La Signora Noncè

La Signora Noncè

La Signora Noncè portava un costume nero. Intero. Molto castigato. Nessun cappello e occhiali da sole con la montatura d’oro. Era sola. Morbidamente sdraiata sul lettino di vimini a bordo piscina, guardava i fiorellini viola del rosmarino tardivo, pensando all’improvviso e progressivo isolamento in cui, suo malgrado, si era avviata.

La solitudine e la singletudine non erano caso, ma pura ricerca. Semplice e ripetuta come il susseguirsi della notte al giorno.
La Signora Noncè, da quando aveva memoria, non aveva mai smesso di cercare la metà della mela per poi mangiarsela in un sol boccone e fuggire via, lontano dall’albero. Di mele, dal suo primo albero, quasi un ventennio fa, lei ne aveva guardate molte, assaggiate un discreto numero, portate a casa poche e conservate solo tre.

Della prima le restava un ricordo forte, ma lontano come gli anni dell’università.
Dalla seconda aveva ottenuto un magnifico germoglio e otto inverni di gelo.
Dalla terza, l’idea prima e la certezza poi, di non essere fatta per le mele, per i cestini formato famiglia, e per gli spot del Mulino Bianco.
Aveva, dai tempi del lavoro in ateneo, quando insegnava TQM, preso la curiosa abitudine di scrivere le proprie regole, facendone istruzioni chiare e dettagliate e dedicandosi, ogni tanto, al loro aggiornamento.
Ce n’era in particolare che le era stata subito scomoda. Fino al giorno del rosmarino, però, non le era nemmeno mai passato per la testa di cambiarla. Di non rispettarla. Di tradirla.
“Devo davvero pensarci bene”, si disse, “prima di mandare tutto a puttane”.
Si alzò e si fece una nuotata nella vasca gelida.

Non erano ancora le nove. E forse sarebbe piovuto.

Aveva dormito bene, la notte prima, ma il suo sonno era stato interrotto dall’ululato del pastore tedesco dei vicini. E con il sonno, un sogno che mentre nuotava tornava in mente, davanti agli occhi. E a se stessa.

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Scambio moglie purché sia bionda.

Scambio moglie purché sia bionda.

– si, mi scusi Signora se la interrompo…
– mi dica
– No vedo che è presa, ma io sono arrivato con mia moglie e quando ho chiesto dove fosse che non la trovavo più, mi hanno dato questa e io ho detto che non era la mia e la signorina vestita da Cat Woman, un po’ spazientita, mi ha detto di chiedere a lei…
– beh. Non mi sembra male. Non so come fosse quella di prima… Com’è sua moglie, mi dica?
– è alta e bionda, con i capelli raccolti come la moglie di Diabolik, e molto sexy…
– Mmh… non sarà Eva Kant, ma pure lei è bionda, no? e poi nemmeno questa mi pare da buttar via, o sbaglio?
– eh no, certo. Ci mancherebbe. Solo che non è la mia.
– vabbé, scusi, eh. Ma è il principio base dello scambio, no?
– si certo ma
– ma cosa? Ma cosa “si certo”?? Mi piacciono quelli come lei, lo sa, che vengon qui. Da fuori. Da lontano. E si pippano anche duecento km pur di non farsi riconoscere loro e le loro apparentemente irreprensibili metà e pensano di fare i fighi e per strada chissà come se la raccontano e come si sentono avanti e poi.. Al primo scambio rivogliono la loro mogliettina e si fan venire i refoli di gelosia… Ma per piacere, va’!
– no guardi che non mi sono spiegato… Io…
– si che si è spiegato. Lei, come tutti gli altri, ha cambiato idea… E magari prima – già che c’era – un giro se l’è pure fatto, eh? Mi dica di no!
– si ma vede
– ah ecco!
– no è che…
– ma insomma! La smetta! … cosa vuole ancora?
– niente. Vorrei andare a casa e rivorrei anche mia moglie, se possibile, grazie.

