Come smettere di essere gelosi in quattro passi (saltellanti).

Come smettere di essere gelosi in quattro passi (saltellanti).

La gelosia è una gran brutta bestia, una di quelle cattive-cattive, un animale domestico a cui non lascerai mai mio figlio.
Per quanto tu provi ad addestrarla, nemmeno se di mestiere fai il belv-emotional-trainer, con lei in giro, non riuscirai a stare tranquillo.

Come qualsiasi altra belva, la gelosia cresce: all’inizio (della storia) fa perfino tenerezza, come i cuccioli.
Con il passare del tempo, passa da ingombrante a fastidiosa fino a diventare – nei casi più estremi – intollerabile e incredibilmente pericolosa.

Se fosse una gallina, potresti farla in brodo. Se fosse una pantera, portarla allo zoo. Se fosse un orso, potresti inventarti di essere stato attaccato e farla stecchire dalle guardie forestali.

Se lei fosse davvero un animale domestico (e tu un idiota), una volta diventata insopportabile potresti sempre cercare di darla via. Addirittura riportarla al canile (o al gattile).

Per quanto animalesca, selvatica e indomabile sia, purtroppo, la gelosia quando arriva di solito resta.
Chi invece se ne va, alla lunga, è il tuo partner.

L’unica vera chiave è non aprirle la porta.

Quindi, se ti chiedi cosa fare se non solo l’hai già fatta accomodare, ma le hai offerto divano e filmino, leggi i quattro consigli che seguono. E poi prova ad applicarli.

UNO: smetti di nutrire le paranoie tue e rompere i coglioni all’altro.

Se hai una relazione con un essere senziente (e non con un organismo mono-cellulare), sappi che se sta con te è perché gli piaci. O magari perché sei ricco da fare schifo (e quindi gli piaci un casino).
Se gli piaci tu – ca va sans dire – non ha motivo di cercare altro.
Secondo la tautologia, quando qualcuno cerca altro è perché non sta bene dove sta.
Se sei sicuro senti   , no, hai il sospetto, di piacergli, mettiti l’anima in pace e goditela. Finché dura.

DUE: prima di parlare/accusare, conta.

Prima di partire in quarta a spada tratta, pronto/a a trafiggere il fedifrago e farne brandelli, conta fino a dieci milioni alla sesta. 
Per sapere quando smettere, fa’ a mano il calcolo. 
Sapendo di essere vittima della gelosia, dovresti anche essere conscio di quanto tu sia – a volte – un pelo paranoico/a e in quanto tale, dovresti per lo meno, imparare a moderarti. Ad aspettare. A soffocare il drago sotto al cuscino. 
Se poi il dubbio persiste, chiedi spiegazioni. Possibilmente senza prima aver strozzato l’altro.

TRE: fai andare le mani.

Piantala di controllare ogni sua mossa, aggiornamento, stato, like, stellina o cuoricino. 
Trovati qualcosa da fare. Se hai già un lavoro a tempo pieno, dedicatici. 
Se hai troppo tempo libero, riempilo. Vai a dar da mangiare ai piranha all’acquario di Genova (se sei di Milano) o a strappare le erbacce in Trentino (se sei di Molfetta). 
a’ qualunque altra cosa, ma smettila di stare a guardare cosa fa, quando lo fa, quanto ci mette e con chi lo fa. 

QUATTRO: sgomma.

Se proprio non riesci a non essere geloso, metti fine alla storia. 
Cambia aria, personaggi e trama. 
Sappi che gli psyco-fidanzati non durano a lungo. 
E se non lo farai tu, lo farà l’altro.

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10 cose da sapere prima di uscire con una Bresciana

10 cose da sapere prima di uscire con una Bresciana


Ocio. Prima di partire in quarta a leggere (lo so che fremi come una cicala ninfomane), sappi che il post in questione non è mio. Arriva nientepopòdimenoche da Cosmopolitan. La super-penna che l’ha goduriosamente generato è di Maria Elena Barnabi, nata a BresciaCaputMundi e trapiantata a Milano per ingentilire l’urbe e le pagine della rivista su cui scrive.

Pronti?
Via.

