Come riconoscere una #donna BIPOLARE

Come riconoscere una #donna BIPOLARE

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Lunedì è Barbie Santa Lucia*, (tripla) aureola, lentiggini e piedi nudi: dolce come un tiramisù, ti riempie di messaggini e cuoricini, fino a superare il troppo.

Martedì è Marion, AKA la Signora Cunningham: ti cucina il gulasch (ad agosto?) e ti stira le camice.

Mercoledì non ti risponde e tu pensi sia stata inghiottita dalla lavatrice. Giovedì ricompare, vestita da manager, tutta seria e super cinica.

Venerdì esce con le amiche e fino al sabato pomeriggio si dimentica di farti sapere se e quando è tornata a casa.

Sabato è Kill Billy e vuole andare all’IKEA e poi all’iper.

Domenica, invece, decide di ispezionare il centro commerciale metro quadro per metro quadro, che non ha più niente da mettersi e fanculo al gran premio, che tanto c’è sempre – dice lei.

Se stai uscendo con una così (o simile) e a un certo punto ti chiedi se sia o meno bipolare, questo post risolverà tutti i tuoi dubbi.

In fisica,  la parola polarità si usa per descrivere la proprietà posseduta da determinati enti fisici di accumularsi nei poli di un corpo. Una pila è polare perché i suoi poli si vedono (grazie alla stampa serigrafica o digitale del più e del meno sui due lati). Una pila, in un certo senso, è bipolare per definizione. Nasce così. Non occorre studiarla, verificarne i sintomi a botte da min. 80 euro/ora: come la compri e la scarti (facendo attenzione a non tagliarti con la plastica-assassina della confezione), già lo sai. Di qua c’è il polo positivo, di là l’altro. Per farla funzionare, basta metterla nel verso giusto: più con meno e meno con più. E poi di poli ce ne sono due, mica mille.

Con gli esseri umani le cose si complicano un tantino. Con gli esseri umani di genere femminile, da morire.

Per riconoscere/contare i poli di una signora, la strada è lunga e per arrivare a una meta comunque incerta, ti possono servire almeno un paio di lustri, se sei sveglio, di più se non lo sei. Di meno solo se  sei un fulmine.

Conviene partire al contrario, ovvero cercando di escludere i sintomi di un’eventuale bipolarità.

bipolare ficology

Parti dall’età della pulzella e sappi che secondo il Ministero della Salute “di solito il primo episodio del disturbo si sviluppa nella tarda adolescenza o nella prima età adulta (19-29 anni), per poi presentarsi più o meno frequentemente nel corso dell’intero arco di vita. 

Poi considera che alcune signore over sessanta, già in menopausa da mo’, non risultano ancora uscite dall’adolescenza.

Ciò detto, passa oltre e rispondi alle seguenti 10 domande:

  1. Cambia spesso umore e le variazioni durano cinque sei giorni cad?
  2. Tende a lasciare “i compiti” a metà?
  3. Ha fame in momenti in cui tu ritieni non dovrebbe averne?
  4. Diventa improvvisamente irritabile?
  5. Parla velocemente?
  6. Riferisce problemi sul o al lavoro?
  7. Temi abusi di sostanze stupefacenti (cioccolato e shopping SONO nella lista)?
  8. Credi abbia troppa autostima? E subito dopo troppo poca?
  9. Le sue abitudini riguardo al sonno sono cambiate?
  10.  A volte non riesce a concentrarsi?

Se hai risposto sì a più di sette domande, la donna che stai frequentando non è bipolare, ma è una donna. PUNTO. Chiaro, no?

Viceversa, fossi in te, caso mai non l’avessi ancora appurato e t’interessasse, farei una verifica in zona fascia protetta. Se ci trovi un grosso clitoride, tipo da una spanna, puoi rallegrarti con te stesso perché l’indagine effettuata ha avuto successo: la persona con cui stai uscendo non è detto sia bipolare ma è certo non sia donna. E no, non per il “grosso clitoride”, ma perché una donna che non cambi umore spesso (punto uno), che non si stufi in fretta (2), che non abbia fame in momenti strani (3), che non diventi improvvisamente -e inspiegabilmente – irritabile (4), … che non (dai, sul serio, devo continuare?!), non è una donna.

