9 motivi per uscire con uno scrittore

9 motivi per uscire con uno scrittore

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Se prima di uscire con uno scrittore, stai valutando pro e contro, molla la SWOT analysys e leggi qui.

Uscire con uno scrittore è SEMPRE una buona idea perché uno scrittore legge.

Serve andare avanti?

  1. Leggendo (tanto, di tutto, in continuazione) non resterà a corto di argomenti, avrà un sacco di cose fighe da raccontarti e saprà anche cosa consigliare a te.
  2. Uno scrittore – almeno perché tu lo definisca tale – si suppone sappia scrivere. Sapendo scrivere ti risparmierà da shock anafilattici alla vista di kappa infilate là dove NON dovrebbero stare MAI.
  3. Ti eviterà rush cutanei post congiuntivi ad minchiam.
  4. Potrà deliziarti con le parole giuste al momento giusto e farti pure ridere con quelle che deciderà scientemente di sbagliare.
  5. Lo scrittore difficilmente si trasforma in cozza: ha stuoli di fagiane adoranti ai suoi piedi. (Nota: se sei gelosa e pretendi monogamia, lascia stare: lo scrittore non fa per te)
  6. Se ami il sexting, ti darà soddisfazioni che nemmeno ti immagini.
  7. Se non lo ami, facile te lo faccia scoprire/ti faccia cambiare idea.
  8. Se non te lo fa scoprire e se si ritrae alle tue proposte, puoi sempre cambiare genere letterario.
  9. Lo scrittore per antonomasia è permaloso da morire. In quanto tale, si molla facile:
    1. Identifichi una penna che odia e di colpo ti metti a postare le sue citazioni.
    2. Gli dici che tu non leggi mai ma che non volevi deluderlo.
    3. Gli scrivi una poesia.
    4. Gli dici che vuoi uscire con Baricco.
    5. Gli confessi di non averlo mai letto o di non capire quello che scrive.
  1. Anche dopo averlo mollato, puoi riciclare i suoi messaggi (se non ci riesci, arruola un ghost).
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NUMERO SCONOSCIUTO.

NUMERO SCONOSCIUTO.

Potresti essere chiunque.
Potresti perfino aver sbagliato numero.
Potresti essere qualcuno che mi vuole bene, e vuole solo sentire la mia voce, ma non ha il coraggio di chiamarmi.
Potresti essere qualcuno che di bene non me ne vuole affatto. Ma non ha voglia di dirmelo.
O vuole spaventarmi.
O peggio.

Io non posso sapere cosa vuoi, né perché lo vuoi.
E nemmeno parlarti. Tu non parli a me, e io non parlo a te. Ho letto troppi thriller per non sapere cosa fare, e cosa no. E so che non si parla con qualcuno che non ti parla. Non sono un negoziatore, io, né un mentalist. Non ho poteri magici, né l’arte della persuasione, dalla mia.

Chiami da ieri, tu.
E se lo fai, avrai una buona ragione.
Non mi resta che aspettare, e leggere il libro fino alla fine, per vedere cosa succede.
Giusto?

La Signora Noncè

La Signora Noncè

La Signora Noncè portava un costume nero. Intero. Molto castigato. Nessun cappello e occhiali da sole con la montatura d’oro. Era sola. Morbidamente sdraiata sul lettino di vimini a bordo piscina, guardava i fiorellini viola del rosmarino tardivo, pensando all’improvviso e progressivo isolamento in cui, suo malgrado, si era avviata.

La solitudine e la singletudine non erano caso, ma pura ricerca. Semplice e ripetuta come il susseguirsi della notte al giorno.
La Signora Noncè, da quando aveva memoria, non aveva mai smesso di cercare la metà della mela per poi mangiarsela in un sol boccone e fuggire via, lontano dall’albero. Di mele, dal suo primo albero, quasi un ventennio fa, lei ne aveva guardate molte, assaggiate un discreto numero, portate a casa poche e conservate solo tre.

Della prima le restava un ricordo forte, ma lontano come gli anni dell’università.
Dalla seconda aveva ottenuto un magnifico germoglio e otto inverni di gelo.
Dalla terza, l’idea prima e la certezza poi, di non essere fatta per le mele, per i cestini formato famiglia, e per gli spot del Mulino Bianco.
Aveva, dai tempi del lavoro in ateneo, quando insegnava TQM, preso la curiosa abitudine di scrivere le proprie regole, facendone istruzioni chiare e dettagliate e dedicandosi, ogni tanto, al loro aggiornamento.
Ce n’era in particolare che le era stata subito scomoda. Fino al giorno del rosmarino, però, non le era nemmeno mai passato per la testa di cambiarla. Di non rispettarla. Di tradirla.
“Devo davvero pensarci bene”, si disse, “prima di mandare tutto a puttane”.
Si alzò e si fece una nuotata nella vasca gelida.

