IL PRIMO IMBUTO NON SI SCORDA MAI

IL PRIMO IMBUTO NON SI SCORDA MAI

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Il primo amore non si scorda mai. 
Già. Lo sentiamo da una vita, no? 
Ce lo insegnano già alle elementari, di pari passo alla tabellina del cinque e a scienza-coscienza e usciere. E dopo averlo sentito in tutte le salse e in tutte le lingue (e averlo addirittura sentito cantare niente-po-po-di-meno-che da Gigi D’Alessio), il ritornello l’abbiamo imparato per bene. Quindi si sa, tocca lasciarlo lì, nella credenza kriogenizzata dei nostri migliori e più photoshoppati ricordi. 
Ma per quanto resti lì a fermentare, insieme all’immagine di noi in un paio di diesel taglia 26 a vita bassa – o di levis a zampa, poco importa -il print-screen del primo innamoramento di rado è davvero pericoloso. Per lo meno non lo è quanto il primo Imbuto.
Già: IMBUTO. E no, non è colpa del secondo mojito della serata, o dell’annebbiamento neuronico pre-ferie: avete letto benissimo. Io ho scritto IMBUTO e voi avete letto IMBUTO. Non fa una grinza, vero?
Il primo Imbuto, in effetti, è – a prescindere dal sesso – quel personaggio che di primo acchito vi si presenta in discesa, con un entrata invitante e tutto un corollario di ampie vedute e pressoché infinite possibilità. Come dire: visto così, su due piedi e con la prospettiva giusta, pare proprio l’elemento di cui eravate alla ricerca da un sacco di  aaaaanni. Vi piace alla vista, vi piace al tatto, all’udito e al solo sentire il suo nome o immaginare il suo volto vi si scatena l’ormone, quello marrano. 

Parte largo, parte facile, e parte così bene che quando il giro inizia a stringersi non ci credete nemmeno. Del resto, pensate, la differenza tra un anello e l’altro, tra ieri e oggi, è così minima da essere praticamente impercettibile. Alla seconda fettina sottile sottile di peggioramento, e alla terza, alla quarta e alle successive enne, la menata è che la solfa dell’impercettibilità, in poche parole e detto alla francese, vi fotte. E, proprio per il delta infinitesimale tra uno status e l’altro, lo fa in maniera tanto subdola che nemmeno foste preparati riuscireste ad accorgervene. Eppure. Qualcosa non torna. Ripensando all’ingresso (ricordate? largo, facile, fichissimo, no?), ora vi pare – come dire- di avere sempre meno spazio. Le pareti si stringono. L’aria scarseggia. Il respiro comincia a farsi affannato e i battiti – tum dopo tum dopo tum – iniziano a salire.
E la situazione continua sia pure piano piano a peggiorare fino a farvi, coscientemente o meno, volontariamente o dietro cortese invito, uscire di scena.
E qui entra in gioco photoshop. Che ritocca tutto: i fantafichissimi VIP, le masse normodotate, i politici sotto-sviluppati e pure i pomodori accasciati e le banane flaccide. Tutto, inesorabilmente. Ma se è facile rendersi conto di una mega bufala sulla pelle da dodicenne siamese che sfoggia una Demi Moore (più giovane e fresca del suo toy-boy a lunga conservazione Ashton-sia-lodato-il-cielo-Kusher), non lo è altrettanto riconoscerne l’azione sulla propria memoria cache. I nostri ricordi dell’IMBUTO all’allontanarsi dell’oggetto ne confonderanno i confini espandendoli fin oltre i bordi d’origine.

Quindi?
Se c’è un IMBUTO nel vostro server neurale, se potete resettatelo, altrimenti barattatelo con un nuovo attrezzo. O ancora, se non ce la fate a barattarlo, intasatelo: prima o poi, qualche benedetto programma di autopulizia cancellerà i vecchi file per far posto ai nuovi.

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