IL LUPO

IL LUPO


Era alto.
(Come tutti gli uomini di Wum).
Era grosso (più che mai), bello come il sole e gigione come pochi. Ci incontrammo per la prima volta alla presentazione di un libro. Io ero vestita come cappuccetto rosso e lui aveva due occhi da lupo. Promisi di chiamarlo e di andarlo a trovare nel giro di pochi giorni. Invece sparii, prigioniera di brifing, miiting e cross selling a raffica. Io sparii e – come previsto (meditate signore, meditate)– lui comparve sui miei schermi.


Timido e morigerato (tra le tre righe da lui scritte sul tempo e il traffico lessi: perché non mi hai ancora scritto? Chiamato? Portato a letto?). Il primo appuntamento fu da manuale. Lui seduttore galante, io sedotta e schiva. Il secondo pure e così via fino al settimo, o forse all’ottavo.


Poi. Una sera. Mi venne a prendere.
Io salii in macchina. Ci salutammo con un castissimo bacio e stavamo per iniziare la nostra settima –o ottava- gran soiree quando. Alla faccia del tempismo. Il monitor della sua tedesca, in simbiosi con il black berry appoggiato sul cruscotto, si mise a lampeggiare.
Lui sbiancò. E poi disse “non rispondo, richiamo dopo”. Poi ci ripensò e disse “no-no, rispondo, devo rispondere, mi perdoni vero, non potrei non rispondere alla mia signora, ti pare?”.


“alla mia signora?” cosa sei ? pazzo? E me lo dici così? Dopo che ti sei dichiarato libero, dopo che hai gigioneggiato con me per due mesi? E mi dici anche “mi perdoni?!!!


Altro che perdonarti. Adesso mi sfilo le perle e ti ci strozzo, non prima di averti fatto soffocare in quel decolleté che guardi con tanta avidità e con il quale-lo sai-oooh se lo sai– da adesso non avrai mai l’opportunità di intavolare uno straccio di discorso!


Per farla breve, che se no vi annoio, lui fece la sua telefonata, mentre io immaginavo il modo più doloroso per mettere fine alla vita dell’ennesimo  elusore-di-relazioni-in-itinere  …


Poi andammo a cena in uno dei posti più chic della città (che io- per inciso -detestavo). E ancora prima che arrivasse l’aperitivo, gli feci sapere che non ci sarebbe più stata trippa per gatti.


La serata proseguì in un locale a-la-page e finì con due bacetti da terza elementare e un suo “a presto”. Credevo non l’avrei più rivisto. E invece ci incontrammo di nuovo, un sacco di volte. Io andavo a un vernissage di un fotografo cieco e lo trovavo lì. Mi infilavo in un’inaugurazione e lo trovavo sulla porta. Partecipavo a una cena di commercialisti – o di crocerossine in pensione – e lui c’era. E quando non c’era, continuavano i contatti.


Poi. Dopo millemila occasioni “comuni”, accettai un suo invito a cena. E –com’è come non è- vista la tensione e gli sguardi e gli ammiccamenti reciproci, presi coraggio e gli feci la domanda: scusa se mi permetto, ma visto che fai il filo a me, mi permetto eccome: Sei innamorato?”


Silenzio.


– Quindi? Te la riformulo o l’hai colta al primo colpo?


– … non so.


– ecco. Guarda. A casa mia “non so” non è il massimo come risposta. Quando sono innamorata io, e me lo chiedono, non mi trattengo. Ma anche pensando a qualcuno un po’ meno entusiasta della sottoscritta, ti giuro che “non so” equivale a “non credo” e che “non credo”, a cotanta question equivale a “NIENT’AFFATTO”.


Dalla sua accettazione del nient’affatto alla turbolenta notte che segnò l’inizio della più chimica delle mie relazioni, passarono altri quattro o cinque incontri, un paio di cene e qualche caffè. Poi una sera il lupo disse a cappuccetto rosso che aveva lasciato la nonna ed era pronto per affrontare la foresta.


Vedersi era davvero difficile (professionalmente molto impegnato lui. Oberata di lavoro io). Ma fu molto bello. Straordinariamente intenso, morbido nei tempi (I love “relazioni a distanza”), scevro da complicazioni e richieste inopportune ( vedi post in tema ).


Finché Wum, vista calare la tensione, fece un’analisi degli scostamenti e con un nodo in gola, fece zapping sul proprio telecomando emotivo.


Cosa mi piaceva?
Tutto.
Cosa non mi piaceva?
Forse niente. Ma non ero pronta per scoprirlo.

;))

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