AMORE, STALKING, CHIMICA E BUCHI NERI ROTANTI (in amore vince chi fugge?)

AMORE, STALKING, CHIMICA E BUCHI NERI ROTANTI (in amore vince chi fugge?)


DOMANDA: IN AMOR VINCE CHI FUGGE?
No.
Affatto.
E allora chi? 
Chi vince, in quella benedittisima bio-trappola che ci vede tutti, ma proprio tutti coinvolti a partire dall’età della placenta? È un bel problema, cari i miei Papageni, trovar l’uccellatrice che fa per voi.
(chi stesse pensando “ohibò! Come l’è sfrontata codesta Wummina”, s’informi sulla professione del Papageno)
Come la fai, la fai e la sbagli.
Se non la chiami e stai sulle tue, lei ti accusa di sbattertene.
Se la chiami troppo, lei non ti si fila più.
Se la chiami un po’ sì e un po’ no, ti prende per un bipolare. O peggio, per un    maschio yo-yo, di quelli oggi sì, domani no, poi non so, ci penserò.
Se ti azzardi a lasciare uno spazzolino nel di lei armadietto del bagno, o magari due, finisci online con una veglia funebre (non c’è più rispetto).
Se salta fuori che ti sei innamorato tu, prima di lei (e spesso  prima di aver sofferto per te), nove a uno che sparisce.
Se s’innamora lei, e tu tentenni: sei uno stronzo bastardo e non ti voglio più vedere, tutti uguali voi uomini.
Se le dici che senza di lei non vivi sei una zuppa. Se non lo fai, sei un insensibile. e pure represso.
Se quando ti manda affanculo, tu sparisci, lei ci resta di merda. Ma se non lo fai, e ti precipiti al suo portone implorando un bacio, capace che con i tempi che corrono ti accusi di stalking.
Eqquindi? come si fa? chi vince in amor?
Aspettate un attimo.
M’è venuta un’idea.
Nel virtuale tutto è concesso, no? Tanto più che se non esiste una legge fisica che ne dimostri l’impossibilità, niente è impossibile sul serio.
Svegliamo il maresciallo  Jacques II de Chabannes de La Palice, più noto come La Palisse, ovvero l’imperatore del sotuttoio, e chiediamo a lui:

-Maresciallo, vogliate scusare il disturbo, siete sveglio?
-Oui, je suis réveillé
– Maresciallo, siete voi, siete proprio Sciacq second de Sciabannè De La Palì?
– Uè uè, c’est moi.
– … Monsieur, perdoni il brusco risveglio. Abbisognerei dei vostri consigli, se permetteste.
–  La me diga, bèla tosa!

– Ma, Maresciallo, voi parlate italiano! Anzi, veneto, direi!
– Eh. Veneto, ciò. Un po’ de tutto, né. Son stato a Turìn, a Venèsia, a Buulògn, eppure a NNapul’ in frunt’o’ mmar. Chissiete, siggnorì e Chevvi serve?
–  Maresciallo, sono Wum, sono una blogger …
– On blogeur? L’è chì en blogeur?
– Una blogger, Maresciallo, è qualcuno che, mentre dovrebbe far dell’altro, scrive.
– Non è grave, siggnorì, con tutta la gente che scrive mentre dovrebbe far dell’altro…
– Vi ringrazio, monsier, ma torniamo al punto: ci domandavamo, qui, nei meandri del blog, tra un pidocchio e una veglia funebre, chi vince in amor? Vince chi fugge, vince chi pressa, vince chi resta e aspetta? Chi, Maresciallo, secondo Voi?

In amor, cara la mia mademoiselle, vince chi vince. E ora scusatemi, sono sull’altra linea con la Deusanio, au revoir, madame.


