Zenzero. Zero-zen. Zeno Colò. Ovvero: come trovare l’uomo giusto e essere felici

Zenzero. Zero-zen. Zeno Colò. Ovvero: come trovare l’uomo giusto e essere felici

Trovare l’uomo giusto è facile.

UNO

Per prima cosa, parti smettendo di cercare (e frequentare e desiderare e rimpiangere) quelli sbagliati.
DUE
Prosegui frequentando gente nuova. 
Nuova. 
Non fare quella faccia.
Esci.
Non hai voglia? OK.
Fa’ una cena. Una festa, una merenda in giardino.
Non ce l’hai un giardino?
Chissenefrega. Sii alternativa. 
Falla in cucina. O in bagno.
Inventati qualcosa e invita delle persone, in carne e ossa.
TRE
Quando hai fatto, tieni gli occhi aperti.
E quando vedi qualcosa (qualcuno) di interessante, guardalo.
Parlaci.
Ascoltalo.
QUATTRO
Esci dalla tua scatolettina di convinzioni e fai quattro chiacchiere.
Se ti piace, cercalo e invitalo di nuovo.
Cerca di conoscerlo.
Se lo trovi bello, diglielo.
Se è bellissimo, ripetiglielo in continuazione.
Quando lo baci, goditela.
CINQUE
Prendi quel che viene, senza pippe. Se hai voglia di sognare, sogna.
Parla. Ridi.
Facci la lotta.
SEI
Vedi come se la cava con il tosa-erba e la lavastoviglie. Se ti nutre e ha l’aspetto di uno che potrebbe prendersi cura di te come tu fai con il tuo gatto/cane/silkepil.
SETTE
Se c’è qualcosa che non sa (anche fare), insegnaglielo.
OTTO
Aggiungi un po’ di zenzero. E pepe.
NOVE
Sii più zen che puoi: pacifica e tollerante. Ma anche meno che ti riesce: passionale e sfrenata come un macaco in amore.
DIECI
Sii composta fuori (come la sciata di Zeno Colò), ma un vulcano dentro.
Se segui alla lettera i punti dall’uno all’undici e sarai felice.
Ah.
Manca l’undici?
Vero.
Eccolo:
UNDICI
Molla i consigli e buttati.
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Che sarà?

Che sarà?

Sarà la primavera, sarà l’erba che cresce, il giardiniere che non arriva, il lupo che salta. Saranno i fiori del rosmarino, o le poche ore di sonno. Sarà il freddo dell’inverno o i sensi intorpiditi. Sarà il momento. Sarà che sei pazza. Che hai troppa fantasia. Che fai spavento. Che non fai le domande giuste. Che sei troppa. O così poca da credere di essere troppa. Sarà che leggi troppo. E passi troppo tempo a scrivere. E non sai più leggere le persone. Sarà che sono troppi i maschi che ti fanno schifo. O che quelli che non te ne fanno o non hanno il pisello o ce l’hanno ma non lo sanno usare o ne hanno uno, ma lo tengono via per dopo. O lo usano solo in remoto. Sarà che insegui solo le lepri vive, che corrono forte, ma quelle nella ciotola, già spelate, o nel banco frigo, col codice a barre, nemmeno le vedi.
Vuoi sapere che sarà?
Sarà che secondo me te ne devi fare una ragione.

Ognuno ha le sue.
Tu pure.
Ah. E metti via quella mano: non c’è mezzo sasso tu possa tirare.
😉

Come capire se è vero ammore.

Come capire se è vero ammore.

Adorato,
(scrivevo tanto tanto tempo fa a un amico che si faceva chiamare Inti)
Mi chiedi quale sia per me il colore dell’amore e quale quello dell’ammore?  
Il primo è azzurro. Ma mica azzurro cielo santa-maria-goretti assunta fra gli angeli del paradiso. No, l’azzurro che vedo io, sul vero e unico ammore (quello che ti inchioda il miocardio in gola e fa schizzare gli ormoni alle stelle, quello che non passa, anche se lo mandi via a calci nel culo a due a due finché non diventan dispari) è un “R0, B110, G191”, alias un cian puro. Uno di quelli che sarebbero piaciuti all’Andy Warhol dello Studio 54, per intenderci.