Non erano ancora le nove. E forse sarebbe piovuto.

Aveva dormito bene, la notte prima, ma il suo sonno era stato interrotto dall’ululato del pastore tedesco dei vicini. E con il sonno, un sogno che mentre nuotava tornava in mente, davanti agli occhi. E a se stessa.

Di là non posso, ma qui, cazzo, sì.

Di là non posso, ma qui, cazzo, sì.

I commenti sono liberi. Non moderati. Aperti.
Accetto di essere criticata, su quello che posto online (più di quanto non faccia dal vivo).
Il fatto di aver deciso di non moderare i commenti, tuttavia, se implica una totale (o quasi) accettazione di ciò che arriva, non significa che alcuni di loro non scatenino la furia assassina che cova sotto le dita delle mie bianche mani da Isotta della rete.
Quello che proprio non sopporto e che m’innesca come il timer di un’atomica, è chi grufola per il solo piacere di farlo. Chi critica a vanvera.  Chi arriva su un post, manco lo legge (che costa fatica) o non per intero e sputa sentenze a sbafo.
Soprattutto se chi spara vetriolo è qualcuno che – pensando dall’altra parte ci sia un neanderthal del web – parte facendo il simpatico. Pur essendo sposato.
Chi mi segue da un pezzo lo sa, per gli altri, ecco la notizia: io, quelli sposati che fanno i simpatici, nella migliore delle ipotesi, li riempio di tritolo come una gallina ripiena. Nella peggiore, raccolgo tutto, faccio un bel collage e lo mando alle mogli per direttissima e poi online.
Un anno fa sono partita con un’indagine. Ho aperto un profilo su un paio di siti d’incontri, ho messo una foto in cui si vedesse poco il mio brutto muso e ho compilato la sezione della biografia e pure quella delle preferenze.
Su uno, mi sono descritta romantica e colta, molto formosa, un metro e sessantacinque, impiegata statale.
Su un altro bionda cosmica, anoressica ma tonica, celebrolesa mononeuronica e arrapata. Molto arrapata.
Su un altro ancora, ho dichiarato il vero, scrivendo che ero lì (sul portale) solo per scrivere.
Sul primo, per descrivermi, ho scelto una citazione della Bronte.
Sul secondo ho scritto: “Io mi godo la vita……e non mollo mai… quello che voglio lo prendo!!!!!”
Sul terzo, ho messo : “in love”.

Indovina un po’ quale profilo ha ottenuto più visite, incantesimi, messaggi privati, promesse di matrimonio, inviti a cena o per il weekend, ricchi premi e cotillon?

women users manual non è morto. E WUM nemmeno.

women users manual non è morto. E WUM nemmeno.

Non sono brava, non sono furba, non sono figa. Ciò detto, sono ancora qua e ancora scrivo. Lo faccio perché mi viene facile, più che parlare. Lo faccio anche perché mi piace e perché un giorno, scrivendo, nutrirò mio figlio (e non solo di metafore). Sono caduta un bel po’ di volte e quasi sempre sono riuscita a rialzarmi. Questo blog è stato hackerato tre volte. Tre volte attaccato, tre volte rimosso dai motori di ricerca. Tre volte riempito con tera-milioni di errori. Ora non funziona nemmeno più il dominio ufficiale, saltato per nuove connessioni dei gestori (che io non so gestire). WUM non è morta. Women Users Manual c’è ancora. C’è chi lo scrive e pure qualcuno che lo legge.

C’è ancora chi mi scrive. C’è chi mi cerca. Chi mi manda mail. Chi mi ricorda che faccio ridere (in tutti i sensi). E questo mi basta. E mi piace. Come mi piace (va) svegliarmi con un buongiorno diverso ogni giorno (ma sempre dallo stesso numero). Come mi piace mangiare pane e marmellata e poi ammazzarmi di addominali per non diventare un ippocastano. Come mi piace cucinare per i miei ospiti. Come mi piace chiacchierare con la mia amica. Scoprire che c’è qualcuno che ha fatto un quadro fighissimo con la mia faccia dentro, incuriosito dall’incontro con lo scrittore fantasma che incontra da Zilioli la mattina. Leggere le opinioni dei miei autori e sapere che va tutto bene, che lo stile è quello giusto, che le battaglie che invento funzionano, che il pathos si sente, che la storia piace. Trovare del tempo per me. Per questo blog. E gli altri. Fregarmene altamente di chi mi critica, di chi mi accusa di essere una stronza/un uomo/una superficialona. E andare avanti a sorridere (perché mi dicono che sia sexy!).
😉

Girare a destra, per una volta e ciao-grazie.