«Caro anonimo aspirante frequentatore di ragazze bresciane,
sappi che ammiro il tuo coraggio. Perché avere a che fare con una femmina della mia terra non è facile. All’inizio rimarrai affascinato dalla sua risata, dalla sua voglia di divertirsi, dal suo essere easy. Ma devi sapere che ti sta già mettendo alla prova. Mentre bevete un aperitivo (punto 5) o mangiate una fetta di salame (punto 3), si sta chiedendo se sarai in grado di tenerle testa e sta valutando il tuo grado di mascolinità. Sappi che deve essere molto alto. Ma siccome mi stai simpatico (non chiederti perché, ascolta e sta’ zitto), ho pensato di aiutarti, stilando una lista delle 10 cose che devi assolutamente sapere se vuoi far breccia nel cuore prezioso di una ragazza di Brescia. Fanne tesoro, e soprattutto buon uso. Se scopro che hai usato i miei consigli per fartela e poi scomparire nella nebbia, vengo lì e ti tuono. Ricordati che Brescia è la Leonessa d’Italia (“Brescia la forte, Brescia la ferrea, Brescia leonessa d’Italia”: sono versi di Giosuè Carducci, non fare l’ignorante) perché ha combattuto valorosamente 10 giorni contro l’invasore austriaco durante il Risorgimento. E noi siamo tutte un po’ Leonesse.
Con affetto,
la zia bresciana Maria Elena
1) La prima cosa che devi sapere sulle ragazze delle mia città è che sono toste. Le torinesi sono di legno, le milanesi fighette, le romagnole goduriose, le sicule gelose. Le bresciane sono femmine toste. Nel senso che: lavoriamo (e studiamo) da quando abbiamo 16 anni, ci siamo comprate da sole l’auto appena siamo state in grado di farlo, beviamo quasi quanto un uomo, giochiamo a carte, diciamo parolacce. Non ci facciamo abbattere da nulla. Cadiamo, magari tante volte, ma ci rialziamo e andiamo avanti come un treno. Del resto, la nostra città è la capitale del tondino: hai presente quel tubo d’acciaio che tiene su il cemento armato? Ecco, la nostra terra lo produce per il mondo intero. Per farti capire quanto toste siamo noi, pensa al tondino. Quindi sii preparato: se sei in cerca di una damigella in pericolo, cambia aria.»
2) Quando ti diciamo che siamo di Brescia, non fare quel sorrisetto.
3) Impara ad apprezzare il salame.
4) Dimostrati sempre interessato al lavoro che facciamo. »
Ecco, su questo punto mi toccherebbe sedermi, prendere un bel respiro e assumere la mia aria da maestrina-concentrata e un po’ saputella. 
Avendo già le terga incapsulate dentro alla mia poltroncina IKEA, fronte ventilatore e Mac-munita, salto il movimento fisico e passo a quello cerebrale. 
(La meravigliosa) Maria Elena spiega come la bresciana doc sia una lavoratrice indefessa, cresciuta a pane e sgobbo, felice come una pasqua di alzarsi (presto) e lavorare fess (possibilmente fino a tardi, non disdegnando neppure feste comandate e weekend). Spiegando il concetto base, invita il lettore a interessarsi al suo lavoro e a non azzardarsi mai, ma proprio mai, a chiederle di lasciarlo per stare a casa a fare la calza.  
E qui, esattamente qui, mi trovo nell’impellenza di sottolineare il pregio del suo contributo, magnificarlo in una simbolica standing ovation (letteralmente “ovulazione da in piedi”) e aggiungere il mio monito.
Se vuoi uscire con una Bresciana, non basta che t’interessi al suo lavoro. Devi – per forza – averne uno anche tu e fare in modo che quell’uno lì sia per te la cosa più figa della galassia. Viceversa, se quello che fai non ti piace, o lo cambi o ti dai una mossa per cambiarlo oppure te ne trovi un altro. Ah. Non vedi l’alternativa? Esatto! Non c’è: se vuoi davvero uscire con una Bresciana (per lo meno una seconda volta), devi prima accertarti di NON possedere nemmeno mezzo delle seguenti – inaccettabili – caratteristiche:
  1. Essere un la-sa-rù (nell’idioma autoctono: “lazzarone”) o uno di quei new-wanna-be-no-global tutto amore e filosofia ma niente schiena;
  2. Avere il cosiddetto deficit di olio di gomito;
  3. Avere la tendenza al lamento;
  4. Odiare il tuo lavoro e tenertelo;
  5. Esserti mai messo in mutua senza prima – come minimo – essere ricoverato in terapia intensiva. Possibilmente in coma farmacologico.
  6. Disprezzare l’altrui successo e/o dedizione e credere che sia solo culo o conoscenze.
  7. Credere nella parità di diritti in assenza di eguaglianza di doveri;
  8. Essere più statico che dinamico, più addormentato che sveglio e avere più rimpianti che volontà;
  9. Essere corto o lento (di braccio e di cervello, ma non solo).
  10. Avere talento e sprecarlo.
Perché? Perché non ci piacciono i la-sa-rù. Anzi, li detestiamo proprio. Non ci piacciono i lavativi, i nati-stanchi, i “tanto-non-cambia-niente” e i “dove-lo-trovo-un-altro-sgobbo”. Non ci piacciono, nemmeno per un giro veloce di spiedo classico (quello vietato, per intenderci). 
Ci piace, invece (e un sacco), chi si inventa, chi quando non sta bene cambia strada, chi rischia, ci mette la faccia e il culo. Chi si tira su le maniche e si dà da fare. 