 

No. Non è rosso. Il rosso è passione.
E la passione ci sta, ma da sola mica basta. Che senza azzurro, senza cian puro, si esaurisce in fretta. E quando finisce, la smette pure d’inchiodarti ai muri. E iniziano le zuppe.
E non è il rosa (che coioni) dei selfie, della pagina Facebook di coppia e dei cuoricini sui messaggini e dei WhatsAppini tenerini-tenerini (vomito).
E certo non è il giallo della rabbia, del grano, della famiglia del mulino bianco in cui lei fa le gang bang con l’idraulico, l’elettricista e l’avvocato mentre lui si fa un culo quadro a sfornare i Tegolini. O viceversa. In cui uno dei due (quello/a pallido/a), trotta-lava-stira-pagalebollette-s’imbruttisce-s’imbottisce-di-gastroprotettori e l’altra (o l’altro) va in palestra, dall’estetista e a troie. Beato. O beata. Che è uguale.

Come capire se sia davvero amore (con una emme sola e pure con due)?

Statti pronto, picciriddu, che sta per arrivare il centalogo:

Non è vero ammore se…

  1. Se non è condiviso.
  2. Se quando chiami, non ti risponde.
  3. Se ti chiama ogni tanto.
  4. Se quando non puoi rispondere, non lo richiami subito, appena possibile, anche un attimo prima.
  5. Se non ti si presenta mai nel cuore della notte o senza preavviso o in last minute.
  6. Se sparisce nei weekend.
  7. Se spegne il telefono dopo le nove di sera.
  8. Se lo riaccende il lunedì e ti chiama come nulla fosse.
  9. Se ti dice che gli piaci da morire ma l’altra non la può mollare, non subito, non oggi.
  10. Se ti senti a disagio. O non completamente a tuo agio.
  11. Se lui si sente in competizione costante con te.
  12. Se gli piaci, ma sospetti che con una taglia in più di poppe, e una meno di chiappe, gli piaceresti di più.
  13. Se tu gli piaci,”Sì certo che mi piaci, ma perché non fai un po’ di sport”?
  14. Se ti toglie il cestino del pane dalle mani.
  15. Se non si accorge mai che il tuo bicchiere è vuoto.
  16. Se si dimentica sempre il portafoglio (pensa un po’ che caso).
  17. Se non hai mai voglia di cucinare per lui.
  18. Se per lui hai sempre altro da fare.
  19. Se non hai mai mollato una riunione per rispondere a una sua telefonata.
  20. Se non ti preoccupi per lui. E non sei terrorizzata all’idea che possa accadergli qualcosa.
  21. Se non hai voglia di baciarlo. In continuazione. Senza sosta.
  22. Se non ti manca come l’acqua ai pesci e l’aria agli uccelli (cit. Blake).
  23. Se non gli manchi ancora prima che tu te ne vada.
  24. Se non ti fa ridere.
  25. Se tu non capisci le sue battute e lui le tue.
  26. Se ti fa ridere, ma non ti fa sesso.
  27. Se ti fa sesso, ma non ti fa mai ridere.
  28. Se ti fa sesso, ti fa ridere, ma sua moglie è meglio che non lo sappia.
  29. E tuo marito nemmeno.
  30. Se hai paura di non essere all’altezza.
  31. Se credi che debba crescere.
  32. Se ti dice che devi crescere.
  33. Se ti senti sola.
  34. Se non puoi dirglielo, quando ti senti sola.
  35. Se non puoi farti vedere con lui (perché per ora è meglio così)
  36. Se non puoi conoscere i suoi amici.
  37. O non vuoi.
  38. Se con lui/per lui non ti senti bellissima o abbastanza bellissima.
  39. Se non lo trovi bello bellissimo, da fare male agli occhi.
  40. Se credi che sia un uomo molto complicato, che richieda tempo, che sia traumatizzato e per ora va bene così.
  41. Se ogni volta che lo vedi non ti viene voglia di mangiarlo di baci (torna al 21 e stai fermo un giro).
  42. Se non fai fatica a trattenerti, manc’ pu’ cazz.
  43. Se al confronto con Gianfilippo, lui non regge e se continui a fare confronti.
