10% desperate house wife -uscite dritte dritte dagli anni ’50 (di cui il 60% separate).
5% real indipendent and happy women (di cui il 90% separate, by the way).
Le giovani blondie-mams non camminano (né come la sottoscritta, corrono), ma aleggiano tra i loro scintillanti fuori strada (regolarmente uno sopra l’altro, senza il benché minimo accenno al parcheggio) e l’aula del loro marmocchio. Guardano schifate dall’alto in basso tutto ciò che le circonda (compresi quei pazzi che giocano con il proprio figlio nel tragitto).
… Consegnato il pargolo, poi, si dirigono a gruppi di 3 verso la pasticceria d’angolo, dove stazionano fino –ommioddio- all’ora del corso di pilates. Loro si tonificano bevendo tisane e contraendo glutei d’acciaio, mentre quelle come me ci provano (a tonificarsi …) salendo e scendendo dall’auto da un appuntamento all’altro, portando carichi da sherpa nella borsa da lavoro e correndo sui tacchi dentro e fuori da ascensori e parcheggi.
OLTRE ALLE BLONDIES, mamme barbificate e muffologiche, questa mattina mi sono accorta della presenza di un altro (ingombrante) fenomeno: il nonnismo esasperato. I nonni e le nonne che per accordi familiari sono costretti a portare i nipoti all’asilo. Dal fenomeno sono ovviamente esclusi tutti i nonni VOLONTARI, ovvero quelli che non vedono l’ora di accompagnare o riprendere i propri micro-cuccioli verso e da le scuole d’infanzia.
Quelli vincolati all’operazione con la forza e forse anche sotto ricatto, risultano purtroppo piuttosto nervosi, al limite dell’isteria (e qualcuno ben oltre).
Orbene, immaginate un’area parcheggio di circa 10 metri per 10, seppellita da una cinquantina di SUV (la più sfigata delle blondie ha un ML).
Immaginate che la sottoscritta fosse in tremebondo ritardo e che – a 30 secondi dalla chiusura dei cancelli – dovesse nell’ordine: parcheggiare, liberare il proprio draghino da cinture, gormiti e libretti e contestualmente rimettergli giacca, berretto, sciarpa (nel baule) e alle volte anche le scarpe, uscire dalla macchina e correre su un vialetto lastricato di buoni propositi per consegnare la creatura alle amorevoli cure delle sue nuove (bravissime, grazie che siete arrivate!) maestre.
Cos’avreste fatto voi?
Io ho lasciato la macchina lì dov’era, impedendo la via di fuga ad un’auto abitata da nonni di tipo effe (F= forzati) e meno di 1,5 minuti dopo ero già di ritorno, correndo come Bolt per l’oro olimpico. La scena che mi ha accolto aveva del raccapricciante: una nonna stava prendendo a calci (a calci, proprio a calci!) la mia macchina, mentre urlava con più veemenza dell’uragano Katrina irripetibili schifezze a me rivolte. Spostandomi in verticale alla velocità della luce (tant’è che pur avendo acceso i fari, per qualche nano-secondo, non si son visti), ho chiesto perdono – allibita- annichilita- e tutto sommato divertita- e questa povera donna è risalita in macchina (guidata dal di lei povero e tapino marito) saltellando sul sedile fino a scomparire dal mio orizzonte.
E poi mi son detta: “MA SI PUO’ ?!” pensando a quanto triste dev’essere la vita della signora per ridurla in quello stato alle nove di un mattino d’inverno, e a quanto sia fortunata la sottoscritta a non aver più nelle immediate vicinanze alcun nonno di tipo effe…