10 cose da sapere prima di uscire con una Bresciana

10 cose da sapere prima di uscire con una Bresciana


Ocio. Prima di partire in quarta a leggere (lo so che fremi come una cicala ninfomane), sappi che il post in questione non è mio. Arriva nientepopòdimenoche da Cosmopolitan. La super-penna che l’ha goduriosamente generato è di Maria Elena Barnabi, nata a BresciaCaputMundi e trapiantata a Milano per ingentilire l’urbe e le pagine della rivista su cui scrive.

Pronti?
Via.

«Caro anonimo aspirante frequentatore di ragazze bresciane,
sappi che ammiro il tuo coraggio. Perché avere a che fare con una femmina della mia terra non è facile. All’inizio rimarrai affascinato dalla sua risata, dalla sua voglia di divertirsi, dal suo essere easy. Ma devi sapere che ti sta già mettendo alla prova. Mentre bevete un aperitivo (punto 5) o mangiate una fetta di salame (punto 3), si sta chiedendo se sarai in grado di tenerle testa e sta valutando il tuo grado di mascolinità. Sappi che deve essere molto alto. Ma siccome mi stai simpatico (non chiederti perché, ascolta e sta’ zitto), ho pensato di aiutarti, stilando una lista delle 10 cose che devi assolutamente sapere se vuoi far breccia nel cuore prezioso di una ragazza di Brescia. Fanne tesoro, e soprattutto buon uso. Se scopro che hai usato i miei consigli per fartela e poi scomparire nella nebbia, vengo lì e ti tuono. Ricordati che Brescia è la Leonessa d’Italia (“Brescia la forte, Brescia la ferrea, Brescia leonessa d’Italia”: sono versi di Giosuè Carducci, non fare l’ignorante) perché ha combattuto valorosamente 10 giorni contro l’invasore austriaco durante il Risorgimento. E noi siamo tutte un po’ Leonesse.
Con affetto,
la zia bresciana Maria Elena
1) La prima cosa che devi sapere sulle ragazze delle mia città è che sono toste. Le torinesi sono di legno, le milanesi fighette, le romagnole goduriose, le sicule gelose. Le bresciane sono femmine toste. Nel senso che: lavoriamo (e studiamo) da quando abbiamo 16 anni, ci siamo comprate da sole l’auto appena siamo state in grado di farlo, beviamo quasi quanto un uomo, giochiamo a carte, diciamo parolacce. Non ci facciamo abbattere da nulla. Cadiamo, magari tante volte, ma ci rialziamo e andiamo avanti come un treno. Del resto, la nostra città è la capitale del tondino: hai presente quel tubo d’acciaio che tiene su il cemento armato? Ecco, la nostra terra lo produce per il mondo intero. Per farti capire quanto toste siamo noi, pensa al tondino. Quindi sii preparato: se sei in cerca di una damigella in pericolo, cambia aria.»
2) Quando ti diciamo che siamo di Brescia, non fare quel sorrisetto.
3) Impara ad apprezzare il salame.
4) Dimostrati sempre interessato al lavoro che facciamo. »
Ecco, su questo punto mi toccherebbe sedermi, prendere un bel respiro e assumere la mia aria da maestrina-concentrata e un po’ saputella. 
Avendo già le terga incapsulate dentro alla mia poltroncina IKEA, fronte ventilatore e Mac-munita, salto il movimento fisico e passo a quello cerebrale. 
(La meravigliosa) Maria Elena spiega come la bresciana doc sia una lavoratrice indefessa, cresciuta a pane e sgobbo, felice come una pasqua di alzarsi (presto) e lavorare fess (possibilmente fino a tardi, non disdegnando neppure feste comandate e weekend). Spiegando il concetto base, invita il lettore a interessarsi al suo lavoro e a non azzardarsi mai, ma proprio mai, a chiederle di lasciarlo per stare a casa a fare la calza.  
E qui, esattamente qui, mi trovo nell’impellenza di sottolineare il pregio del suo contributo, magnificarlo in una simbolica standing ovation (letteralmente “ovulazione da in piedi”) e aggiungere il mio monito.
Se vuoi uscire con una Bresciana, non basta che t’interessi al suo lavoro. Devi – per forza – averne uno anche tu e fare in modo che quell’uno lì sia per te la cosa più figa della galassia. Viceversa, se quello che fai non ti piace, o lo cambi o ti dai una mossa per cambiarlo oppure te ne trovi un altro. Ah. Non vedi l’alternativa? Esatto! Non c’è: se vuoi davvero uscire con una Bresciana (per lo meno una seconda volta), devi prima accertarti di NON possedere nemmeno mezzo delle seguenti – inaccettabili – caratteristiche:
  1. Essere un la-sa-rù (nell’idioma autoctono: “lazzarone”) o uno di quei new-wanna-be-no-global tutto amore e filosofia ma niente schiena;
  2. Avere il cosiddetto deficit di olio di gomito;
  3. Avere la tendenza al lamento;
  4. Odiare il tuo lavoro e tenertelo;
  5. Esserti mai messo in mutua senza prima – come minimo – essere ricoverato in terapia intensiva. Possibilmente in coma farmacologico.
  6. Disprezzare l’altrui successo e/o dedizione e credere che sia solo culo o conoscenze.
  7. Credere nella parità di diritti in assenza di eguaglianza di doveri;
  8. Essere più statico che dinamico, più addormentato che sveglio e avere più rimpianti che volontà;
  9. Essere corto o lento (di braccio e di cervello, ma non solo).
  10. Avere talento e sprecarlo.
Perché? Perché non ci piacciono i la-sa-rù. Anzi, li detestiamo proprio. Non ci piacciono i lavativi, i nati-stanchi, i “tanto-non-cambia-niente” e i “dove-lo-trovo-un-altro-sgobbo”. Non ci piacciono, nemmeno per un giro veloce di spiedo classico (quello vietato, per intenderci). 
Ci piace, invece (e un sacco), chi si inventa, chi quando non sta bene cambia strada, chi rischia, ci mette la faccia e il culo. Chi si tira su le maniche e si dà da fare. 

Chiaro? Speriamo.
Il resto dell’articolo, from the beginning, lo trovi qui. Se vuoi seguirla su Twitter (che ti conviene), la trovi cercando @labarnabi (se non sai come si fa, clicca qui). 

P.S.: i primi due punti sono sostanzialmente uguali, ma mi serviva un decalogo e non mi veniva in  mente altro.

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