  44. Se a chimica andate da dio, ma a poesia non ci siamo.
  45. Se a poesia è un dieci e lode, ma a chimica un dal cinque al sei.
  46. Se non c’è dialogo.
  47. Se c’è un sacco di dialogo ma poco pathos.
  48. Se c’è pathos a pacchi e ciuffi ma menate a pallet.
  49. Se ci sono solo problemi e poche soluzioni.
  50. Se ci sono soluzioni, ma nessuna affrontabile adesso.
  51. Se lui ha un’altra.
  52. Se tu sei l’altra.
  53. Se lui ti piace ma anche Adalberto non è male.
  54. Se lui ha troppe amiche altissime, fichissime e zoccolissime.
  55. Se ti fai troppe domande.
  56. Se lui non vuole farsene.
  57. Se lui non fa mai domande a te e tu non hai il coraggio di farne a lui.
  58. Se sei la sua confidente ma lui non è pronto.
  59. Se tu non sei pronta ma gli vuoi bene.
  60. Se ti vuole bene e non vuole ferirti ma sa che potrebbe farlo.
  61. Se ti annoi. Molto spesso.
  62. Se non vi capite. Quasi mai.
  63. Se tu ti ricordi di aver detto bianco, lui dice nero e non arrivate da nessuna parte.
  64. Se non ti chiede mai scusa.
  65. Se ha sempre ragione lui.
  66. Se tu non hai mai torto, soprattutto quando sbagli.
  67. Se sei sempre tu che ti spieghi male e mai lui a non capire.
  68. E viceversa.
  69. Se “Oh no, proprio stasera che c’è il Grande Fratello”.
  70. Se “Domani non se ne parla, c’è la Champion”.
  71. Se quello che vuoi fare da grande è molto diverso da quello che lui vorrebbe tu fossi.
  72. Se già oggi sei diversa da come vorrebbe.
  73. Se ti piace, ma ci sono un po’ di cose di lui che vorresti cambiare.
  74. Se pensi di poterlo cambiare.
  75. Se sei gelosa. Maniacalmente gelosa. E possessiva.
  76. O se lo è lui. Da mandarti ai pazzi.
  77. Se non rinunceresti mai alle tue cose. Per principio.
  78. Se viene prima il resto del mondo e lui dopo, se ci sta.
  79. E viceversa.
  80. Se lui non è una priorità (dimmi che posto mi dai, mi dai, mi daaaai).
  81. Se non hai voglia di entrare nel suo mondo e restarci.
  82. Se non ti va conosca il tuo.
  83. Se è un inflessibile, ma solo quando fa comodo a lui.
  84. Se non ti ci puoi appoggiare.
  85. Se non puoi essere il suo sostegno.
  86. Se tu cammini da sola. E al massimo facciamo un pezzo di strada insieme.
  87. Se non vedi un futuro.
  88. O non lo vede lui. E guai a parlarne.
  89. Se non vorresti fosse il padre dei tuoi figli. Ammesso che tu ne voglia fare.
  90. E viceversa.
  91. Se lui ha voglia di divertirsi. E mica solo con te.
  92. Se non vedi l’ora di rivederlo, cinque minuti dopo che se ne è andato da casa tua. O tu dalla sua.
  93. Se non sei trasparente con lui.
  94. Se ritieni di non poterlo essere.
  95. Se non ne sei sicura e sei ancora lì che pensi “vediamo come va”.
  96. Se non gliel’hai mai detto.
  97. Se non te l’ha ancora detto.
  98. Se temi che non te lo dirà. Magari mai.
  99. Se te l’ha detto, ma non ci credi.
  100. Se stai contando i sì, i no e i forse-ma-magari-non-conta, per fare una statistica.
PATTI CHIARI. AMICIZIA LUNGA (part 2)

PATTI CHIARI. AMICIZIA LUNGA (part 2)



SOTTOTITOLO: “NO. Non sei il mio fidanzato e… NO, non stiamo costruendo.”
(Parte seconda)

NdR. Se ti è sfuggita la prima, clicca qui: http://www.womenusersmanual.com/2010/07/blog-post_16.html#links
E se tutto questo ancora non gli bastasse potrei dirgli che per quanto attraente, divertente e interessante possa essere lui, io non ho al momento la più pallida intenzione di infilarmi in qualcosa di più impegnativo di una partita a Ruzzle con uno che l’ha appena scaricato, di più difficile di una partita a UNO e di più lungimirante di un timer da cucina.

