Girare a destra, per una volta e ciao-grazie.

Girare a destra, per una volta e ciao-grazie.

Non posticipare la sveglia.
Stiracchiati (fa bene, dicono).
Fai fare la doccia al nano. Anche i capelli, sì. Anche quelli (“o vuoi una cuffietta?”)
Fila tu in doccia, che è il tuo turno. Sorridi (che i capelli li hai lavati ieri). Fai finta di rifare i letti. Non guardare il cesto della biancheria che è tardi.

Fai a lui pane e marmellata e latte di mandorla. Tu mangia il Kiwi. Anche se è duro (fai finta che non sia un kiwi). Bevi il tuo caffè, cerca le chiavi, chiudi le finestre (che se poi entrano i ladri/l’INPS/gli alieni?), esci, chiudi, scendi, apri la porta, chiudi la porta, scheck (apri la macchina), sali, non far fretta al nano, che ha i suoi tempi, ravana nella borsa per prendere il telefono e collegarlo col cavo per far partire Spotify. Cazzo. Accidenti. Scendi dalla macchina, riapri la porta, risali le scale, scardina la blindata e cataputaltati dentro a cercare il telefono. Poi esci, chiudi, smadonna in silenzio, scendi, chiudi e parti. Apri il portone. Suona alla macchina sul passo carraio. Non troppo però (non vorrai passare per quell’ansiolitica della vicina che si attacca al clacson come se ci fosse la fine del mondo).

Fai quella manovra che sai non potresti fare e poi, al semaforo (rosso per otto minuti e verde tre secondi), fai partire la musica. Bassa, però, che è ora di chiacchierare col nano.
Sgancialo a scuola, rifiondati a casa, apri il computer e rispondi alle mail che hai letto nel tragitto da scuola a casa. Fai il tuo dovere (qualunque sia) e non pensare.

Spegni la sveglia che ti ricorda di andare a prendere il nano. Esci, vai a recuperarlo, torna a casa e nutrilo. Stai con lui. Aspetta che finisca di mangiare prima di sparecchiare. Lascialo guardare i cartoni, dai, dieci minuti e dopo compiti. Lava i piatti, che la lavastrice è piena. Rimettiti al lavoro. Fai quello che devi fare. Prepara la cena, fai la doccia, mangia, lava, metti via, fai la lavatrice, metti a nanna il nano, torna al computer. Finisci. Non pensare non pensare non pensare. Che vivi in Italia. Che sei una donna. Che non sei più una ragazzina. Che non fai più voltare la testa ai semafori. Che c’è l’affitto, il bollo, l’assicurazione, la rava, la fava, Renzi che dice che ci mette la faccia (ma davvero, ma pensa, non eri il premier?), e Matrix che fa venire il latte alle ginocchia. Che non ne hai presa una dritta. Che non sei capace. Che sei una torta, come dicono dalle tue parti. Che va tutto da dio, che lo sai che va da dio, ma sei stanca e – per bacco – vorresti girare a destra, domani mattina, e non a sinistra. Andare in autostrada, così, col nano in tuta e con la cartella del giovedì e tu in leggings e scarpe da ginna. Uscire a Linate. Mollare l’auto nelle soste brevi. Aperta (!). Comprare due biglietti. Decollare per Amsterdam e – prima di prendere il volo successivo – spegnere per sempre il telefono. Magari nel water. Così. Ciao grazie, senza nemmeno un ciao grazie.

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