Se sei arrivato fino a qui senza esserti accorto che la descrizione iniziale non a niente a che vedere con una bipolare donna, e se quella con cui stai uscendo tu le somiglia, allora il consiglio di #Ficology è di smetterla con le indagini su di lei e cominciare a farti un paio di domande sul tuo karma.

Cos’hai fatto, nelle vite passate, per meritarti una così?


What else?

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(un uomo in casa:) IL FURIO DIFFERENZIATORE: quando l’Ordine travalica il BuonSenso.

(un uomo in casa:) IL FURIO DIFFERENZIATORE: quando l’Ordine travalica il BuonSenso.

Facendone scempio.

Se ti capita (che di rado si sceglie) in casa, o nei dintorni, un FurioDifferenziatore, modello urbano di ex-single tutto fare, e fino a ieri ti ritenevi normo-ordinata, sappi che oggi ti toccherà cambiare idea: se pensavi che avere un cassetto per le magliette, due per i maglioni e tre ante per le borse fosse un buon livello di archiviazione domestica, vivendo con l’EffeDì, imparerai presto come il razzismo – bel lungi dall’estinzione post secessione americana- possa travalicare le mura domestiche facendo in modo che  i bianchi vadano con i bianchi, che i neri stiano per i fatti loro e gli altri colori pure, dentro e fuori dalla lavatrice; scoprirai come un calzino non stirato – per quanto egregiamente appallottolato fino a dargli una parvenza di piega – rappresenti un insulto all’evoluzione della specie e ti stupirai apprendendo come l’uso dell’aspirapolvere meriti la stessa frequenza/costanza/dedizione di spazzolino, filo interdentale e colluttorio antiplacca.  
Furio si alza (anzi: salta fuori dal letto) e mentre ancora tu ravani per posticipare la sveglia e sei lì che dici mmmh buonhrioormmohmmm fasciamo scinque minuti di mmmm, lui è già sotto la doccia e nel frattempo ti ha aperto le finestre (tutte) e ribaltato il piumone. Che poi deve rifare il letto. O si smaterializza.
Furio è veloce, efficiente, maniaco dell’ordine e spietato killer dei microbi. Tu no. Tu vivi. E tolleri – suo malgrado – l’intollerabile.
Se lasci un cassetto aperto, poi, lui somatizza. E se somatizza, sta male e se sta male, è colpa tua.
Prima di lui, tu passavi l’aspirapolvere due volte la settimana. Lui tre. Al giorno.
Nel tuo lontano e felice vissuto ante Furio, hai sbrinato il frigo una volta. In due anni. Lui lo deve fare/esige sia fatto una volta al mese. Con aceto, viakal e soda caustica, che non si sa mai ci si sia stabilita una famiglia di nano-necromongers.
Senza di lui il CIF ti durava più di un mese. Con lui, meno di una settimana.
Da sola avevi uno stipetto per i detersivi. Che ora hanno un’intera parete attrezzata in quello che era l’armadio per la biancheria, migrata al posto delle borse, spiaccicate e spiegazzate in un angolo sotto i vestiti.
Prima. Tu facevi solo la doccia. Poi uscivi, ti asciugavi (mica sempre) e a volte, in vena di follie, ti mettevi un filo di crema. Ora no. Ora fai la doccia e poi, attenta a non far cadere nemmeno una goccia, ti sporgi per prendere il panno e asciughi. I vetri. Ché se no si fa il calcare.
Lavi i denti e asciughi il lavandino. Bevi il caffè e hai già lavato la tazza, immediatamente riposta.
Scoli la pasta e disinfetti la pentola, subito. Senza indugio. O potrebbe esplodere.
Hai smesso anche di sognare, di notte. Perché i sogni ti facevano muovere troppo e muovendoti troppo spiegazzavi le lenzuola. Che poi avresti dovuto cambiare il giorno dopo (non vorrai dormire in un letto così vero???). E lavare a novanta gradi nemmeno avessi l’ebola.
Tu differenziavi, raccogliendo i giornali e il vetro ed evitando la tentazione di buttare – con l’alibi della fretta,  o del freddo e magari pure quello della pioggia-  i tre sacchetti nello stesso cassonetto. Lui non solo differenzia, ma controlla il contenuto della  spazzatura in cerca d’intrusi. E poi urla. Sentenzia. E (“Ah ha! Lo sapevo!!!”) scomunica.
Prima di lui, possedevi una casa la cui manutenzione ti impegnava un massimo di otto ore settimana (stiro incluso) con un discreto roi. 
Ora, con lui, la manutenzione ti possiede e le ore-uomo impiegate per la medesima, buttato il roi nel cesso e asciugato il bordo,  ti fanno sognare di incontrare un ipovedente. 
Magari muto. 
Che non possa, mai, in nessun caso, trovare una briciola scappata dal cestino del pane al ripiano della credenza, una grinza su un lenzuolo o una lattina nel buzzico sbagliato. 
E men che meno lamentarsi.
(un uomo in casa:) NUOVO DI ZECCA, ANCORA INCARTATO.

