IL TEOREMA DELL’INDIFFERENZA

IL TEOREMA DELL’INDIFFERENZA

Quando qualcuno non risponde (mai, quasi mai, raramente) alle vostre chiamate, quando l’sms di ritorno tarda ad arrivare, o compare “moscietto”, quando ai vostri inviti arrivano pacchi e ciuffi di picche (travestite da impegni di qualsiasi natura, per lo più legati al business, ma non solo)… Significa CHE QUEL QUALCUNO (o quella qualcunA) HA ALTRO PER LA TESTA.

Le mie SignoreLettrici hanno da tempo imparato il concetto e messo via il romanticismo.
A questo punto credo sia ora necessario rivolgermi a LorSignori per dare loro modo di risparmiare energie che andrebbero altrimenti sprecate e dare il benvenuto nel CLUB dei “risvegliati” (no new age, but really efficient!).

Se non vi rispondiamo
C’è UNA ed UNA Sola ragione:

NON abbiamo voglia di parlarvi.

(Magari è brutale, ma una doccia fredda OGGI, è meglio di una gallina domani)

Non c’è un perché (e vale per tutti), così come non ci sono cause da sindacare e -soprattutto- non c’è niente che possa farci cambiare atteggiamento.
“Amor c’a nullo amato amar perdona” è una TERA-bufala.
Non funziona: è solo finzione letteraria e niente altro se non Poesia (sublime e certo molto referenziata, ma lontana dalla realtà quanto la terra dal sole in nanometri (“nano”: unita’ di misura equivalente a 10 elevato alla -9; da “Anche tu fisico” di Roberto Vacca, Garzanti 2008)

La sfiga invece che vi ha fatto perdere il sonno per quell’unica stronza (siete autorizzati a chiamarla stronza solo nei  vostri pensieri) che non vi si fila di striscio è statistica. Affilata, puntuale, immutabile, e assolutamente affidabile.

Ecco il teorema dell’indifferenza:

***
Dato un tempo T=7, 
se il numero di telefonate”X” inviate da A a B è maggiore/uguale a 5 
e il numero di risposte di B (Y) è minore di 3
[X(B*A);Y(A*B)<3]
ne consegue che l’interesse di B per A (“I”) sia uguale a zero.
[I(B*A)=0]
***

Il teorema dell’indifferenza è uno dei più dimostrati in natura.
E -tuttavia- resta uno dei più difficili da digerire…Forse l’unico mai postulato a lasciare un retrogusto amaro.
Si cura con sapori nuovi, buona musica e vino d’annata.

Cosa conta veramente?

Cosa conta veramente?

Conta star bene. 

Parlare ed essere intesi. 
Ascoltare e cogliere. 
Aver voglia di quella voce, e di nessun’altra. 
Perdere la ragione per una tipicità che identifica. Per un panama sgualcito. Un cerotto che ripara un eccesso di pathos. Un viale alberato verso una vecchia casa colonica sulle colline. 
Sentire che qualunque cosa accada, non avrai più paura. 
Attraversare fuochi, sfidare draghi e calate degli unni, superare file ai caselli e lavori in corso, con la leggerezza e la grazia di un gabbiano e la spinta di un reattore nucleare. 
Vedere Cuore, Cervello e Ciccia e ricredersi sull’insussistenza degli spauracchi da Regina delle nevi miocardiche o Imperatore della Resistenza Affettiva. 
Star soli, senza esserlo più. 
Non c’è tempo.

Non c’è tempo.