Davvero ci credi? (Discorso tra Elettrico e Blu)

Davvero ci credi? (Discorso tra Elettrico e Blu)

Blu: Davvero ci credi ancora? Nell’happy ending, intendo?
Elettrico: Sì.
Blu: Come fai, me lo dici?
Elettrico: Non lo so, ma ci credo.
Blu: Ah sì? E sulla base di cosa, scusa?
Elettrico: Boh. non so. Niente in effetti. Niente di particolare. Non è che devi sempre trovare una spiegazione logica per tutto, sai. Ma me lo sento…
Blu: Seee certo, ma piantala va’… se lo sente, lui e da che lo senti, scusa, eh, dalle vibrazioni? Cos’è una questione di energia?
Elettrico: ForZe sì… che ne sai tu, pieghevole di uno spettinato moscio che non sei altro? Tu te ne stai lì in attesa di essere portato in giro per il mondo, un giorno a Catania, una notte a Parigi, un weekend a Campiglio. Aspetti solo di entrare nel beauty e partire e quando Lei è a casa non ti guarda neanche… cosa ne vuoi sapere tu, eh, di amore, di energia, di empatia? Secondo me uno come te, tutto preso dai suoi viaggi, non si innamora neanche!
Blu: guarda, non raccolgo nemmeno. Sappi però che io mi innamoro eccome. E di sicuro più di te: sapessi quante spazzoline one shot ho visto, io, solo nell’ultimo anno… dalle quattro stelle superior con il casco di vetro, alle plasticose usa e getta dei tre fino alle agilissime ribaltabili da B&B…
Elettrico: e secondo te è amore quello? Una notte e via lo chiami amore?
Blu: amore? Certo che lo chiamo amore! È il più totale e sicuro degli  amori, quello da una notte e via, e l’unico che non ti deluderà mai, imbecille! Il tempo rovina tutto, anche le statue. Figurati l’amore.
Elettrico: eh no, caro mio: ti sbagli, di grosso, anche! È un altro il nome da dare a quelle robe lì, e non finisce per ore, ma per esso. Quello di cui parlo io, invece, il tempo lo supera, anzi lo schiaccia ed è così forte e potente che puoi anche prenderlo a sberle, buttarlo giù dal balcone, raccontargli scemenze per farlo andar via, fingere un elettrochoc, far finta di essertelo dimenticato e correre veloce come il vento o lanciarlo il più lontano possibile, ma lui, quello vero, non ti molla. Fa un po’ di giri dell’isolato. Lascia che le acque si calmino e poi torna. Come un boomerang.
Blu: e quindi tu dici… davvero sei sicuro…
Elettrico: no. Non dico niente e non sono sicuro di nulla. Ma so solo che certe cose, per quanta energia tu ci metta nel tentare di spegnerle, non smettono di farti vibrare.
Blu: sarà, ma io mica ci credo, sai. E poi, scusa, forse t’è sfuggito, ma non tutto torna, non tutte le storie finiscono con il lieto fine come le ciambelle col buco.
Elettrico: vero. Non ti dico che tutte finiscano bene, ti dico solo che per esperienza personale qualcosa può anche finire, anche essere buttata via, come è successo a me con Kelly Caleche, ma se ti è entrata dentro, non ti lascerà mai davvero.
Blu: mmh. Sì, ho capito, parli delle gemelline Hermés. Una delle due, la piccola, ha condiviso anche un viaggio con me, una volta, verso Londra. Ma mi risultano morte, o sbaglio?
 Elettrico: non lo so. Sono mesi che non ho più notizie. Ma ho ancora il loro profumo in testa e ti dico che quello, di sicuro, non se ne andrà mai. E poi, chi può dirlo, è un attimo, sai? Basta che tornino…
Blu: non sarebbero le stesse. Io no, mi spiace, ma non ci credo, neanche un po’.
Elettrico: Io sì, invece, almeno un pezzettino. E poi, pensaci: dopo un po’, anche due minuti alle volte, non  siamo gli stessi nemmeno noi, no?1
e il tutto prima di andare alla coop.

e il tutto prima di andare alla coop.