Sono diventata una brico-lady da guinness, ho una rubrica del pronto-intervento con una squadra di tecnici da far invidia a Manny-tutto-fare, una cassetta degli attrezzi da manuale e – se non consideriamo gli hardware – non c’è trouble domestico che non possa risolvere.  Il tutto senza un anello al dito.

Provvedo alla mia micro-family, alle velleità del mio nano e ai miei capricci nel kindle-store di Amazon.  Mi diverto, sono workalcholic per necessità e perché faccio quello che più mi piace fare al mondo e coltivo i miei affetti con dedizione assoluta.

Mi piaccio. Abbastanza spesso. E non ho bisogno di un appuntamento galante per vedere la mia estetista (e sottoporre la ReginaMadre a indicibili torture), o per non mettere, in giro per casa, crocs, tute da puerpera e mutande contenitive.

Per non parlare della fanta-soddisfazione che provo nell’uscire di casa ogni mattina (ed oogni seraa wa wa) abbracciata al mio micro-clone senza nessuno che mi dica “Hai chiuso il gas?” (è elettrico, pirla), “hai preso le mie giacche dalla lavanderia?” (sì, amoore e le ho regalate al parcheggiatore: vedessi come gli donano!!!), “hai chiamato l’idraulico?” (ohh siii che l’ho chiamato, più e più volte e a gran voce, anzi speriamo che la vicina non protesti) e amenità del genere.

Il mio frigo è pieno, il mio letto MERAVIGLIOSAMENTE VUOTO (l’ho già scritto, lo so, ma è così bello tutto quello spazio!) e non soffro della sindrome della zitella.

E tutto questo, tutte le ragioni portate per spiegare perché  “non mi lascio andare”, perché non ho un anello al dito e affini, più tutti e 5 i capoversi di questo mio in-ting*… cadrebbero come gli aghi del mio pino IKEA (resisteva dallo scorso natale!!) se solo fosse il momento giusto.

Momento Giusto? 
Whats Momento Giusto? Uno di quei momenti che cancellano al pronti via ogni perplessità e incertezza, abbattono le grandi muraglie e volente o nolente ti fanno sorridere ai semafori, brillare gli occhi e accendere tutti i faretti all’altezza del plesso solare.

Ogni mio alibi svaporerebbe in un battibaleno se oltre al momento, ora lontano anni luce, capitassi anche sulle orme di un essere affine e compatibile e se quell’essere-senza costanti interrogazioni parlamentari- decidesse molto semplicemente di “fare due passi” con me, magari conscio di essere in salita e -why not- magari anche cauto quanto la sottoscritta…

Ora mi godo la decompressione post-separatio, costruisco solo castelli di sabbia (con sopra eserciti di gormiti) e gigoneggio – tra un testo e l’altro o scrivendo post per i miei bellissimi lettori.

Non firmo contratti (c’è la crisi), non ipoteco annate, non pianifico vacanze (e nemmeno la pausa pranzo) e non cerco altro che passione e  buonumore
Senza menate. Senza complicazioni, bufale e social network.

Non offro assunzioni a tempo indeterminato, al massimo, se proprio devo, posso proporre uno stage riconfermabile….

…Fair enough?
😉
*contrario di outing.


P.S.: questo POST è stato pubblicato il 30/07/2010. 
Incredibile come certe cose non cambino, eh?!
Alzati. E cammina. Fatti una doccia, fatti uno scrub e esci. SUBITO.

Alzati. E cammina. Fatti una doccia, fatti uno scrub e esci. SUBITO.