No. Non ce n’è. 
Non abbastanza.
Non dopo aver spento la sveglia, fatto una doccia, saltato la crema, lavato i denti e passato il rimmel. Non dopo aver messo via la tazza del cappuccino, ammesso tu l’abbia davvero messa via e non intenda per via il lavandino, con un filo d’acqua dentro. Non dopo aver controllato la posta mentre si apre il cancello del garage e tra un semaforo e l’altro. Non dopo aver corso come una pallina in un flipper tra un’autostrada e l’altra, da una tangenziale all’altra, avanti e indietro, su e giù, ferma e twitter. Oh! Un’altra mail. A questa devi rispondere subito. Non dopo aver finito tutto, o quasi e aver sbranato tre fettine di cotto con  dentro una sottiletta sciolta nel microonde. Non dopo aver perso a ruzzle perché volevi leggere il messaggio. Non dopo aver visto uno dopo l’altro i tuoi sogni sgonfiarsi come albumi montati male. No. Non ce n’è più. Da un sacco di mesi.
No. 
Non ce n’è. 
Per perdersi nei peripli sinaptici del se e del ma, del se avessi fatto e se avessi detto e se invece e poi chissà. Il se non c’è. Il condizionale non esiste. Il passato non conta. Il futuro è incerto. C’è il presente. Ed è lì, ed è qui che ti tocca muovere le tue palline, adesso, cercando di combinarle nel modo giusto, senza piani, senza preventivi, senza strategie. Di pancia. Anche sbagliando, magari, ma con facendolo con la pancia e con il cuore. Muovi le palline, fai girare i colori, tenta. Provaci. Fallo ancora una volta. 
Una sola. Non tenerti tutto dentro. Non tenerti dentro una fava. Parla. Non stare sveglia la notte. Non scappare. Non nasconderti. Usa la voce. Usa la penna, la qwerty o il touch. Usa quel che vuoi, ma non stare ferma. Gioca tutto quello che hai. Fino in fondo. 
Che sarà mai. Non sarà questo ad ucciderti, no? E poi tanto, prima o poi tocca a tutti. 
Hai poco tempo, tu. L’expiring date è dietro l’angolo. E fa un po’ paura.
Quindi?
Quindi niente. 
Corri, Forrest, corri.
E adesso muoviti, che devi uscire. Ti aspettano, lo smalto si è asciugato e sei già in ritardo.
La prima regola per stare meglio

La prima regola per stare meglio

La prima regola per stare meglio è smettere di stare male.
La prima regola per smettere di stare male è non cercare a tutti i costi di stare peggio.
La prima regola per non cercare di stare peggio è concentrarsi su ciò che fa bene.

Che poi, ciò che fa star bene, arrivi da un nuovo progetto professionale, da un cambio di residenza, auto, colore dei capelli (il verde mi donerebbe) o da niente di tutto questo (ma magari da un banale cambio di prospettiva), non conta.
Ciò che conta è sorridere.
È sorriderSI.
È amare il momento. Abbracciare un tramonto. O un meraviglioso scorcio sull’A4 all’alba.
Godere di un Chris Isaak passato per caso alla radio, e godere perché le note di Chris Isaak se lo meritano (e – come dice un amico che mi è molto molto molto vicino- quando sei felice, le parole puoi anche far finta di non sentirle).
È raccogliere la valigia che sta per cadere, mentre scendi dal treno e sei di corsa, e vedere l’apperò sulla faccia del proprietario rom della medesima.
È rimanere bloccato in un ascensore con undici furibondi compagni di sventura e stemperare i 49 minuti di attesa, chiacchierando e raccontando e ascoltando aneddoti.
È seminare buonumore e non lagne.
È giocare e ridere fino alle lacrime.
È leggere fino a notte fonda per sapere chi sia il terribile macellaio di Houston. È spegnere tutti gli IPhone, gli iPad, i Blackberry e i pc per trenta minuti di idromassaggio. A lume di candela.
È prendersi cura di chi ti ama ed esserci davvero.
È aprire, senza alcun ospite, quella spettacolare bottiglia di Chablis per niente affatto petit, e sorseggiarsela davanti al camino acceso, tutto il resto fuori.
È la manutenzione ordinaria in mutande davanti agli specchi, fatta con tolleranza e buona musica.
È contare fino a dieci, cento, mille, ottantatremilacinquecentodiciassette, prima di rispondere per le rime a qualcuno che ti sta dicendo una baggianata tanto grande da meritarsi non solo una rima, ma una baciata carpiata in endecasillabi senza la vocale A. Da far l’Eco a Queneau nel fior fiore (ovviamente, blu) della forma.
È non rispondere più a chi ti scrive solo per infilarti – tronfio as usual- la solita lama, ormai spuntata come quella di Enrico V (che forse era un ottavo) all’ultima delle sue pagine, o ci prova.
È aprirsi al Bello, donarsi al Buono, regalarsi (interi) all’Intelligente, al Comprensivo, Divertente, Saggio (come Gandalf) e Forte (come TigerMan).
È sapere che se il passato è passato e del doman non v’è certezza, è oggi, è adesso, subito, immediatamente, il momento giusto per essere felici.

PUBBLICITÀ INGANNEVOLE versus SII TE STESSO (che l’è mei).

PUBBLICITÀ INGANNEVOLE versus SII TE STESSO (che l’è mei).