Faceva freddo, fuori dal piumone. La sveglia non era ancora suonata e lei, attaccata al sonno da un filo interdentale, teneva gli occhi chiusi e faceva finta di non sentire il richiamo del suo rottweiler, che voleva uscire e la stava minacciando. Quello che non poteva nascondere, però, era l’embolo che – come maionese nel bimby – sentiva montare mentre faceva a brandelli, con i denti, il filo che ancora la univa al sonno, separandola da un’altra giornata di lavoro alle casse della coop. Dietro gli occhi, chiusi col bostik, un’immagine efferata e cruda, vista dal basso, la riportava indietro nel tempo: una mano intenta a far saltare, uno alla volta, con foga, i bottoni dei jeans, l’altra a reggere una camicia azzurra, con le iniziali sopra. Era in piedi, lui, là. E lei sotto, sul divano. Faceva male, quella scena. Non era romantica, niente affatto, e non parlava di affetti, o coccole o sorrisi. Era giorno e non c’erano candele accese. E nemmeno musica. Stava urlando, l’immagine, a bocca spalancata e lei non voleva più urli, non da lui, non su di lui, non per lui, non quella mattina. Lei voleva silenzio e cose da fare, mani da spellare a furia di carteggiare assi, lavare pentole e pennelli da pulire. Erano i livelli di seretonina, sicuro, a farla girare nel letto e lei lo sapeva. La notte prima l’aveva sognato mentre la spalmava di ricotta, per poi mangiarsela, ma per quello si era limitata a dare la colpa alle due fette di pizza hut mangiate per terra davanti al grandefratello. Furono quelli a richiamare, una dopo l’altra, alzando tutti i volumi e la temperatura e l’umidità nell’aria  un’immagine dopo l’altra di luoghi e di dettagli e di parole – taglienti come rasoi e calde come pane appena sfornato.

Lui era lì. Non se n’era mai andato. Maniacale e borderline come l’unico vero Mr Grey, quello di Secretary e bello come un dio. E lei, pur non volendo, lo vedeva.
Gli innamoramenti improvvisi, la matematica, il Teorema dell’Imprescindibilità e le Nano-astronavi che non esistono. Forse.

Gli innamoramenti improvvisi, la matematica, il Teorema dell’Imprescindibilità e le Nano-astronavi che non esistono. Forse.

Avevo 22 o 23 anni.
Quindi parliamo di prima delle prime guerre puniche. Di quando Ciro non aveva ancora generato quello sciagurato di Dario, Jezabel ancora non piangeva alla finestra e Astarte aveva ancora il suo bel perché.
Avevo 22 anni, dicevo e facevo economia, in senso letterale e pure letterario: avendo sempre sfruttato i miei talenti (una memoria di ferro e qualche botta di derriere qua e là), applicavo scrupolosa il principio dell’efficienza economica.
In altre parole memorizzavo molto, inventavo di più e, ovvio, studiavo poco e sempre e solo sotto esame.