Eh già. Orvuar, dice lui. E c’ha ragione, alla fine, per quanto lapalissiano suoni (per forza, l’abbiam chiesto a La Palice mica a  Napoleone vincente a Waterloo ), in amor vince chi vince. 
E per quanti manuali, strategie e manovre uno legga, applichi o tenti, partendo da una base mediamente compatibile e pensante, tocca riconoscere che c’è una sola discriminante: il lato b. Ovvero il culo (detto anche real bottom) di incontrare la persona giusta nel posto giusto al momento giusto.
Perché se incontri l’uccellatrice giusta mentre sta per partire per il borneo, o mentre opperbacco sei still married, non c’è molto da dire: è sfiga.
Se la incontri al momento sbagliato puoi sempre fare try again you’ll be luckier e fare un giro su un’altra giostra nell’attesa che il momento si giustizzi.
Ma se al momento giusto incontri nel posto giusto la persona giusta e non sei tu quello giusto per lei, c’è poco da fare (la lobotomia è illegale in Italia, fuori dalle reti mediaset).
La chimica fra le molecole maschie e quelle femmine, è insondabile, incomprensibile, irripetibile in laboratorio. 
Il tutto non risponde alle leggi delle parti. 
Fosse così potremmo viaggiare nel tempo. Senza dover cercare buchi neri non rotanti per saltarci dentro strasbattendosene del problema dei mesoni K e della possibilità di non tornare indietro.

O c’è (E SI VEDE!) oppure no. 

E quando C’è NO, tocca rassegnarsi, fare ciao-ciao con la manina e dire orvuar.

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AMA L’UOMO CHE …

AMA L’UOMO CHE …

Una notte – tanto tanto tempo fa –  ho ricevuto un messaggio su Facebook, di quelli a catena, che devi leggere, (sbuffare) e inoltrare a 15 amici.  Non avevo sonno, non avevo il Brain Trainer (Nintendo e figlio seguivano lo stesso percorso organizzato dall’avvocato) e non avevo più voglia di un altro sudoku sul bb. Quindi l’ho girato. E ho fatto imbufalire le mie amiche che mi hanno risposto: peste- corna- brufoli e cellulite come se piovesse.
Questo era il testo originale:
“Ama l’uomo che ti chiama bella invece di sexy. Che ti chiama ancora dopo avergli attaccato il telefono. Che rimanga sveglio solo per vederti dormire. Che baci la tua fronte. Che voglia insegnarti al mondo anche quando sei disordinata. Che non gli importi se ingrassi o dimagrisci col trascorrere degli anni. Che ti domandi che cosa vuoi mangiare oggi? o, hai già mangiato? Che prenda la tua mano di fronte ai suoi amici. Che ti dica costantemente quanto gli importi e quanto è fortunato per averti. E che quando ti presenti ai suoi amici dica è lei…cioè, ti conoscono già x quanto quell’uomo parla di te…Amalo perché lui ti ama e difficilmente smetterebbe di farlo. Se leggi questo devi rinviarlo. Sei stata stregata!!! Alla mezzanotte di oggi, il tuo amore ti farà una sorpresa. Qualcosa di buono succederà, cosicché possa preparati per il più grande shock della tua vita. Se rompi questa catena, avrai una maledizione nei problemi amorosi nel momento più importante della tua vita. Inoltra questo a 15 su Facebook -copia – incolla, meno a me! Mi dispiace ma ti tocca.”

Per farmi perdonare (che non posso permettermi 15 Birkin, se no era troppo facile), ho deciso di modificarlo.
Ama l’uomo che ti chiama per dirti che sei la cosa più sexy del mondo (dopo che gliel’hai già data).
Che se gli attacchi il telefono viene lì subito a dirti “cosa cazzo stai facendo dammi un bacio stronza”.
Che ti baci in continuazione. E faccia fatica a trattenersi.
Che sia più ordinato di te ma meno maniaco.
Che se ingrassi non ti dica niente ma ti porti per caso all’improvviso a correre, ti faccia il solletico inseguendoti per casa e aumenti il numero notturno di prestazioni funamboliche.
Che se ti viene la fissa della dieta a zona, e stai rasentando l’anoressia ma non lo sai perché ti vedi obesa, ti porti in posti in cui non riesci a resistere fino a che non ti passa.
Che non si vergogni mai di te, ma ne sia fiero (e te lo dimostri, in tutto il suo habitat).
Che se il letto è monotono dopo enne anni di convivenza, ti inchiodi sulla lavatrice o nei bagni di un cinema.