(un uomo in casa:) NUOVO DI ZECCA, ANCORA INCARTATO.

Se ti metti con un Adalberto che prima di te non s’è mai spostato dalla casa dei suoi, dopo aver passato trenta e passa anni della sua vita chiedendo alla propria madre dove fossero i calzini blu e le mutande grigie non è che poi, aperto un mutuo o firmato un contratto 4+4 e iniziata una convivenza, tu ti possa aspettare granché.

Nella migliore delle ipotesi, immaginandocelo straordinariamente contemporaneo, proverà dapprima a collaborare. 
Commuovendoti.
“non voglio che tu lo faccia da sola. Insegnami amore, che così ti aiuto”
(Sapevo che c’eri. Ti amo. Sì. Ti amo e sei l’uomo della mia vita.)
Poi si renderà conto di essere inadeguato.
-“amore, se metto tutto dentro va bene?”
-“in linea di massima, sì, Adalberto, poi dipende da cosa vuoi mettere dentro e dove”
-“ho messo in lavatrice tutte le camice azzurre”
-“bravo. E poi? Cos’altro, amore?”
-“la tovaglia viola, l’accappatoio marrone e già che c’ero la tua giacca bianca di Ralph Lauren”
 E banalmente smetterà di provarci, preferendo non deludere ulteriormente le tue – peraltro precarie- aspettative.
“la spesa vai tu a farla, amore, che poi lo sai che io sbaglio sempre yogurt”.
Per tornare infine a chiedere a te, seccato e con un decibel in più ad ogni nuovo plenilunio, dove siano i jeans che pensava di mettere e che siccome non hai ancora lavato anche se nel cesto ci stavano già dall’altro ieri, lui (ma pensa!) non riesce a trovare.
L’importanza di chiamarsi Ernesto. PRIMO TEMPO: IL LOOK

L’importanza di chiamarsi Ernesto. PRIMO TEMPO: IL LOOK

Sì, Ernesto, e non Paola, Matilde o Guendalina.

Già. Perché – PUNTO NUMERO UNO – Ernesto, casomai gli si sganciasse un bottone, al massimo passerebbe per tamarro, certo non per un’adescatore a cottimo.

Se poi Ernesto non fosse un cesso – PUNTO NUMERO DUE -ma diciamo giusto un cicinin’ sopra l’ascissa della mediocrità, non dovrebbe sputar sangue per dimostrare di avere più di quattro neuroni quattro.

PUNTO NUMERO TRE: Ernesto non dovrebbe sbattersi più di tanto per decidere cosa mettersi per andare al lavoro. Quattro abiti grigi e quattro blu, magari un gessato sobrio qua e là per stagione, et voilà: il gioco è fatto.

Ernesto apre l’armadio, prende una delle quindici camice azzurre con le iniziali, uno degli abiti in fresco di lana, uno dei trenta calzini blu un paio di scarpe di buona fattura e fine della menata.