Ma dire “poco”, volendo dirla tutta, non è esatto, visto che di esami ne davo a sestine in un colpo solo, e il poco di uno solo moltiplicato per sei/sette diventava -tutto sommato- un” non c’è male, grazie”.
Comunque, margherite a parte, fatto sta che mi mancava una sola jam session per presentare la tesi (che avrei scritto al mare BTW) e che nella jam mancava mate e che mate (guarda te) in vita mia non l’avevo mai neanche considerata, decisi, così, di punto in bianco, di
mettermici.
Visto che non mi ci ero mai messa prima, nemmeno per una botta e via (giuro), e che l’ultimo ricordo risaliva ai limiti fatti/superati in terza media, entrai in una libreria (sai quei posti a cavallo tra mitologia ed epica, con dentro un sacco di carta che puoi sottolineare ma non scaricare o farci “crtl+alt+c” e poi “+v” da un’altra parte?).
Comprai un sussidiario, o una cosa così. E partii dall’abc, anzi dall’un due tre, tipo due quadretti sotto la tabellina del cinque.
La cosa davvero sorprendente (prima di quella che verrà dopo, verso la fine, forse, se non si scarica il Bb) è che mi ci presi una scuffia.
Per mate, intendo.
Pure prescindendo dalla figaggine del profe di statistica (che però chiamandosi Loperfido era fuori dai giochi tout-court, a parte la propeduticità pregressa del fatto che se non avevi avuto un profe di mate, non potevi fartene uno di statistica).
Mi presi una di quelle scuffie estive, da vacanze al mare, come a sedici anni, per dirne una, come quando non sai perché ma non ti stacchi mai dalla credenza con il telefono sopra (quando MatusalWumme era un’adolescente non c’erano le cose con l’ai davanti, e il
cordless, oltre a pesare quanto un frigo, prendeva fino a tre metri dal cavo. E stop) e addirittura ci bivacchi, lì sulla credenza con i centrini, aspettando che suoni, e minacciando chiunque osi
avvicinarcisi.
Ecco, una scuffia così.
Mi svegliavo (presto, as always) e facevo colazione con una tazza di disequazioni e due cucchiaiate di integrali. Poi m’infilavo in vasca, immergendomi nei teoremi fino al collo, non uscendone fino a sera, anzi notte, inoltrata.
Manco a dirlo, l’esame – aula magna, studenti sparpagliati e compagnia bella, fu una passeggiata. E il mio disegnino finale, casualmente approvato a voce alta da un’assistente di passaggio, fu richiesto dall’intera falange dispari della curva sud.
Mi beccarono. Ovvio. E mi ritirarono il compito.
Per quanto gli auto-pronostici mi mandassero al salto di sessione (il famigeratissimo “jump-session”), i docenti mi graziarono, i risultati mi sorpresero e io passai all’orale.
Che però era scritto.
Il mio tema, scritto a penna dal mio docente A-H, era il seguente: “lo studente enunci e dimostri il teorema dell’imprescindibilità”.
Punto.
(La vedete la mia faccia?)
Presi il mio foglio.
Guardai il foglio.
Guardai il profe.
Il profe era serio.
Riguardai il foglio.
Rilessi il tema.
Riguardai il profe.
…Sempre alla cattedra, immobile.
“Profe. Scusi. Ma.”
Avrei voluto dirgli che ero quasi sicura che quel teorema lì non esistesse. O quanto meno non ancora. E che comunque – ne ero quasi certa- non c’era nel suo libro, e nemmeno in tutti gli altri. E meno che meno nel mio programma. Ma non dissi niente, sarebbe stato più
facile scrivergli. “Signorina Wum, vada al posto, per cortesia. E svolga il suo compito”.
Disse. E lo disse serio da dio. Tornai al posto. Meditai un po’, guardando il docente A-H di sottecchi e poi scrissi:
“Dato un accadimento “X”, per il quale l’assistente del docente “A-H” si complimenta con lo studente “W” per la correttezza del risultato “E(M)” con un tono di voce superiore a decibel “U+1” (dove “U” sta per “udibile”), dicesi teorema dell’imprescindibilità il postulato secondo cui lo studente “W”, ritenendo imprescindibile il passaggio del suddetto risultato “E(M)” al resto della ciurma, si trovi poi ad assistere all’imprescindibilità dell’assegnazione di un tema irrisolvibile da parte del sopracitato docente “A-H”.
Avevo 22 o 23 anni. E a quell’esame, o meglio, alla sessione successiva, (che l’umorismo del profe era a senso unico e il mio postulato andava un pelo contromano) presi 23.
Non un gran voto, no. Ma ero innamorata. E, si sa, agli innamorati basta davvero poco per essere felici.
(Che ci crediate o no, le nano-astronavi non sono impossibili).

Inviato dal mio dispositivo mobile
*WUM*
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IVCIGMEJMAF : sono stanca