Chiaro? Speriamo.
Il resto dell’articolo, from the beginning, lo trovi qui. Se vuoi seguirla su Twitter (che ti conviene), la trovi cercando @labarnabi (se non sai come si fa, clicca qui). 

P.S.: i primi due punti sono sostanzialmente uguali, ma mi serviva un decalogo e non mi veniva in  mente altro.

Quello che vuole lei. Quel che vuole lui. Quel che vogliamo tutti.

Quello che vuole lei. Quel che vuole lui. Quel che vogliamo tutti.

È una cosa che non c’è.

O meglio che in effetti c’è, ma mica come la vogliamo. No. Perché quel che vogliono le femmine, i maschi, le signorebene (tuttoattaccato), i mandrilli assettati di passera, le tigri del ribaltabile (che non so nemmeno se esista più, il ribaltabile), e pure i ciellini, ecco, quella roba lì, è contro natura. Perché quel che tutti vogliamo, noi, non è che ci accontentiamo di volerlo per un po’, no, macchè, lo vogliamo a lungo, lo vogliamo per un sacco di tempo, lo vogliamo per sempre. Eh. Nemmeno i sassi durano in eterno. Perfino le montagne si abbassano, nei secoli. Le foglie cadono, le figlie crescono. I figli diventan scemi (sempre), alle volte poi figliano. Invecchiano. Sperano nella pensione e poi muoiono. Già è tanto se non di fame. Muoiono loro, se abbiam culo, dopo averci seppellito. E moriamo anche noi. Tutti. E in quest’ecatombe che è la vita, questa cazzo di CORTA CORTISSIMA VITA, che fa strage dell’universo intero, noi, maschi e femmine, signorotti e signorine, milf, showmen, colletti bianchi e fanta-manager, operaie, operati, operose formichine o sciamannati fancazzisti, poeti maledetti o maledetti e basta, pretendiamo pure di volere qualcosa di così duraturo da accompagnarci addirittura di là. Dal forno (per chi punta all’urna), dal clic-saluti-e-baci (per i materialoni), dal purgatorio (per chi ci conta) o dall’inifinta energia cosmica che ci aspetta per inglobarci ed elevarci al livello superiore (per chi fuma roba brutta).
Solo che no. Niente. Non funziona. Non ancora. Non fino a che facciamo parte di questo sistema universale in cui nasci, ti guardi in giro un po’, corri come un cretino e poi secchi. Qui, nel sistema (o nella matrice, sempre per chi mangia i funghi di Don Juan), tutto – tranne forse qualche equazione – è limitato nel tempo e destinato a trasformarsi.
Tocca farsene una ragione. E smetterla con tutte ‘ste pippe, che -davvero- non ne abbiamo il tempo.