Guendalina invece no.
Guendalina (o MariaPaola, o Matilde o Luisella) deve sapere che se ha un ruolo di prestigio (o wanna-be tale) innanzitutto le toccano i tacchi.
E alti, pure, che le ballere fan segretaria, i mocassini casalinga dedita al golf e il tacco otto, con buona pace delle mie Ferragamo, il tacco otto, dicevo, quello tanto raccomandato dall’associazione per la prevenzione delle callosità e dal comitato riunito contro la sciatalgia precoce, fa amministrativa e un po’ maestrina.
Il tacco 12 fa male, quello 10 pure, ma un pelo meno e ce la si fa.
Oltre i tacchi servono completi pantalone da mixare e shakerare in attesa che la giacca blu, il pantalone grigio e il tubino beige tornino dalla lavanderia (leggi che lei trovi il tempo per andare a ritirare il tutto), camice abbastanza strette per essere infilate dentro i tailleurini e abbastanza lunghe perché non le scopran le reni mentre si sbraccia sulla scrivania spiegando i suoi percome e perdavvero al suo pubblico, mettendo in evidenza un periglioso perizoma sul perimetro sud o mentre cerca di raccogliere, contorcendosi, un A4 sfuggito dalla di lei borsa senza dare (troppo, per lo meno) spettacolo.
Guendalina ha il suo bel da fare nella scelta della mize diurna: dev’essere elegante, ma sobria, sexy (che aiuta) ma non troppo (che distrugge) e il tutto deve rientrare in una parvenza di comodità per far sembrare che in quel che indossa stia davvero a suo agio. Un fantastico tubino al ginocchio, di quelli tipo Angelina in Mr & Mrs Smith, fa davvero una gran figura (potendoselo permettere) a patto che la strettitutine del suddetto non costringa a camminare a passettini modello made in China certificato.
Dicevamo, tacchi (sempre), eleganza sostenibile (anti rotture inaspettate) e un briciolo di tette (avendone) fino al limite del tollerabile.
Per sapere quando una scollatura è troppo, aiuta, ad esempio, domandarsi: ci andresti così ai colloqui di tuo figlio? (facendo finta che tu non stia puntando il profe). O a trovare la tua maestra-suora delle elementari?
Se la risposta è “sì”, oppure “più o meno”, o anche “beh magari con una sciarpina”, allora metti la sciarpina e sei apposto. Se la risposta è no, cara Guendalin’- con le tette al vento – cambia camicia. Se non ne hai più e quella è l’ultima, cambia reggiseno (toglere il push up, mica sempre, ma alle volte aiuta).
fine primo tempo.
Guendalina si ritira e va a stirare.
(eccerto, lei stira o fa finta, Ernesto no.)

MITI CHE CROLLANO E VELINE IN LUTTO

MITI CHE CROLLANO E VELINE IN LUTTO

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Era facile, ieri, quando il calcio aveva delle regole, quando – ascoltando un’intervista- anche alla meno vivace delle penne, arrivavano pacchi e ciuffi di spunti su cui ricamare, spettegolare e colpire. Lo stereotipo ci era familiare, lo conoscevamo, di lui ci potevamo fidare e sapevamo che non ci avrebbe tradito.  Era facile, allora, sparare a zero sull’inadeguatezza lessicale di uno dei player sul e vicino al campo, sui congiuntivi al salto, sui condizionali a orecchio e sui sinonimi ad minchiam. “Se quel palo sarebbe andato in goal..” (Rizzitelli, attaccante)
“Io credo che gli Europei sono una cosa mondiale” – Stefano Tacconi. La sintassi creativa e le coniugazioni visionarie erano di casa. Ieri. Sì.