No, non così: così sembri la brutta copia della mamma di Alien. Fila a fare una doccia. Fatti uno scrub. Come non ce l’hai lo scrub? E chissenefrega se non ce l’hai! Prendi la farina gialla, due cucchiai, un po’ di miele. Mescola tutto. Entra in doccia e spalmati di poltiglia dal muso in giù ogni centimetro di carne che trovi (le dosi sono per una stazza normale, se sei più, per così dire, morbida di una 42, più di una 44, più di una 48, beh, esci dalla doccia e vai a correre, che allo scrub ci pensiamo dopo). Strofinati come se volessi toglierti di dosso tutto quello che non ti piace. Quello che non piace a te e quello che pensi non piacesse a qualcun altro che è meglio grattare via subito.
Lavati. 
Mondati come una carota. 
Ferma un attimo: cosa sarebbe quello scempio di trascuratezza e foresta pluviale che vedo? Via tutto. Subito. Le ciglia e le sopracciglia sono l’unica peluria che ti concedo, da oggi in avanti.
Fatto? Brava. Vedi? Va già meglio.
I capelli ora. Anche il balsamo, per favore.

Poi asciugati come se non fossi tu. Non piangere. Su quelle spalle, fuori le tette: stai dritta. Sorridi. Di più! Sarà mica un sorriso quello, eh. Per cortesia. Sii seria. Noo, scherzavo. Basta esser seria. Ci hai rotto i coglioni, tu e la tua seriezza. Esci. Ah no, aspetta. Sei ancora biotta [=”nuda”- NdA]. Incremati. E non dire che non hai la crema che lo sappiamo tutti che ce n’è per un esercito. Solo che non la usi più. Per lo meno non da quando… NO EH. BASTA. CI RISIAMO. Mi distraggo un attimo e ti riprecipiti nello sconforto. Concentrati! Seguimi. Ce la puoi fare. 
Metti la crema. Prendi la biancheria più sexy che hai. No, quel tanga grigio di tre taglie di più non lo definirei sexy. No il body no, che s’infila tra le labbra e poi è una tortura peggio della goccia cinese. Una cosa di pizzo ce l’hai? Eh? Vabbe. Per ora ci accontentiamo. Ma sappi che la prossima spesa non sarà un altro film sulla AppleTV. Ma una mutanda con reggi-tette coordinato da cardiopalma. Una che comprerai PER TE. Capito il concetto?
Cosa fai? Metti i collant? Sei scema? Toglili subito. Niente calze stasera. E nemmeno stivali. Non me ne frega niente se fa freddo, tu stasera esci con le Louboutine. Sì. Esatto. Quelle. Che ci si strozzi. Jeans? Sì. Può andare. Dolcevita? Se ci provi ti strangolo. Camicia. Ho detto. E orecchini.
Chiama le tue amiche. Adesso, non dopo. Chiama quelle a cui stai tirando pacchi da… fammi pensare… una cifra. Ecco. Chiamale tutte e dì loro che stasera vuoi provare a mettere il nasone fuori casa.

Fatto? Benone.
Ora via. Torna in bagno. Truccati.
Di più.
Sai essere moooolto più figa di così. Di più non vuol dire più roba: vuol dire meglio. Eyeliner. Rimmel. Matita nera sotto. Un filo di grigio sopra, un po’ smoky, femme fatale. E lucidalabbra trasparente. Si, esatto, quello glossy che non hai mai messo perché avevi paura di dare un bacio a lui e restarci appiccicata come la carta moschicida.

COSA FAI ADESSO? Oh, ma non si può proprio dire niente che ti rimetti a frignare eh? Che zuppa che sei.
Via. Sei pronta.
Devi andare. Non. Guardare. Il. Divano.
Senti? Il telefono suona. Lui suona (il telefono, non lui, cretina!) e tu esci. Sì. Cara. Stasera tu esci. Perché si fa così, a uscirne. Si fa da fuori, mai da dentro.
E ora spicciati e scendi, che là fuori, da qualche parte, c’è un intero mondo che si fa i cazzi suoi. E non ti aspetta, ma se ci vai, giuro, che non morde.

