Tipi di maschio: IL FIGATELICO

Tipi di maschio: IL FIGATELICO

Il filatelico colleziona francobolli.
Il figatelico, passere.


L’uno va in brodo di giuggiole per un Gronchi rosa e usa Domopak, pinzette e raccoglitori in pelle, l’altro si emoziona per qualunque femmina in grado di galvanizzarne l’ego e manovra i propri pezzi a gran sorrisi, goldoni e serate romantiche.


Il filatelico si appassiona pian piano al collezionismo e la sua passione può crescere con gli anni o rimanere ad un livello dilettantistico. Il figatelico no, lui è un professionista per default.


Quasi sempre il filatelico lo è per caso. Il figatelico per nascita e DNA.


La figatelia non s’impara, e non si contrae. Non è un virus, né una patologia. E non è nemmeno un peccato. Non nel senso cattobenpensante del termine.


La figatelia è un dramma. Che colpisce senza preavviso e senza rimedio. Si insinua nelle spirali del dna e si perpetua – random – da un maschio all’altro, alle volte saltando due-tre generazioni e ripresentandosi a distanza di decenni, in linea diretta, indiretta e pure trasversale.


Uno figatelico ci nasce. E per tutta la vita, fino all’ultimo dei suoi respiri, è costretto a convivere con quella che parte come una predisposizione naturale e si trasforma in una delle più insidiose e striscianti delle fenomenologie legate al cromosoma Xy.


La figatelia, oltre ad essere genetica, è spesso degenerativa: con l’avanzare degli anni il morbo si trasforma ed evolve da tollerabile e motivata passione a sfrenato fanatismo.


Se il liceale erotomane ci strappa una risata condiscendente, e l’universitario arrapato ci ruba un sorriso d’intesa, con il tempo la situazione peggiora.


Il quarantenne ci fa scuotere il capo, il ragazzo degli anni ‘50 circondato da teneri fiorellini esotici ci turba, e l’ottuagenario in età da badanti e amplifon abbarbicato a uno stormo di escort migratrici, ci repelle e ci schifa (specie quando siamo costretti ad assistere a dei siparietti a reti unificate che potrebbero – se non altro – restare privati).


Ogni mattina il figatelico si sveglia e ha fame. E non di pane burro e marmellata. E non fame e basta, ma fanta-fame. Di quella che attorciglia i visceri e fa urlare lo stomaco. E soffre. Pur riuscendo, nel corso degli anni, a sviluppare un’abilità straordinaria nel placare lo stimolo, il figatelico non è mai pago. Vaga perennemente insoddisfatto da una vittima all’altra. Al posto del plesso solare ha un server di back up dell’ego in costante riserva d’energia.


Il figatelico è un rapace e come tale deve sfogare il proprio istinto predatorio. Quando trova una preda, se ne ciba a piene mani, succhiandone l’anima fino al midollo, come fosse un ossobuco con il risotto e poi la risputa a terra, pronto per un’altra portata.


Se non può sfoggiare il proprio fascino, se non ha nessuna da affascinare, sorprendere, e conquistare con le proprie prodezze, il figatelico entra in modalità risparmio energetico, poi va in stand-by e in fine si arresta e muore.


Il figatelico non parla per dire qualcosa (se parlasse, rischierebbe di non avere altri argomenti oltre al proprio passer-folio) Se parla, lo fa per sedurre. È una sirena col pisello, un conquistadores del triangolo, un raccoglitore di tanga e un professional hunter a caccia di fagiane.


Lo riconosci al volo. Mentre fa il filo a te, lo cucchi a flirtare con ogni Petunia, Ibiscus e Cactus femmina nel suo raggio d’azione. A lui piacciono tutte. e tanto. Non bada alla forma del tempio, ne alla sua dimensione: mira al sancta sanctorum e che sia bionda, mora, rossa o verde, alta, nana tutta tana, non ha alcuna importanza.


Se potesse rinascerebbe sultano (o magari premier: stessi privilegi, senza divieti su vino e salame).


Ma il figatelico non è un mostro, né un vampiro (con tutto il rispetto per la categoria). Solo un uomo malato di un morbo incurabile. E non va ghettizzato, deriso o insultato per la propria malformazione. Basta tenerlo a debita distanza (e magari non votato, alle volte, se fosse possibile …)
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