Apologia del “materasso”

Apologia del “materasso”

ficology il materasso

«Oh…”materasso”? Si fa interessante…»

Alt. Vi vedo. Vedo voi e la vostra acquolina che scivola giù dal labbro inferiore, vedo le pupille dilatate, la vena, quella sul collo, pulsare veloce, sento il respiro farsi affannato. E invece no: non parlo del materasso come sineddoche del talamo e/o metafora del sesso, ma di una tipologia di essere umano ascrivibile al ruolo della #compagniaperfetta per un’altra – altrettanto specifica – tipologia di essere umano.

Dicesi Materasso un primo particolare tipo di mammifero che possa accompagnare un secondo altrettanto particolare e specifico mammifero facendo in modo che il secondo non se la dia a gambe levate temendo che il primo possa negare di voler mettere radici e nel frattempo – invece – provarci, il figl’androcchia.

‘Spetta che mi spiego meglio.

Quando non sei in cerca di un nido (magari perché uno già ce l’hai, e pure bello tosto, oppure gli hai appena dato fuoco e sei ancora lì con l’estintore in mano) MA decidi di avviare una conversazione con un altro essere vivente, per galopparci once in a while nelle praterie o per farci quattro chiacchiere via cam, l’ultima tipologia di creatura che speri di incontrare è un rapace in amore che ti porti su e poi su e poi sempre più su nel cielo blu per poi, alla prima occasione, ficcarti le unghie nella carne e tornare con due ramoscelli nel becco pronto a – udite udite – nidificare.

Visto che l’idea di un altro nido, o di un nido punto stop, è un pelo meno allettante di una di quelle buste verdi per le quali la postina ti chiede di firmare, e visto che lo sai, ogni volta che ti viene voglia di una nuova conversazione, magari perché sono tipo quattro o cinque mesi che non apri bocca (bocca, ho scritto bocca), se non in soliloquio, non puoi farlo in scioltezza. Non ci riesci proprio. Anzi: se decidi di farlo, lo fai sulle punte, in retro, e spesso con le chiavi di casa in mano ancora prima di salire in macchina. Parti buttandola in vacca, chiarisci che sei romantico come un freezer e poi specifichi che per te amare è il contrario di dolci, plurale di amaro e/o di amara e che quella parola lì per te non è verbo, mai, nemmeno per scherzo, ma aggettivo e chiudi dicendo che hai un rapporto difficile con gli aggettivi e che meno ne vedi, meglio stai. Puoi arrivare a dire (fonti certe, per quanto tutelate) che non credi nella monogamia (che poi è vero, ma è un discorso lungo, che tu tagli), e che hai una relazione che va avanti da 21 anni (idem, magari, chissà), e che non dormi con nessuno mai (che sia vero o no, è un dettaglio). Può perfino capitarti di comportarti proprio male, arrivando a offrirgli un caffè con il suo cappotto in mano, mentre hai già addosso più vestiti di prima insieme a una faccia di quelle che non lasciano spazio all’immago. Fatto sta che comunque tu la metta, la metti male perché la paura che l’altro mammifero, o volatile, creda di avanzare pretese, ci provi, si spieghi male e te lo faccia pensare anche se magari no per niente, è sufficiente per farti passare la voglia di conversazioni. Per i successivi mesi: un sacco.

Diverso, anzi diversissimo, è il caso in cui tu, mammifero, incontri un Materasso. Trattandosi di categoria molecolare differente, il Materasso si presenta morbido. Non ha ali per inseguirti, o zampe per galopparti dietro, non ha artigli per agguantarti, non ha prese con le quali fermarti. Arriva e ti dice: «buttati, babe, è morbido.»

E il suo essere morbido significa tutto quello che vuoi sentirti dire e soprattutto quello che non vuoi. Quello che vuoi è il massimo del minimo comune denominatore fra un mammifero e un Materasso: quello che vuoi è compagnia, benessere senza etichette, piacere no-label. Vuoi risate, vuoi acquolina, conversazioni, altre risate, vuoi corse, solletico. Vuoi confidenza. Vuoi intimità. Complicità. LA stessa che hai con gli altri mammiferi del tuo branco, gli altri uccelli del tuo stormo. Vuoi sentirti libero di dire cose brutte e pure cose belle senza l’anZia che quell’altro non capisca, capisca male, o proprio sminchi il senso del tutto. Vuoi trasparenza, soprattutto e la trasparenza non è cosa da coppie. Mai, nemmeno nella più sfrenata delle fiction. Vuoi potergli dire che stasera no, non ci sarai, perché sarai a cena con un altro mammifero, o un’altra poiana, vuoi essere cercato, ma non braccato. Vuoi il tiramisù vero, con i savoiardi e la crema zabaione da diecimilamilioni di calorie, ma senza le calorie.  E il Materasso può dartelo.