Che ti cucini qualcosa di speciale (uova al burro e pan carré possono bastare se uno non è Vissani) o di banalissimo mettendocela tutta.

Che ti guardi mentre siete con i suoi amici come foste da soli su un’isola deserta (e che per farlo, ti faccia vivere i suoi amici, ovvio).
Che ti DIMOSTRI che ha voglia di te, di toccarti mentre vi rotolate sotto il piumino o di appoggiarsi alla tua spalla mentre guardate la trilogia di Star Wars.

Che se vi incozzate sempre sul divano davanti a Sky, ti porti al cinema, a teatro, a fare due passi o un giro in bici PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI.
Che ti chieda di quello che hai fatto oggi e di quello che devi fare domani.

Che quando avete amici a cena arrivi ogni tanto prima lui per preparare il tavolo invece di incazzarsi perché la tua riunione non è ancora finita.
Che si fidi di te e non ti dia motivo per non fidarti di lui.
Che sappia chiederti scusa.
Che capisca al volo quando hai voglia di litigare e giri al largo.

Amalo perché non puoi farne a meno.
Amalo perché ti piace e ogni volta che lo guardi pensi cazzochefigo.
Amalo perché a letto è diventato il numero uno. Perché ti sopporta quando hai le ovaie girate e fai dei musi che non hanno senso.

Amalo perché non riesce a resistere alle tue facce quando vuoi qualcosa o ti devi far perdonare.
Amalo perché non pensa AFFATTO di conoscerti e per lui sei una sorpresa continua.
Amalo perché non ti ha mai (o quasi mai) detto CRESCI e SMETTI DI SOGNARE e TIENI I PIEDI PER TERRA o NON CAMBI MAI.
Amalo perché senza di te la sua vita va avanti, ma è abbastanza moscia perché non ti permetta di andartene.
 ——-  

Amalo perché appena si toglie la tuta da Superman e diventa vulnerabile e vero, ti piace ancora di più.

(altrimenti… lascialo).
Vulevudansé? (Wum in Paradiso)

Vulevudansé? (Wum in Paradiso)

La città è di provincia: una di quelle che i turisti non visitano, e di cui, per spiegarne l’ubicazione, tocca citarne i confini, o le metropoli vicine.
La zona è alla prima periferia della città.
La periferia è una di quelle mediamente povere, mediamente borghesi e tirate su a eternit e equo-canone.
Al locale, più balera che discoteca, e che avrebbe pure un nome evocativo e dal biblico richiamo, gli autoctoni si rivolgono usando il diminutivo “para”, come si usa fare nel gergo giovanilistico: riducendo il numero delle sillabe, il giardino dell’eden – promessa ricompensa dopo la purgativa giornata nelle miniere urbane e suburbane – diventa zoppo, monco, menomato e allusivo alla certo meno idilliaca psicosi nervosa, a sua volta tutta contenuta nel suffisso para senza il supporto della dovuta e meritata noia.
Sono le undici.
A quell’ora i figli della Wii vanno a letto; i commodore64 già russano da un pezzo; gli adolescenti stanno ancora fumando nelle piazze dell’happy hour; i ragazzi sono a cena; le coppie appassionate verso i talami, quelle scazzate verso Sky. Qualcuno cerca ancora parcheggio: i suv sopra le aiole, le utilitarie lucide a lisca di pesce, le Porsche- meglio se opache- in sobria doppia fila. Gli station sulle strisce, a mezz’asta con i carrai.
La beat generation -camicia scura anti-alone e scarpa a punta – è già in pista: giaccone al guardaroba, borsetta sul divano, testa alta e pancia in dentro, un-due-tre, giro, un-due, un due tre, giro.
A bordo pista i campioni. O wanna-be tali. Nel più dimesso centro, in barba all’archetipo, i ballerini di confine: quelli da una volta ogni tanto, così per fare, senza l’astio del professionista, ma con la stessa aura di colonia da mass-market mischiata all’afrore da sala da ballo.
Sono belli, pure. Tirati a lucido come maniglie di ottone e zuccheriere silver-plate. Piccole labbra rinsecchite color malva, prugne secche su colli plissettati. Addomi tesi, tra un bottone e l’altro, come pesci palla. Vestitini paillettati. Pantaloni in lycra e culi troppo vuoti o troppo pieni. Sguardi torvi, da torero. Molto seri: impegnatissimi. Guai a toccarli, per sbaglio, passando: la loro è una coreografia, mica pizza e fichi, per Diana!
Un signore, sul quintale o poco più, sulla sua poltroncina bordo pista, dorme della quarta: braccia distese ai fianchi, testa riversa, bocca spalancata. Ogni tanto sbuffa. E la cosa, e non poco, mi consola: se non altro è vivo.
“lei bballa” sento dire da una voce con l’acca, che peraltro non c’era tra lei e bballa, degli immigrati calabresi.
“no, guardo”, rispondo.
(è una ricerca, potrei spiegare, ma sarebbe troppo complicato. È tardi. Ho sonno. Ciao).