Per quanto ci ricorderemo il Trap che tuonava: “Sia chiaro però che questo discorso resta circonciso tra noi”?
O Boskov, il cugino di Lapalisse, che spiegava: “Per vincere partita bisogna fare più gol.”
O il caro Totò, scultura mancata che si lamentava di non avere un fisico da bronzo di Rialto.
… O ancora: “Non vorrei dare alito a delle polemiche” (Massaro, attaccante)
“Sono pienamente d’accordo a metà col mister” (Garzja, difensore)
Ecco. Per quanto? Per quanto ancora ce ne potremo ricordare, ribaltandoci dal ridere come cotolette nel pan grattato?
Mah.
Da oggi, che la diga è rotta, annegando lo stereotipo, il mito del calciatore analfabeta è stato scalfito. Per sempre.
È bastata una crepa, per farla saltare. È bastata una sala stampa con qualche giornalista, un po’ di flash e un calciatore crepifico (non male, a parte tutto) che si è espresso in tono pacato, usando locuzioni un pelo sopra il basico e coniugando a modino un verbo dopo l’altro, tra lo stupore dei giornalisti in sala e la sub-lussazione della mandibola della qui scrivente, come immaginerete, paralizzata per lo shock.
Mentre lui parlava, io, addolorata serva della crusca e fervida sostenitrice dello splendore della leggerezza dell’essere, non potevo fare a meno di pensare a quegli stuoli di povere veline in lutto, improvvisamente private della principale affinità elettiva con il branco dei calciatori.  Chissà che lacrime, e che urli, mi dicevo, immaginandole a strapparsi le extension per il dolore.
Morto il luogo comune del neurone asfittico in corpore sana e mutanda loggata, non ci resta che restare in ascolto volgendo la nostra attenzione non più sopra i palchetti, ma sotto, dalla parte dei microfoni. 
Si sa mai che arrivi, proprio come è capitato a me, un bel giornalista a chiedere, al nuovo acquisto: “dicci, XXX, cosa ti prefissi in questa nuova avventura?”
S’I FOSSE FOCO ARDEREI LO MONDO

S’I FOSSE FOCO ARDEREI LO MONDO





Se il Cecchino figlio di Angioliero (detto Solafica e già qua uno dovrebbe fare una riflessione) fosse stato foco, il mondo l’avrebbe arso.
Se Wum fosse stato maschio, ahinoi, sarebbe stato triste.
punto.


E.
Visto che Wum ha sempre la qwerty pronta a sparar sul sesso forte, per una volta una (ma non prendeteci il vizio), per una volta una – dicevo – nel mirino ci infiliamo le pulzelle.


Ha ah. 
Proprio loro, quelle con la gonna e quelle senza. 
Quelle basse (che nella botte piccola un par di palle) e quelle alte (mezza bellezza ibidem come sopra).
Quelle che ci mettono sei ore a decidere cosa mettersi. E altre tre per metterselo. 
Quelle che vanno in vacanza con la piastra. Quelle che a cinquant’anni non si pettinano che son selvagge dentro (e spettinate fuori). 


Quelle che “io il tanga non lo sopporto” e “le giarrettiere son per le maitresse” e poi fan scambio coppia con la stessa scioltezza con cui dicono al salumiere “lasci lasci”.


Quelle che abituano male i maschi. Che a furia di riceverla al pronti via ne han fatto un diritto. Consolidato per giunta.
Quelle che tiran su molluschi fatti a forma d’uomo. Quelle che OMMIODDIO GIANGUIDINO S’è SBUCCIATO UN DITINO ANDIAMO AL PRONTOSOCCORSINO.


Quelle che controllano il telefono del consorte barra compagno temendo di trovarci quel che lui potrebbe trovar nel proprio.


Quelle che  il Piergiovanni non lo mollano (SAI I BAMBINI SOFFRIREBBERO TROPPO) e son tanto indaffarate a far finta di essere indaffarate tra il Forte e Curma che se indaffarate dovessero esserlo per davvero si sfascerebbe il lifting.


Quelle che tiran tardi nei locali, a risucchiar mojiti e cuba libre e che se poi perdon la patente MA TI RENDI CONTO ‘STI STRONZI?
Quelle che puntano i carabinieri, i finanzini e i poliziotti e fan tre giri della rotonda per essere fermate.