IVCIGMEJMAF : sono stanca

traduzione del titolo:
IN VIAGGIO CON IL GENIO MEDUSA E JIM MORRISON A FORMENTERA: sono stanca.
M- sono stanca, WUM, ti spiace se ci fermiamo un po’?
W- stanca? Stai scherzando. Hai sedici anni e sei stanca? Non ci sono più gli adolescenti di una volta…
M – Sii sono stra-stanca. Fai conto che fino a stamattina, dormivo una cinquantina d’anni per notte, tra un risveglio e l’altro e da quando siete arrivati voi non ci siamo ancora riposati. Rischio di invecchiare precocemente, io, qui, con voi tre.
A – Mmh. Certo. Sollevare il bicchiere di sangria, o succhiare un paio di ostriche ti ha distrutto. Capisco.
M – Nooo. Ma dai. Sono in ballo da un sacco di ore. Guarda che prima non era mica per dire, la storia dei cinquant’anni, sai, a volte passava anche un secolo, tra una strofinata e l’altra.
A – A chi lo dici, Medusa. A chi lo dici.
M – Non raccolgo. E poi comunque durava tutto meno di un minuto e mi rimettevo a ronfare.
W – Mmh. Già. Sì. Non so a voi, ma a me succede anche questo.
A – No, aspetta. Scusa, eh, ma vuoi dire che in meno di un minuto esaudivi 3 desideri? E chi sei? Mandrake?
M – No. Voglio dire che non li esaudivo proprio, passavo alla pietrificazione istantanea.
J – beh, un vero piacere, fare la tua conoscenza.
M – Ma Jim, dai Jim, quello era prima…
J – Cos’è ti sei redenta? Come Paolo sulla via di Damasco?
M – no, è che è finita la maledizione. Quella che mi aveva fatto spuntare le scaglie di pesce sul corpo, le zanne di cinghiale in bocca e gli occhi pietrificanti e l’alito di topo morto e l’incazzatura perenne. Prova tu, a svegliarti una mattina, brutto come un troll e rinchiuso in una giara d’olio per l’eternità e poi me la racconti.
W – sentite, ho un’idea: Medusa fa  un pisolo, Jim se la guarda e magari butta giù due versi e io e Abù andiamo in missione. Ci state?
J- Veramente. Se posso. In missione ci verrei anch’io volentieri.
W – guarda, non lo sai nemmeno quanto mi costi dirti di no, dirlo a uno come te, intendo, e proprio a te nello specifico, poi. Ma non voglio lasciare una forse ex immortale da sola prima di sapere se è forse o ex. Quindi, ciccia. Ti tocca aspettarci e fare la guardia. Tanto poi noi torniamo.
IN VIAGGIO CON IL GENIO, MEDUSA E JIM MORRISON. FORMENTERA.

IN VIAGGIO CON IL GENIO, MEDUSA E JIM MORRISON. FORMENTERA.

W – state qui vicini-vicini e mantenete il contatto con me. Prendo una trentina di Belon e ce la battiamo. Ho fame. E non c'é niente di meglio di una decina di ostriche per

A – WUM, scusa, come conosci questo posto? C'eri già stata?

W – sí, tanto tempo fa. Anzi. Una vita fa.

M – eri qui in vacanza?

W – festeggiavo il compleanno di mio marito e della sua migliore amica. E una sera siamo venuti qui a prendere

M – ma tu sei sposata?

W – sì, ma di fatto non lo sono più, in realtà sono in attesa del divorzio.

A – anch'io sono ancora sposato in effetti. Chissà che fine ha fatto Jasmine…

M – ma allora ci pensi? Con tutto quello che ti ha fatto passare? Non ti fai schifo da solo?

A – ci pensi lo stesso, anzi forse pure di più se qualcuno che hai amato ti fa del male. E poi non ho mai avuto l'occasione di spiegarle, di farle capire, di raccontare la verità.

M – come se gliene fregasse qualcosa, a quella megera, della tua verità. Ha preso la palla al balzo per liberarsi di te, te lo dico io.

A – no. Ho visto i suoi occhi, mentre pronunciava la mia sentenza. E c'era troppo odio per credere fosse solo una scusa.

W – non si odia nessuno con tanta intensità, Medusa, se non lo é amato con altrettanta forza. Ecco le nostre ostriche. Tre, due, uno, VIA.

M – siamo di nuovo qui WUM? Di nuovo a Les Iletas?

W – sì, venite, seguitemi. Abú, prendi tu il vassoio delle ostriche, per favore. Devo tenere in mano l'ipad o ci metteremo una vita a trovare la prossima lampada.

M – … WUM, forse non te ne sei accorta, ma non c'é più la strada. Finisce là. Ci sono solo rovi. Come facciamo?

W – Abú, suggerimenti?

A – … rovi? Quali rovi? Io non vedo nessun rovo…

W – Abú, sei un mito! Hai disboscato il roveto!!

A – eh eh! Per così poco, mie signore… Per così poco…

W – eccoci. Ci siamo. Oh. Cazzo.