Il Graal delle relazioni.

Il Graal delle relazioni.

Per trovarlo non basta un plotone di templari. O di Swot. E tantomeno mille squot al giorno.
Per rintracciarlo non servono i satelliti.
Nemmeno Tom Ponzi sa dove sia. Né la Nasa, la CIA, o l’Intelligence al gran completo. 
Del graal si sa poco e quel che si sa pare sia leggenda.
Il graal poi, come se non bastasse, cambia. 
Quello che per me è il calice della relazione perfetta, la coppa dell’abbondanza, della felicità e della fertilità, per un’altra magari è un supplizio. Più schifoso di un caffè al limone. Col sale dentro.
Per me il Graal ha una forma precisa. Una faccia. Perfino un nome. 
So addirittura dove andare a cercarlo. Solo che non lo voglio più. Perché pur non negando che quella faccia lì, quel nome e quella forma, per me siano stati il Graal, poi ho capito che non lo erano. O meglio che lo erano, ma non per me. Anzi, per me, ma non per lui. 
Succede. Shit happens, dicono gli americani, no? Ecco. 
A me è successo. Doveva capitare prima o poi, no? 
Il mio Graal l’ho visto arrivare, non da solo.  
Visto che non ho mai amato i servizi coordinati e compro un solo bicchiere per volta, certo non ero pronta – né mai lo sarò – a prendere una coppia piuttosto che un pezzo unico.
Quindi l’ho cacciato, in malo-malissimo modo, ritrovandomelo comunque sulla porta per mesi. Fino a scoprire che da confezione in dolby s’era trasformato in single e ho accettato di bere alla sua coppa, bagnandomi appena le labbra all’inizio e poi tuffandomici dentro fino al collo, dopo poco. Il mio calice ha velocemente preso posto in cucina, in casa mia,  e c’è rimasto per un bel pezzo. 
Il mio Graal era tutto il contrario di quanto mi aspettassi di volere. E di sapere. 
Per me è stato gelosia (io che gelosa non lo ero stata mai), è stato dolcezza (idem), è stato desiderio e passione (vedi sopra). Fuoco, gelo, urla e strepiti. Scenate e notti insonni. Uragani, terremoti e tzunami giorno sì e giorno pure. Baci lunghissimi e musica nella cassetta delle lettere. Fiori. Coccole. Pavimenti. Pentole. Lavatrici. Calzini. Lettere. Bugie. Paure. Consulenti impiccione. Corteggiatrici on e off line. Parole non dette. É stato meraviglia. É stato tradimento, fiducia spezzata, pianti che sembrava non finissero mai. Risate fino a fare male. Telefonate infinite, all’alba, al tramonto, di giorno e di notte. Attese. Segreti (tipo me) per il suo mondo, da cui ero esclusa. Serate e giornate intere ad aspettare. “No non esco”. “No, grazie”. “Non ci sono”. A raffica per chiunque altro. 
Il mio graal è caduto. Si è rotto. Mille volte aggiustato con l’Attack. Ricaduto e riaggiustato. 
Così tante volte che se mi chiedessero quante non saprei. E poi, alla fine, l’ho trovato in rete. In vendita. Con uno pseudonimo che una volta aveva usato per me. Attivo e online. Banale. Povero come non credevo riuscisse a essere. (E non vi dico il giramento di coglioni, eh).
E allora, solo allora, alla fine, ho capito. (Meglio tardi che mai). Che uno per avere un graal, in qualche modo deve essere lui stesso calice. Per vivere quel che avevo vissuto io, tocca essere quello che ero stata io per lui. E lui per me. In una simbiosi perfetta e magica e rarissima di “io voglio te e tu vuoi me”. A prescindere. Di quel “tu vuoi me e io te” che non ammette scuse, che sposta montagne e se occorre fa disastri e se ne sbatte delle conseguenze. Di una cosa così forte e così grande che senza non vale più la pena vivere. 
Ecco.
Questo è il mio graal. L’assoluto. Non un pelo di meno. Un assoluto che non contempla logica, che non accetta pareri, che se ne fotte della razionalità e prende tutto. Senza esclusioni. Il pacchetto completo. Non è una cosa che si spiega, questa dell’assoluto: o ce l’hai (di tuo, dentro, fino al midollo) e la capisci oppure niente; se non ce l’hai o la perdi, non serve a niente parlarne. Quell’assoluto per cui avevo perso la testa, unico, perché solo per me. Una volta tanto. Il graal è assoluto, già, e l’assoluto richiede assolutezza. E quindi niente. 
Quindi no, il graal, oggi, grazie, ma non lo voglio più. Non lo vorrei nemmeno se mi arrivasse per posta, o consegnato da un DHL. Ne ho avuto uno. E credo sia già tanto. Pure troppo. E ne ho fatto tesoro. Nel resto non credo. E pure se ci credessi non mi interesserebbe comunque. 
Perché i primi giorni dopo la fine (quella vera) sono più difficili di quello che ti raccontano.