Quelle che fanno le commesse in attesa di servire il pollo giusto. 
Quelle che un pollo non sanno nemmeno come sia fatto.
Quello che TRA ME E ASDRUBALE NON FUNZIONA MA SE SE NE VA POI LO SO CHE MI MANCA.


Quelle che DI CHE ASCENDENTE SEI? E poi dicono NOOOO NON CI CREDO MICA SAI AI SEGNI.
Quelle che trifolano di tutto dalla mattina alla sera e son sempre a dieta (ma solo a vista) e MA GUARDA TI GIURO CHE IO MANGIO POCHISSIMO. E anche quelle che mangiano. Ma pure loro solo a vista. E poi magari vomitano (mica lo pagano loro, il conto, no?).


Quelle che non si sono mai innamorate.
Quelle che lo sono a tratti, come il singhiozzo. Ma mai dello stesso.
Quelle che aspettano l’uomo giusto con cui costruire qualcosa (si chiama MURATORE, tesoruccio. E va via di malta e cazzuola che è un piacere).


Quelle che l’uomo giusto l’hanno incontrato e come lui niente e nessuno.
Quelle che hanno la verità in tasca (vicino alla Visa) e per quanto tu possa essere diverso, unico, speciale e molto-molto lontano da tutti quelli che l’hanno avvicinata prima, NIET. GIRA AL LARGO O SPARO.


Quelle che ci cascan sempre.
Quelle recidive.
Quelle isteriche.
Quelle COSA VUOL DIRE CHE ESCI CON I TUOI AMICI? E IO STASERA COSA FACCIO?
(uncinetto?)


InZomma.


S’i fossi omo, né delle giovani né delle leggiadre
mi curerei e anzi forse le accopperei,
ma i giovinotti tutti inseguirei
e nel confronto -il buon dio lo sa – non ci rimetterei.















La segretaria

La segretaria

… appena ricevuta via mail da un caro, carissimo amico, fonte anonima.




La segretaria
tratta dalla rubrica LETTERE AL DIRETTORE del “CORRIERE DELLA SERA”
Perché sono contrario all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.


Caro Direttore,
due settimane fa ho compiuto 42 anni.
La mattina del mio compleanno mi sono alzato ed ero un po’ giù di morale. Sono andato a fare
colazione sperando che mia moglie mi dicesse “Buon Compleanno!” e mi facesse una sorpresa dandomi un regalo. Invece mi ha detto solamente:”Buongiorno”.
I miei figli si sono seduti a tavola e l’unica cosa che mi hanno detto è stata: “Abbiamo bisogno di
un aumento della paghetta !”. Così sono andato a lavorare ancora più depresso.
Appena entrato in ufficio, però, la mia segretaria (25enne e carina) mi è venuta incontro esclamando: “Buon Compleanno!”.
Mi sono sentito subito meglio: per lo meno qualcuno se ne era ricordato!
Ho lavorato normalmente fino a mezzogiorno quando la segretaria mi ha chiamato proponendomi
di andare a mangiare insieme; ho accettato dicendole che era la proposta migliore che potesse farmi.
Abbiamo scelto un ristorante molto accogliente, abbiamo mangiato con calma e poi siamo andati da
un’altra parte a bere un drink.
È stato tutto molto bello e mentre tornavamo in ufficio la segretaria mi ha detto: “Visto che oggi è
un giorno speciale, perché anziché tornare subito al lavoro non andiamo a casa mia a rilassarci un po’?”.
Le ho risposto allibito che era un’ottima idea.
Appena entrati nel suo appartamento, lei mi ha detto: “Se non le dispiace desidererei mettermi
qualcosa di più comodo.” Io le ho risposto che non c’era alcun problema… e così se ne è andata in camera sua.
Dopo tre minuti ne è uscita …. con una grande torta di compleanno, seguita da mia moglie, dai
miei figli e dai miei amici con i quali cantava in coro: “Tanti auguri a te, tanti auguri a te!”, mentre io ero in piedi in mezzo al salotto, nudo, con addosso solo un paio di calzini corti.
Adesso mi dica:
Le sembra giusto che io non abbia la possibilità di licenziare quella testa di cazzo della mia segretaria?