Che tu sia gazzella o tritone, allo start-up di ogni new-co-relation, i partner ti sembran sempre perfetti e ti dici “certo che un Adelmo (o un’Isotta) così non pensavo esistesse, non su questo pianeta per lo meno”.

Dicono cose interessanti, svelano dettagli accattivanti e politically correct. Sono smart, sono clever, sono easy ma chic e sono dannatamente affascinanti.
Di loro sai poco. E quel poco che sai ti piace tutto.
Poi.
Ci esci ancora.
E ancora. E magari ancora.
E sera dopo sera, com’è come non é, iniziano a piacerti un po’ meno…

Li ascolti, li guardi, li osservi e ti vien su il sopracciglio mentre ti chiedi “maPerché?”.

Semplice.
Perché nell’incipit di ogni relazione, l’ 80% dei bipedi – umani, umanoidi, gallinacei e altri volatili in genere  – non parla affatto di sé, ma da voce alle proprie proiezioni. Come dire: “col cavolo che ti racconto chi sono sul serio.”

Il problema, quello alla fonte del 90% dei misunderstanding relazionali, é che mentre l’80% si ridisegna piallando le proprie turbe, photoshoppando il 96,4% delle zone d’ombra, gonfiando il gonfiabile e bufalando il bufalabile,  il restante 20% del pianeta, credendo che sia normale essere spontanei, si smutanda sul serio e prende per buono/oro colato quello che si sente raccontare.

Se la verità è: “non ho ancora trovato una in grado di farmi davvero perdere la testa e se l’ho trovata non è andata bene comunque”, LA MINORANZA SMUTANDATA SVELA: sono single perché sono un po’ stronzo, no dai, non diciamo stronzo, però esigente e al MALEACCOMPAGNATO preferisco il MEGLIOSOLO”.
LA MASSA di BUFALATORI, invece di raccontare tutta la verità e nient’altro che la verità, ci infila una ritoccatina qui e una lì, e due tonnellate o tre di polvere mitizzante per guarnire: il Traditore seriale – sgamato e mollato dalla moglie –  si ripropone come Tradito (“ho cominciato a tradirla 1 anno dopo il matrimonio, ma sapessi come ci son rimasto male quando l’ho cuccata a flirtare online”), Abbandonato e taaanto bisognoso d’affetto. La Fanta-Iena- più acida di un belgioioso e premurosa come un cobra- si disegna tenera, materna e pronta a prendersi cura di te.

E mentre i Revisionisti si gonfiano d’orgoglio nel sentirsi (da sé medesimi) raccontarsi con cotanta arguzia, gli Smutandati s’infilano nella trappola a piè pari, salvo poi ricredersi una volta aperti gli occhi, giusto in tempo per venire tacciati d’assoluta incoerenza.

Maccome? Ti ho detto che sono nata con le meches, il carattere di Madre Teresa e son cresciuta a pane e Orsoline e tu te ne salti fuori che ho la ricrescita, impreco come uno scaricatore ai semafori e taglio la strada alle vecchiette?…ingrato! Con tutta la fatica che ho fatto per piacerti…”

E quindi? Come la mettiamo?

Bah.
Si potrebbe tentare di non esagerare con la pialla, per esempio. Di non andarci pesante con i ritocchi.

…Sì ok, lo so che non si può dire tutto-tutto subito, ma tra il non dire T.T.S.  e il reinventarsi di sana pianta ci sarà pure una via di mezzo, no?

E ricordarsi magari che un super spot (di quelli ben studiati e dannatamente lontani dalla realtà) magari alza i volumi dei nuovi clienti, ma non ne permette la fidelizzazione.

Se compri un prosciutto promosso come super soffice e scartandolo la prima volta ti accorgi che è duro come il marmo, che il colore che vedevi era quello del cellophane per alimenti e che sa di carta-forno salata, col piffero che lo ricompri di nuovo.

E –on the other hand – tocca anche farsi un pochino furbi, alle volte. Tipo che se compri un detersivo che promette prima di entrare da solo in lavatrice e poi anche di convincere i capi colorati ad uscire dal cestello dei bianchi, forse-forse è meglio che tu smetta di mangiare pane e naif per colazione,  scenda da Pandora e ritorni qui con noi, su questo pianeta, no?

Ciò detto, la pubblicità è ingannevole. Per default. E quella comparativa non funziona. Ma esiste. E tocca farci i conti, come con un paio di altre cosette in questo mondo popolato da 5 miliardi di ladri di polli e 1 di gallinacei.

E come direbbero nelle lande di PU (pesaro-furbino): ‘at salut.