Le mail ti raggiungono ovunque con BlackBerry® from Vodafone!

WUM, EROS e il gran casino del fidanzamento immaginario tra un acronimo e un archetipo.

WUM, EROS e il gran casino del fidanzamento immaginario tra un acronimo e un archetipo.

Siccome da piccola non ce l’aveva, un amico immaginario, e sapete tutti (soprattutto quelli di voi con l’abbonamento Premium) quanto potesse esserle mancato, ad un certo punto WUM, acronimo impertinente
di un blog definito irriverente, decise di farsene uno.
Visto che era cresciutella, poi, a due passi dal crocevia della maturità, piuttosto che per un amico, optò per un fidanzato.
E il fidanzato, ancorché immaginario, arrivò così, tra il lusco e il brusco, come raccontan le storie più elementari nonché migliori.
Ora.
Trattandosi di un F.I., uno, leggendo, s’immaginerebbe il protagonista come un’icona di fulgido splendore con tutto un repertorio di optional da lasciar senza fiato, ovvero: un gran fico da paura.
Tipo l’incrocio tra il genio di Blake, lo charme di Delon, la perversione erotica della Nin, gli addominali di Crowe (a 35 anni), il furore della Merini e il pisello del Primo Azzurro.


Invece no, invece niente: Eros, il fidanzato immaginario di WUM, era
sì bello, ma tanto sagace come una barbabietola da zucchero e certo
molto molto meno colto.
Dato che WUM già all’epoca della narrazione era un’inquieta, a scanso
d’equivoci, se lo scelse pure occupato.
Già, esatto: occupato, anzi occupatone, visto che la di lui compagna
altro non era se non Adrodite, madre del medesimo e sua legittima
concubina.
“Maccome?!”
Penserete voi
(e pure io che scrivo e mentre scrivo ancora non so dove stia andando
la qwerty).
“Un fidanzato immaginario non dovrebbe essere impegnato!”.
Ah sì?
Davvero?
E chi lo dice?!
Qui siamo nelle terre dell’immago, nell’orto dove Alobar e Kudra*
seminano l’eternità vicino al prezzemolo (e alle barbabietole, NdR),
nel iperspazio di Laila(dà) dove tutto è concesso, fuorché nutrirsi
dall’albero della conoscenza (con user e password o hackerando i
firewalls).
Qui – con il solo ausilio di un avatar – tutto, ma proprio tutto è concesso.
E dunque, dicevamo, EROS, non uscendo da una lampada, non era un
genio. Ma era bello come il dio di cui portava il nome. E WUM lo
adorava.
Lui la svegliava ogni mattina (edognisseraa-ua-uà) con un mazzo di
ormoni scarlatti e la briosce in mano.
La pettinava con le mani sotto la doccia.
Le spalmava le natiche di crema al cerfoglio e gelsomino e la riempiva
di attenzioni guardandola -sornione- dallo specchio.
WUM però, per quanto adorabile fosse lui e davvero adorante lei, non
riusciva ad essergli fedele, suscitando le di lui ire funeste ad ogni
nuova -pure acclamata- scappatella.
Lei era un acronimo: doveva, secondo lo statuto sottoscritto e
depositato, sperimentare.
E per sperimentare, le toccava esplorare.
Ed esplorando, era di nuovo costretta a cercare.
A volte lo faceva di giorno, molto più spesso di notte, o prima
