The tiny man/ il maschio minuscolo

The tiny man/ il maschio minuscolo

Il maschio minuscolo ha un ego grandissimo.

Sa di essere piacente e la percezione che ha di sé, suffragata da un perenne stuolo di fagiane in amore al seguito, lo rende simpatico come una missiva Esatri: è così pieno di sé, il maschiominuscolo e certo delle proprie doti da non applicarvicisi nemmeno più. Che non serve.
Perché -del resto – far fatica a far qualcosa di cui già tutte parlano bene?
Con tutte quelle referenze e la baldanza e la tracotanza che lo disegnano come il non plus ultra da Cocconato d’Asti  a Rio de Janeiro, il maschiominuscolo, per definizione, non si sbatte.
E anche quando si sbatte, si sbatte per poco. Mai fino in fondo. E – assolutamente- mai senza un fine.

Ha tendenzialmente un allure da bravo ragazzo (o brav’uomo, a seconda della collocazione secolare del genetliaco e in via inversamente proporzionale alle di lui potenzialità economiche) e un aspetto -di primo acchito – innocuo.

Lui non lo sa (e nemmeno ci crederebbe mai), ma chi lo vede per la prima volta, non si rende conto di essere di fronte ad un adone, ad un capolavoro della razza umana, all’opera omnia della creazione molecolare e alla sublimazione, fatta carne e sangue, della virilità. Non lo sa e appena comincia a rendersi conto che lui invece ci crede, chi lo incontra, al pronti-via, azzarda perfino spallucce.

Lui è bello. Bellissimo. Intelligente. Intelligentissimo. Colto. Laureato (laureatissimo). Con tanti master quanti sono i capelli che si sta strappando Giannino.
Lui è forte. Aitante, prestante, sicuro, mai stanco, mai triste, mai stufo.
E simpaticissimo. Non ha amici (non reggerebbero il confronto), ma è socievole. Socievolissimo.

El diminuto macho,  come un venditore anni Ottanta di biancheria porta a porta (sciupa-femmine e straccia-mutande), infila il piede oltre lo stipite, si stravacca in ampi e calorosi sorrisi e si infila in casa, in cucina, al tavolo davanti al caffè appena fatto, e in camera, dentro agli armadi, sotto le lenzuola profumate e nella vita dell’incauta Signora che poco prima nemmeno voleva andarci, al citofono. E poi non voleva aprire. E di certo non farlo entrare.

The tiny man (so cute, so poisonous), entra per vendere ed incassare. E una volta venduto ed incassato, passa oltre (per altro certo di aver legato a sé, per sempre, l’infausto destino e le memorie e il desiderio della ormai disillusa Massaia sull’uscio).
Passa oltre, sì. Alla porta accanto, là dove un’altra, ignara e dapprima magari pure disincantata e cauta Signora, alla fine, suo malgrado, aprirà.

Ci crede davvero, lui e pensa di poterci tornare, a quel civico lì, al primo del quartiere, once in a while, nei suoi giri in zona, ma non sa, che nel frattempo, un nanosecondo dopo aver blindato la blindata, la Signora non solo è passata oltre, ma canta di nuovo, come un usignolo al sole.

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