Girare a destra, per una volta e ciao-grazie.

Non posticipare la sveglia.
Stiracchiati (fa bene, dicono).
Fai fare la doccia al nano. Anche i capelli, sì. Anche quelli (“o vuoi una cuffietta?”)
Fila tu in doccia, che è il tuo turno. Sorridi (che i capelli li hai lavati ieri). Fai finta di rifare i letti. Non guardare il cesto della biancheria che è tardi.

Fai a lui pane e marmellata e latte di mandorla. Tu mangia il Kiwi. Anche se è duro (fai finta che non sia un kiwi). Bevi il tuo caffè, cerca le chiavi, chiudi le finestre (che se poi entrano i ladri/l’INPS/gli alieni?), esci, chiudi, scendi, apri la porta, chiudi la porta, scheck (apri la macchina), sali, non far fretta al nano, che ha i suoi tempi, ravana nella borsa per prendere il telefono e collegarlo col cavo per far partire Spotify. Cazzo. Accidenti. Scendi dalla macchina, riapri la porta, risali le scale, scardina la blindata e cataputaltati dentro a cercare il telefono. Poi esci, chiudi, smadonna in silenzio, scendi, chiudi e parti. Apri il portone. Suona alla macchina sul passo carraio. Non troppo però (non vorrai passare per quell’ansiolitica della vicina che si attacca al clacson come se ci fosse la fine del mondo).

Fai quella manovra che sai non potresti fare e poi, al semaforo (rosso per otto minuti e verde tre secondi), fai partire la musica. Bassa, però, che è ora di chiacchierare col nano.
Sgancialo a scuola, rifiondati a casa, apri il computer e rispondi alle mail che hai letto nel tragitto da scuola a casa. Fai il tuo dovere (qualunque sia) e non pensare.

Spegni la sveglia che ti ricorda di andare a prendere il nano. Esci, vai a recuperarlo, torna a casa e nutrilo. Stai con lui. Aspetta che finisca di mangiare prima di sparecchiare. Lascialo guardare i cartoni, dai, dieci minuti e dopo compiti. Lava i piatti, che la lavastrice è piena. Rimettiti al lavoro. Fai quello che devi fare. Prepara la cena, fai la doccia, mangia, lava, metti via, fai la lavatrice, metti a nanna il nano, torna al computer. Finisci. Non pensare non pensare non pensare. Che vivi in Italia. Che sei una donna. Che non sei più una ragazzina. Che non fai più voltare la testa ai semafori. Che c’è l’affitto, il bollo, l’assicurazione, la rava, la fava, Renzi che dice che ci mette la faccia (ma davvero, ma pensa, non eri il premier?), e Matrix che fa venire il latte alle ginocchia. Che non ne hai presa una dritta. Che non sei capace. Che sei una torta, come dicono dalle tue parti. Che va tutto da dio, che lo sai che va da dio, ma sei stanca e – per bacco – vorresti girare a destra, domani mattina, e non a sinistra. Andare in autostrada, così, col nano in tuta e con la cartella del giovedì e tu in leggings e scarpe da ginna. Uscire a Linate. Mollare l’auto nelle soste brevi. Aperta (!). Comprare due biglietti. Decollare per Amsterdam e – prima di prendere il volo successivo – spegnere per sempre il telefono. Magari nel water. Così. Ciao grazie, senza nemmeno un ciao grazie.

Preview: Se devo sentirmi sola…

Preview: Se devo sentirmi sola…

Ho scritto a Inti, stasera. E gli ho scritto un pezzo che andrà in onda fra qualche giorno, su Switch-Magazine. La vita è dura, di recente, qui a Wummilandia, e fantasmagoriche battaglie tra orchi e cavalieri si alternano a scene del pre-crimine, notti insonni, conforto ricevuto da Vice Comandanti di Polizia, analisi di mercato e romanzi rosa dagli accenti spiccati in cui succedono cose che solo nei libri, appunto. Scrivere mi salva la vita, comunque,  mi evita di flagellarmi a Franciacorta, o suicidarmi con il Gorgonzola, che sono diventata allergica (a entrambi, oltre a tutti i cereali).

Ho un piccolo Digital-Sapiens da crescere, un maschio alfa di Cro-Magnon da evitare, sperando di avere culo e non finire sui giornali, un Neanderthal con il cui feroce ricordo fare ancora i conti e un problema di solitudine non indifferente su cui per lo meno fingere di sorvolare. Magari con grazia.

Ciò detto, stasera, almeno una cosa l’ho capita: che se devo sentirmi sola, tanto vale starci.
Amen.