dell’alba, e lo faceva dal vivo e pure in remoto, in auto, alla
propria scrivania, ai caselli o in rete.
Lo faceva sempre.
Ah… Come le piaceva farlo!
Ne andava matta.
Non riusciva proprio a smettere.
Lo faceva di continuo.
E ad ogni nuova idea, ogni volta che sfiorava un nuovo Archetipo,
magari vecchio come le scarpe di Prodi e i fossili di T-Rex, lui, il
povero EROS tradito, s’imbestialiva.
“Non puoi farlo! Sei ingiusta!” Protestava lui mentre lei faceva spallucce.
“Mi fai male”, piagnucolava EROS, “se continui così, me ne andrò”.
“Non puoi e lo sai. Non c’è posto per te là fuori. Solo le ombre e la
polvere di una vecchia biblioteca di campagna. Con un parroco a far la
guardia e fossi in te, di quel prelato non vorrei davvero scoprire gli
altarini.”
– “Preferisco la campagna alle corna.”
– “Non dire baggianate! Primo tu non hai le corna. Quello era Pan, e
lo sai che non lo vedo più da un pezzo.”
– “non so niente io. Tranne quello che vedo nei tuoi occhi. E so che,
quando brillano, quando brillano così, quel che vedo non mi piace”.
-“piantala di fare la femminuccia, EROS, o ti rispedisco da tua madre.
Che poi son cazzi, che lo sai che è gelosa come una bertuccia e ti
controlla a vista. E se poi torni a casa, ti tocca pure spiegare al
nonno, pardon, al babbo, dove sei stato tutto questo tempo!”

WUM non si limitava ad avere un fidanzato immaginario, ma ci litigava pure.
Tanto poi ci faceva sempre l’amore. E la pace, of course, subito dopo,
preferendo la copula guerresca a quella cicci e coccò, piccipicci e
bau-bau.
Com’è, come non è, diminuirono i beat, passarono i bit e diventarono
prima byte, poi Kili (di troppo, come quelli dei ciccioni di due/tre
post fa), finché, un mattino – moltissimi tera più tardi- WUM fu suo
malgrado ripresa dai bite della fame.
Così, riflettendoci per il tempo in cui una dragqueen sbatte le ciglia
diventando farfalla, o un’autista di tram chiude le porte
all’aspirante passeggero rimasto a terra, WUM salutò EROS.
Con una sola, dolcissima, cartolina:
“ADDIO, per sempre”.

Inviato dal mio dispositivo mobile

AMA L’UOMO CHE. PERCHè TU SEI UNA CHE.

AMA L’UOMO CHE. PERCHè TU SEI UNA CHE.

C’era quel post, quello geneticamente modificato dopo l’espianto di quasi tutti gli organi dalla catena di santa speranza, quello che faceva “AMA L’UOMO CHE”. 
E nel giro di vite della pubblication su She Noir, è arrivato  l’InquiStoner.

… è arrivato. 
Si è guardato in giro e ha iniziato a sospirare e a sbuffare, con un’aria condiscendente da seduttore navigato. 
E poi ha fatto – spostando di lato il complice ciuffo fonato – “ah Ha!! E quale donna si merita un uomo così??”
E noi, che andiamo in giro sbattendo contro i pali da tanto guardiamo  per terra in cerca di guanti, potevamo forse lasciarne uno tanto succulento lì a far la muffa?
Macchè.
Velasquez. (Venere allo specchio)
E quindi, Ladies and Gentleman, here you are: ama l’uomo che. Perché tu sei una che.