Quindi? Quindi niente, ci puoi conversare senza paura.

 

 

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Zenzero. Zero-zen. Zeno Colò. Ovvero: come trovare l’uomo giusto e essere felici

Zenzero. Zero-zen. Zeno Colò. Ovvero: come trovare l’uomo giusto e essere felici

Trovare l’uomo giusto è facile.

UNO

Per prima cosa, parti smettendo di cercare (e frequentare e desiderare e rimpiangere) quelli sbagliati.
DUE
Prosegui frequentando gente nuova. 
Nuova. 
Non fare quella faccia.
Esci.
Non hai voglia? OK.
Fa’ una cena. Una festa, una merenda in giardino.
Non ce l’hai un giardino?
Chissenefrega. Sii alternativa. 
Falla in cucina. O in bagno.
Inventati qualcosa e invita delle persone, in carne e ossa.
TRE
Quando hai fatto, tieni gli occhi aperti.
E quando vedi qualcosa (qualcuno) di interessante, guardalo.
Parlaci.
Ascoltalo.
QUATTRO
Esci dalla tua scatolettina di convinzioni e fai quattro chiacchiere.
Se ti piace, cercalo e invitalo di nuovo.
Cerca di conoscerlo.
Se lo trovi bello, diglielo.
Se è bellissimo, ripetiglielo in continuazione.
Quando lo baci, goditela.
CINQUE
Prendi quel che viene, senza pippe. Se hai voglia di sognare, sogna.
Parla. Ridi.
Facci la lotta.
SEI
Vedi come se la cava con il tosa-erba e la lavastoviglie. Se ti nutre e ha l’aspetto di uno che potrebbe prendersi cura di te come tu fai con il tuo gatto/cane/silkepil.
SETTE
Se c’è qualcosa che non sa (anche fare), insegnaglielo.
OTTO
Aggiungi un po’ di zenzero. E pepe.
NOVE
Sii più zen che puoi: pacifica e tollerante. Ma anche meno che ti riesce: passionale e sfrenata come un macaco in amore.
DIECI
Sii composta fuori (come la sciata di Zeno Colò), ma un vulcano dentro.
Se segui alla lettera i punti dall’uno all’undici e sarai felice.
Ah.
Manca l’undici?
Vero.
Eccolo:
UNDICI
Molla i consigli e buttati.
Preppers: se l’ebola arriva in Italia, chiudi la porta, ma prima…

Preppers: se l’ebola arriva in Italia, chiudi la porta, ma prima…

…prima preparati.

Parti con l’informarti, anzi, ancora prima di informarti, smetti di berti tutto quello che senti senza mettere nulla in dubbio e comincia con il cercare online altre fonti, oltre a quelle ufficiali, che un giorno ti dicono “Non arriverà mai negli USA” e il giorno dopo “Ah, beh, sì, in effetti c’è un morto a Dallas, ma non è grave”.

Se arriva l’Ebola, vicino a te, sappi, e sappilo subito, che le tue probabilità di sopravvivenza sono più basse di quelle che avresti tuffandoti in una vasca di squali bianchi con un Tampax usato in tasca.

L’ebola, secondo la WHO, è a tutti gli effetti una pandemia la cui mortalità fa paura: fino al 90% di chi contrae il virus muore, e mediamente muore in una decina di giorni dalla comparsa dei primi sintomi.

Dicono che il virus abbia un tempo di incubazione fino a 21 giorni, che “in genere” il virus si trasmetta solo a partire dai primi sintomi, che resista sul cadavere fino a 3 mesi dopo la morte.

Non si hanno certezze. L’unica sicurezza riguarda la mancanza di sicurezze e di sicurezza. I governi di tutto il pianeta non sono (per forza) preparati a gestire una simile situazione, anche perché non c’è mai stata prima.