M – cosa? Cosa c'é adesso?

W – niente. State qui. Tre,due,uno, VIA.



W – eccomi qua.

M – ma dov'eri?

W – in Scozia. A prendere il badile.

M – comodo.

W – mpf. Sarò stata via al massimo due minuti.

A – nove minuti e cinquantatré secondi, per l'esattezza.

W – Madonnamia ci risiamo. Ho fatto pipì. Sei proprio noioso, sai, quando ti ci metti. Vieni qua, dai, signor Precisetti e dammi una mano a scavare. Sento qualcosa.

M – da dove arriva questa lampada? Chi c'é dentro?

A – una new entry, signore. Ma non voglio rovinarvi la sorpresa…

W – new entry nel senso di giovane, sì, il file dice Parigi. 3 luglio del 71. Desiderio… Ma questa cos'é? Non sembra una lampada, sembra …

A – WUM, non é una lampada. É una scatola indiana, a forma di lucertola. O per lo meno lo era in origine. Ora é un po' ammaccata…

W – lucertola, Parigi, '71. Vuoi dirmi che. Qui dentro. C'é davvero… 'spetta. Strofino.

J- comandi, Padrona. Per servirla.

W – UAAAAAAAAAAA AH. Ah. Mmh. No. Non è vero. Non ci posso credere. (Più in un post siamo a Caramba!) Ci manca solo Elvis e poi siamo apposto.

J – Elvis, Padrona? É questo il suo desiderio? Mi deve aiutare, sa, perché non sono molto ferrato con le regole. Ma non é colpa mia, in cinquant'anni sono uscito solo due volte. E tutte e due ho esaudito … Ma! Ehi, ciao Abú! Come stai? Cosa ci fai qui?

A – sono con lei, Mojo, con questa signora qui che ti ha appena strofinato la lucertola…

W – beh. Strofinato. Mi piacerebbe. In realtà siamo qui per liberarla James. O meglio, io la libero, e loro due mi fanno compagnia.

J – e come mai siete a FORMENTERA? Come mi avete trovato?

W – beh, facile. Uno: teletrasporto. Due: mappa dinamica di tutti le lampade con genio. E tre: storia della vita di Abú. Ecco perché siamo qui in tre.

J – tre? Ne manca uno, però, e questa meraviglia di punk con le chiome verdi, qui, chi sarebbe? Una groupy?

W – più o meno. Si chiama Medusa ed é la mia prima liberazione.

A – WUM, c'é una cosa che dovresti sapere prima di esprimere il tuo desiderio.

J – non dirglielo. Non puoi. Abú!

A – sì che posso. Anzi. Devo. Lei é mia amica.

(wow. Sono l'amica di un genio. Questa sì che é una figata!)

A – il terzo desiderio di Jim era diventare un genio. In pratica se l'é scelto lui, il suo destino.

W – ok. Chiaro. In pratica volevi l'immortalità e un sacco di poteri. Ma e la storia della tua morte per overdose, scusa?

J – una montatura. Non mi sono neanche mai fatto una canna. Amavo talmente il mio dono da non volermene perdere neanche una briciola. Facevo finta. Era il mio copione. E inscenare la mia morte, quello sí, mi ha davvero reso immortale.

W – prima hai detto che ti han trovato solo in due…

J – no, in realtà in tre, ma uno non mi ha neanche lasciato finire di parlare e se l'è data a gambe levate.

W – possibile?

A – anche a me é successo, WUM. Gli uomini temono quello che non conoscono e sono terrorizzati da ciò che non sanno controllare.

W – e quelli che non sono scappati cosa ti hanno chiesto?

J – Il primo era un prete. E mi disse che voleva fare l'amore con Bo Derek.

W – e poi? Secondo e terzo desiderio?

J – altre due volte. Il tutto in meno di cinque minuti.

W – peró. Un premio all'astuzia. E l'altro? Cosa ti ha chiesto l'altro?

J – mangiava una mela, era un ragazzino cicciottello, sui diciassette/ diciotto anni e mi chiese di dimagrire e di trasformare la sua mela in oro.

A – e il terzo desiderio?

J – chiese di morire ricco.

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