Ama l’uomo che ti chiama per dirti che sei la cosa più sexy del mondo (dopo che gliel’hai già data).
Anche perché tu NON sei una di quelle che smettono di farsi la ceretta dopo la terza sera insieme (VERO?) pensando tant’ ormai, né si presentano in busta vestite come la sorella racchia dell’omino michelin. 

Una di quelle che un po’ grazie a madre Natura, padre Ormone  (e soprattutto Zia Costanza), non si trasformano in DanetteDanone dalla sera alla mattina (magari -come dice L’inquiStoner- solo uscendo dalla guepiere contenitiva). 

Una di quelle che mettono il push up, e quando lo tolgono si senton dire: “oooh” e non “ah.” Ma, balconi fioriti a parte, tu sei una sexy per come cammina, per come mangia e per come ride. Sì. “RIDE”! Tu sei sexy perché ridi.

Stai bene in quello che metti,  hai smesso da almeno un quinquennio di saltellare nei camerini infilandoti in  jeans di una taglia in meno pensando “tanto tra una settimana mi vanno”, e quando ti guardi allo specchio e ti senti dire “uff” subito dopo pensi “…Tutto sommato…” e ti sorridi.


Che se gli attacchi il telefono viene lì subito a dirti cosa cazzo stai facendo dammi un bacio stronza.
E anche se tu sei una di quelle che ingoiano pacchi e ciuffi di  “lo sapevo non gli piaccio”,  e “dice così ma non è mica vero”, che non hanno il coraggio di pronunciare quella cosa che inizia per ti e finisce per ancona milano otranto, che han paura solo a pensarci, che si raccontano di non crederci, che scrivono pezzi pazzeschi e pieni di pathos, con le lacrime agli occhi, e poi li modificano impostando la data di pubblicazione automatica al 17 novembre 2019, o li nascondono in mezzo al sussidiario di quinta elementare nella scatola del barbour col pelo e dei dottor marteens… anche se sei così cervellotica che alle volte sono le tue sinapsi a mandarti affanculo (prima ancora delle tue amiche) e quattro giorni dopo il primo appuntamento han già scritto(o immaginato)  tre  lettere d’addio (che se finisce davvero almeno ti sei portata avanti). 
Tu sei anche una che subito dopo avergli agganciato in faccia il telefono, sei capacissima di chiamarlo e dirgli “vabbe scherzavo mi perdoni?”

Che ti baci in continuazione. E faccia fatica a trattenersi.
Perché tu fai così. Tu non ti trattieni. Almeno con i baci. Almeno con il contatto. Non lo hai mai fatto. E anche quando ci hai provato e ci sei riuscita (magari perché faceva brutto piantargli un metro di lingua in gola davanti a mammà e a tutta la sagrada familia riunidas), i tuoi occhi, veloci come furetti, non han smesso un attimo di solleticare il di lui ego (E la sua zip. ma non se ne saranno accorti, no?).

Che sia più ordinato di te ma meno maniaco.
Vabbe. Lo sappiamo, sai aggiustare un tubo che perde. Hai più cacciaviti di una ferramenta e attrezzi che farebbero invidia al presidente di leroymerlin. E vai in brodo di giuggiole tra gli scaffali dei trapani. Ma…visto che cambi posto a tutto, e sposti i mobili in continuazione, in casa tua trovare una pinza è più complicato che far passare un broker dalla cruna di un ago.

Che se ingrassi non ti dica niente ma ti porti per caso all’improvviso a correre, ti faccia il solletico inseguendoti per casa e aumenti il numero notturno di prestazioni funamboliche.
E visto che il tuo peso (come quello di qualunque essere vivente a parte  il plancton ) oscilla, tu sei alla costante ricerca di un equilibrio. Il che equivale a dire che ti piace mangiare (bene). 
E non ce la fai a dire di no ad un risotto con il tartufo bianco. 
E a un bicchiere di vintage tunina ghiacciato.
 E a –massì maddai- quella mousse al cioccolato fondente e pere con la faccia da stupro che il cameriere sta – appoggiando sul tavolo vicino. 
E il giorno dopo giassai che starai attenta. E magari anche quello dopo ancora. Ma non vivi in zona. Anche se sai che i residents del quartiere ne fanno una filosofia di vita e – a differenza dei macrobiotici- hanno una bellissima cera.