Nelle pandemie storiche, quelle che nel corso degli ultimi duemila anni, per intenderci, han fatto trilionate di vittime (dalla peste bubbonica in su), le persone si muovevano a cavallo, o in nave, o a piedi. Gli spostamenti erano lenti. E le possibilità di contagio erano decisamente inferiori a quelle odierne.

Oggi è un casino.
Oggi tocca muoversi per tempo, iniziare a leggere, a capire cosa possa servire, cosa serva imparare.
Cosa serva saper fare.
Su questi temi, esistono organizzazioni e singoli individui che – da anni – si stanno attrezzando. Si chiamano PREPPERS, o SURVIVORS. Alcuni di loro sono fanatici che levate, altri, però, pur conducendo esistenze normali, hanno iniziato a usare testa, mani e rete per capire come muoversi in caso di emergenza.

Chi scrive non è Lara Croft. E non le somiglia per niente.
Ma ha iniziato, da una ventina di giorni a questa parte, a scandagliare il web in cerca di info.
Il prossimo passo, lei crede, sarà forse quello di aprire un blog dedicato o tornare al post sull’Arca di WUM e cercare candidature per formare un nuovo gruppo di sopravviventi decisi a non lasciarci le penne. O per lo meno, a provarci.

QUI puoi dare un’occhiata alla diffusione del virus, dei contagi e delle vittime.

Se non ci sei, dillo.

Se non ci sei, dillo.

Già.
E non mi venire a dire che si capisce, perché magari sì, hai ragione e si capisce, visto che non scrivi, non rispondi, non chiami e latiti, ma magari no, perché là fuori ci può essere qualcuno che ancora ti aspetta. Magari solo ogni tanto, magari una volta ogni morte di papa. O magari no. Magari pensa tu abbia da fare e anche se ce l’hai davvero, lo sappiamo tutti che non è per quello. Tutti, tranne uno. 
Qualunque sia (o chiunque sia) il motivo per cui ti sei allontanato, on the other side of the river c’è qualcuno a cui devi uno straccio di spiegazione.
Perché?
Perché è così che fanno, i grandi. Si parlano, i grandi. Si spiegano. Si mettono seduti intorno a un tavolo e se la raccontano. Senza tanti giri di parole.
Sono i piccoli (esseri umani, cuori e cervelli) che fan finta di niente e si vaporizzano nell’etere senza una parola.
Se c’è stato qualcosa, qualunque cosa, che ora non c’è più, magari da un sacco di tempo o magari da pochi minuti, non occorre tirare in ballo Majakovskij, che fa tanto tragedia e sconforto nero. Basta andar via diretti. Meglio se dal vivo. 
Chiama chi devi chiamare. Proponi un aperitivo. Mantieni una faccia seria, ma non funerea e vai al sodo, partendo con un “Hai ragione tu” e proseguendo con una spiegazione il più semplice possibile.
Se chi hai davanti una volta ti piaceva da morire, capirà. E smetterà di arrovellarsi i pensieri su di te, su quello che fai, se e quando e quanto chiamarti e come lasciarti il tuo spazio senza passare per menefreghista.

E anche se senti solo il 50% della responsabilità di quello che hai appena detto, sappi che comunque tu la metta, ne hai di più. A prescindere.

Quando poi hai finito, alzati, paga l’aperitivo e fai come Baglioni.

Alzati. E cammina. Fatti una doccia, fatti uno scrub e esci. SUBITO.

Alzati. E cammina. Fatti una doccia, fatti uno scrub e esci. SUBITO.

No, non così: così sembri la brutta copia della mamma di Alien. Fila a fare una doccia. Fatti uno scrub. Come non ce l’hai lo scrub? E chissenefrega se non ce l’hai! Prendi la farina gialla, due cucchiai, un po’ di miele. Mescola tutto. Entra in doccia e spalmati di poltiglia dal muso in giù ogni centimetro di carne che trovi (le dosi sono per una stazza normale, se sei più, per così dire, morbida di una 42, più di una 44, più di una 48, beh, esci dalla doccia e vai a correre, che allo scrub ci pensiamo dopo). Strofinati come se volessi toglierti di dosso tutto quello che non ti piace. Quello che non piace a te e quello che pensi non piacesse a qualcun altro che è meglio grattare via subito.
Lavati. 
Mondati come una carota. 
Ferma un attimo: cosa sarebbe quello scempio di trascuratezza e foresta pluviale che vedo? Via tutto. Subito. Le ciglia e le sopracciglia sono l’unica peluria che ti concedo, da oggi in avanti.
Fatto? Brava. Vedi? Va già meglio.
I capelli ora. Anche il balsamo, per favore.