Perché i primi giorni dopo la fine (quella vera) sono più difficili di quello che ti raccontano.

  1. Perché realizzi che è finita e che tutto quello che avevi pensato e sperato e immaginato era solo fuffa.
  2. Perché non vi capite più e qualsiasi cosa tu dica non gli arriva com’era partita o non la coglie o la travisa.
  3. Perché vorresti non provare rabbia, ma sei rabbia che cammina. Anche quando dormi, o cerchi di dormire.
  4. Perché vorresti una bacchetta magica o una macchina del tempo per andare avanti veloce a quando ne sarai davvero fuori e riuscirai perfino a sorriderti pensando a questi giorni/mesi/anni.
  5. Perché non sai nemmeno più se quello che ti ricordi (la bellezza) sia successo sul serio o se le tue già allora non fossero che proiezioni isteriche in tinte pastello di una fase monomaniaca della tua vita.
  6. Perché ti chiedi anche se quello che ti fa schifo ricordare (la schifezza) sia accaduto proprio così (schifosamente) come te lo ricordi.
  7. Perché siete troppo diversi. E troppo uguali. Diversi dove servirebbe foste simili e uguali dove occorrerebbero differenze.
  8. Perché non legge un cazzo. E tu non corri nemmeno se ti inseguono.
  9. Perché il tuo è un disordine fisico, il suo mentale. E il pensiero è ricambiato. Alla quarta.
  10. Perché vorresti equilibrio, nel tuo essere bipolare tra il furore cieco (faccia da Jack Nicolson in Shining mentre sussurra “Wendy, I’m coooooming”) e le lacrime del non c’è più niente da fare (Candy Candy quando scopre che Anthony è morto).
  11. Perché ti ripeti che non ti piaceva più. E te lo ripeti tipo mantra. In loop.
  12. Ma poi ti viene in mente di come ti faceva ridere e allora (cazzo).
  13. Perché tu lo sai che non funzionate e lo sapete entrambi ma ti piacerebbe, per altre cinque-sei ore, stanotte, far finta di niente.
  14. Perché sei ancora lì che scrivi e no, non avevi voglia di uscire anche se avresti dovuto.
  15. Perché passerà, oh, sì, lo sai, ma finché ci sei in mezzo mica ci credi.
  16. Perché era tutto così diverso e poi è diventato uguale ma vorresti non essertene accorto.
  17. Perché vorresti che ti chiamasse, ma se poi lo fa avresti preferito di no, che almeno restavi col dubbio.
  18. Perché vorresti telefonare tu, o scrivere, ma non lo fai e se lo fai, fai solo casino.
  19. Perché vorresti arrivasse un miracolo a salvarti. Ma se scendesse lo spirito santo suonando al tuo citofono e dicendo “fammi salire che sono qua per te”, tu, per come stai, faresti finta di non essere in casa.
  20. Perché non è giusto. Ed è un mondo di merda. E vi amavate davvero voi due. Eravate felici e avreste potuto esserlo per un sacco di tempo. E siete stati due coglioni, ma ormai è tardi, ormai è andata e lo sai e non c’è più niente da dire e lo stare in silenzio ti strangola.
  21.