Che se ti viene la fissa della dieta a zona, e stai rasentando l’anoressia ma non lo sai perchè ti vedi obesa, ti porti in posti in cui non riesci a resistere fino a che non ti passa.
Perché tu che fino a ieri prendevi in giro i residents di cui sopra, dalla sera alla mattina, magari per via di un libro comprato in autogrill, sei capace di entrare in loop e blocchettizzare tutto. compresi gli esseemmeesse. (uno dolce, uno piccante e uno leggero. Come contorno.)

Che se il letto è monotono dopo enne anni di convivenza, ti inchiodi sulla lavatrice o nei bagni di un cinema.
Anche perché, dopo tutto, sei ancora lì che gli mandi bollenti segnali diurni di  irripetibili pensieri notturni nel mezzo di pallosissime riunioni  pomeridiane. Perché tu ogni volta che lo vedi (e che sia once in a while o every morning poco cambia) pensi ancora “a testate, ti prendo.”, leccandoti i baffi al solo pensiero.
Tieni conto che… Prima di lui soffrivi di nevralgie. Di tremende – improvvise- lancinanti-non -ce-la-faccio-scusa- nevralgie.  Di quelle strettamente connesse alla mancanza di erotismo del tuo ultimo animale domestico ufficiale. Ma da quando è arrivato lui, usi l’oki solo per far germogliare gli amarillis. E non hai mal di testa. E anche se  ce l’hai e lui ti guarda con quella faccia da schiaffi, tu un giro ce lo fai lo stesso (tanto poi lo sai che ti passa.  in un act).


Che ti cucini qualcosa di speciale (uova al burro e pan carrè possono bastare se uno non è Vissani) o di banalissimo mettendocela tutta.
Si. Anche ogni tanto. Mica sempre. Perché visto che di solito sei tu la cooking mama, quella capace di tirar fuori una cena per otto da un frigo così magro da meritarsi le sovvenzioni del fondo alimentare. Quella che senza corsi e senza pedigree culinario -s’ingegna e s’impegna, si arrabatta, manteca e spadella (riducendo of course la cucina un campo profughi) fino a far salivare i piatti e commuovere le posate.

Che ti guardi mentre siete con i suoi amici.
Lui ti guarda. 
Ti cerca. E ti guarda e ti cerca perché tu a lui piaci. E a te piace lui. Ti piace tutto (o per lo meno te ne piace buona parte. O ti piace tutto quello che hai visto ad oggi… ) e nel pacchetto FULL OPTIONAL ci hai trovato anche i ticket per la condivisione delle passioni.

Se hai culo, e ti va di lusso, sei la morosa del velocista. Di quello che da piccolo voleva fare il pilota (ma lavora in Jp Morgan dal lunedì al venerdì salvo trasformarsi nel cugino di Schumi, cognato di Pedrosa e  fratello di Rossi, durante moto mondiale e gran premio).
E puoi far finta di star sveglia tra una gincana e l’altra (basta aprire gli occhi ogni tanto, sorridere, guardare il quadratino della pole, dire “chi vuole una birra”, portare la birra e richiudere gli occhi accoccolandosi sul lato più esterno del divano). Alla peggio ti toccherà qualche sessione dal vivo in giro per l’europa, ma per sopravvivere e mantenere un udito stabile, ti basterà  andare al brico a comprare le cuffie gialle, quelle dei trapanatori d’asfalto per intenderci. non sarai elegantissima, certo, ma almeno non rischierai di capire “andiamo tutti al gay pride” quando il tuo capo dirà: “aspettiamo il budget dalla price”.