Poi asciugati come se non fossi tu. Non piangere. Su quelle spalle, fuori le tette: stai dritta. Sorridi. Di più! Sarà mica un sorriso quello, eh. Per cortesia. Sii seria. Noo, scherzavo. Basta esser seria. Ci hai rotto i coglioni, tu e la tua seriezza. Esci. Ah no, aspetta. Sei ancora biotta [=”nuda”- NdA]. Incremati. E non dire che non hai la crema che lo sappiamo tutti che ce n’è per un esercito. Solo che non la usi più. Per lo meno non da quando… NO EH. BASTA. CI RISIAMO. Mi distraggo un attimo e ti riprecipiti nello sconforto. Concentrati! Seguimi. Ce la puoi fare. 
Metti la crema. Prendi la biancheria più sexy che hai. No, quel tanga grigio di tre taglie di più non lo definirei sexy. No il body no, che s’infila tra le labbra e poi è una tortura peggio della goccia cinese. Una cosa di pizzo ce l’hai? Eh? Vabbe. Per ora ci accontentiamo. Ma sappi che la prossima spesa non sarà un altro film sulla AppleTV. Ma una mutanda con reggi-tette coordinato da cardiopalma. Una che comprerai PER TE. Capito il concetto?
Cosa fai? Metti i collant? Sei scema? Toglili subito. Niente calze stasera. E nemmeno stivali. Non me ne frega niente se fa freddo, tu stasera esci con le Louboutine. Sì. Esatto. Quelle. Che ci si strozzi. Jeans? Sì. Può andare. Dolcevita? Se ci provi ti strangolo. Camicia. Ho detto. E orecchini.
Chiama le tue amiche. Adesso, non dopo. Chiama quelle a cui stai tirando pacchi da… fammi pensare… una cifra. Ecco. Chiamale tutte e dì loro che stasera vuoi provare a mettere il nasone fuori casa.

Fatto? Benone.
Ora via. Torna in bagno. Truccati.
Di più.
Sai essere moooolto più figa di così. Di più non vuol dire più roba: vuol dire meglio. Eyeliner. Rimmel. Matita nera sotto. Un filo di grigio sopra, un po’ smoky, femme fatale. E lucidalabbra trasparente. Si, esatto, quello glossy che non hai mai messo perché avevi paura di dare un bacio a lui e restarci appiccicata come la carta moschicida.

COSA FAI ADESSO? Oh, ma non si può proprio dire niente che ti rimetti a frignare eh? Che zuppa che sei.
Via. Sei pronta.
Devi andare. Non. Guardare. Il. Divano.
Senti? Il telefono suona. Lui suona (il telefono, non lui, cretina!) e tu esci. Sì. Cara. Stasera tu esci. Perché si fa così, a uscirne. Si fa da fuori, mai da dentro.
E ora spicciati e scendi, che là fuori, da qualche parte, c’è un intero mondo che si fa i cazzi suoi. E non ti aspetta, ma se ci vai, giuro, che non morde.

Perché i primi giorni dopo la fine (quella vera) sono più difficili di quello che ti raccontano.

Perché i primi giorni dopo la fine (quella vera) sono più difficili di quello che ti raccontano.