Oppure. Se non hai culo (che di solito non ce l’hai)… sei la fidanzata dell’arrampicatore. Quella con la faccia da vedova, seduta sulla roccia, con altre 3 povere pazze con il naso verso la vetta, il mega zaino a terra e i piedi come due cotechini senza nemmeno il beneficio di facebook (al campo base, sopra i duemila per intenderci, o lavori per la cia, o col piffero che il tuo iphone prende). Sei quella che si annoia, che conta i sassi e le crepe sulla parete di fronte, che ad ogni nuova arrampicata pensa “tanto stavolta cade”, sei quella che fa le ferrate (ripetendosi tipo mantra “non soffro di vertigini non soffro di vertigini non soffro di …”). Sei quella derelitta senza speranza che appena sente il clan clan clan dei suoi ganci di sicurezza gli vola al collo sprezzante del pericolo in agguato sotto le di lui ascelle. E sei anche la stessa che lava quegli zombie dei suoi calzini radioattivi la domenica sera sapendo che se li lasciasse nel cesto fino alla mattina successiva rischierebbe un’irruzione coatta dei nas per colazione.

O – ancora e pure peggio – sei la fidanzata del surfista. Quella in piedi sulla spiaggia ogni domenica al lago con i capelli a insalata riccia. E gli occhi più rossi di quelli di un coniglio (dopo una canna. Solo che almeno il coniglio sballato se la ride. tu no). 
Quella che mentre lui salta, non respira nemmeno (o la foto si muove e poi chi lo sente). Quella che se si dimentica l’acqua piuttosto muore di sete, ma non perde un colpo. Quella che se a un certo punto molla la videocamera per rispondere alla mamma, e vede lui con la coda dell’occhio pronto allo zompo, attacca senza nemmeno salutare.  Quella che se non sai cosa vuol dire passare quattro ore a dicembre dentro un iradiddio di vento, non conosci il significato della parola freddo.


—continua—
(maybe)
NON ESISTE.

NON ESISTE.

È assurdo, è infelicità,  è dolore, è  vano e ridicolo e avventato e impossibile.

Ma la ragione, il calcolo, la paura, il giudizio, l’orgoglio, la prudenza e l’esperienza non hanno nulla a che vedere con la chimica.
Secondo le leggi della fisica le api non potrebbero volare. Ma le api non lo sanno e volano beate da qualche eone.

L’amore non esiste.  È un’invenzione dei poeti e degli artisti .  È fruttosio nella tazzina del sesso.
È una spiegazione romantica ad una reazione biochimica.  È l’alibi dell’istinto di sopravvivenza della specie.

Eppure è musica. È ritmo. È serotonina e sorrisi idioti. È cachemire sulla pelle.
Non esiste. Ma ti racconta una favola prima di dormire, ti sorride al mattino sotto il piumone, ti accompagna in ufficio.
Ti colora le guance e le giornate.
È una banana colossale. Forse – dai tempi di Ungo e Unga – la più vecchia bugia degli esseri umani.
Ma ti scalda.
Non esiste. Ed è una mistificazione. Ed è una vecchia bugia.
Ma ti ribalta come un calzino.
È vacuo. E ti distrugge. Ti lascia a pezzi. Ti fa in brandelli.
E quando ti ha divorato, masticato e digerito, ti sputa e ti calpesta.

È falso. Dura poco. E lascia cicatrici che non si chiudono.
È un illusione.
Ma è un antiage effetto lifting che spazza via  rughe nuvole e raziocinio.
È un monsone tropicale che fa piazza pulita di tutto il resto.
è  un cliché.
è una vecchia bugia.
ma ti coglie sempre di sorpresa. 
Non esiste ed è una vecchia bugia. Eppure è burro per l’anima.
È pro tempore. E dura un attimo.
Ma ti rende immortale.
Quel che è (#poetry)

Quel che è (#poetry)

è  assurdo
dice la ragione
è quel che è
dice l’amore


è infelicità
dice il calcolo
non è altro che dolore
dice la paura
è vano
dice il giudizio
è quel che è
dice l’amore


è  ridicolo
dice l’orgoglio
è avventato
dice la prudenza
è impossibile
dice l’esperienza
è quel che è
dice l’amore


(Erich Fried)
Austria
1921-1988