  1. Perché realizzi che è finita e che tutto quello che avevi pensato e sperato e immaginato era solo fuffa.
  2. Perché non vi capite più e qualsiasi cosa tu dica non gli arriva com’era partita o non la coglie o la travisa.
  3. Perché vorresti non provare rabbia, ma sei rabbia che cammina. Anche quando dormi, o cerchi di dormire.
  4. Perché vorresti una bacchetta magica o una macchina del tempo per andare avanti veloce a quando ne sarai davvero fuori e riuscirai perfino a sorriderti pensando a questi giorni/mesi/anni.
  5. Perché non sai nemmeno più se quello che ti ricordi (la bellezza) sia successo sul serio o se le tue già allora non fossero che proiezioni isteriche in tinte pastello di una fase monomaniaca della tua vita.
  6. Perché ti chiedi anche se quello che ti fa schifo ricordare (la schifezza) sia accaduto proprio così (schifosamente) come te lo ricordi.
  7. Perché siete troppo diversi. E troppo uguali. Diversi dove servirebbe foste simili e uguali dove occorrerebbero differenze.
  8. Perché non legge un cazzo. E tu non corri nemmeno se ti inseguono.
  9. Perché il tuo è un disordine fisico, il suo mentale. E il pensiero è ricambiato. Alla quarta.
  10. Perché vorresti equilibrio, nel tuo essere bipolare tra il furore cieco (faccia da Jack Nicolson in Shining mentre sussurra “Wendy, I’m coooooming”) e le lacrime del non c’è più niente da fare (Candy Candy quando scopre che Anthony è morto).
  11. Perché ti ripeti che non ti piaceva più. E te lo ripeti tipo mantra. In loop.
  12. Ma poi ti viene in mente di come ti faceva ridere e allora (cazzo).
  13. Perché tu lo sai che non funzionate e lo sapete entrambi ma ti piacerebbe, per altre cinque-sei ore, stanotte, far finta di niente.
  14. Perché sei ancora lì che scrivi e no, non avevi voglia di uscire anche se avresti dovuto.
  15. Perché passerà, oh, sì, lo sai, ma finché ci sei in mezzo mica ci credi.
  16. Perché era tutto così diverso e poi è diventato uguale ma vorresti non essertene accorto.
  17. Perché vorresti che ti chiamasse, ma se poi lo fa avresti preferito di no, che almeno restavi col dubbio.
  18. Perché vorresti telefonare tu, o scrivere, ma non lo fai e se lo fai, fai solo casino.
  19. Perché vorresti arrivasse un miracolo a salvarti. Ma se scendesse lo spirito santo suonando al tuo citofono e dicendo “fammi salire che sono qua per te”, tu, per come stai, faresti finta di non essere in casa.
  20. Perché non è giusto. Ed è un mondo di merda. E vi amavate davvero voi due. Eravate felici e avreste potuto esserlo per un sacco di tempo. E siete stati due coglioni, ma ormai è tardi, ormai è andata e lo sai e non c’è più niente da dire e lo stare in silenzio ti strangola.
  21.  

Se ti vuole davvero…

Se ti vuole davvero…

… Verrà a prenderti. 

Se non viene, già lo sai (che è meglio, tra le altre cose).
Ma per saperlo, e piantarla di far andare il criceto (e rilassare le viscere ), te ne devi annà. 
Finché stai lì e aspetti e soffri e t’offri a sbafo, continuerai a stare dove stai e – soprattutto- come stai. 
Per inciso, “andarsene” significa mollare il balino, alzare l’ancora e salpare verso il mare aperto. Ma non significa (affatto) far tana alla prima boa e poi tornare indietro a nuoto. Neanche fossi alle finali degli Iron Man. 
Per farlo, qualunque sia il legame che ti incozza (a te, che l’altra parte manco ci pensa), tocca reciderlo con uno ZAC  deciso (colpo di forbici o di machete) e NON voltarsi indietro per un sacco di tempo. Ovvero non rispondere (e non chiamare e non scrivere ) e non cercare più. Né farsi trovare. 
E non curarsi di chi ti dice che se ci parli, non succede nulla, perché chi te lo dice sta fuori. E non dentro tutta la me(nata) in cui stai tu e non sa che un solo contatto è come un’unica – piccolissima- scintilla. In una stanza piena di gas. 
Sempre per amore della pignoleria, poi, aggiungo che un giorno (o una settimana o un mese) NON sono un sacco di tempo. Un sacco è un sacco, e il tempo dei sacchi si misura in trimestri. 

Sempre che nel frattempo tu non capisca, illuminato come Paolo di Tarso – sotto la centrale atomica di Chernobyl in fiamme- che quella roba lì che stai cercando di superare, e che ti ha fatto così male che ancora ti ci strozzi, era magari soltanto l’ostacolo di ieri verso un oggi più figo che mai. 
(A prescindere dalla compagnia.)