La colpa è tua, almeno al 50 per 75.

La colpa è tua, almeno al 50 per 75.

(Massimo Cavezzali – http://massimocavezzali.blogspot.it/)

Ognuno ha il suo cinquanta”, – mi diceva, qualche giorno fa (o settimana, ché il tempo vola), un’elevatissima amica (carattere morbido in un’intelligenza sopraffina). Ed è da lì che io ci penso, a ‘sta frase. E ci ritorno sopra ogni due per tre, tipo prezzemolo, citandola con la stessa mania di quegli chef degli anni ’90 che lo infilavano dovunque. Solo che poi, pur rimanendo in generale d’accordo, sono andata oltre e di recente (all’alba di questa mattina, in auto) mi son messa a ruminarci sopra. Accecata dal sole, novella paolina sulla via mantovana, ho pensato come pur essendo la frase tautologicamente vera fino al punto, ovvero fino a quel che dice, vada poi rivista dal punto in poi, nell’infinita area del sottinteso, dell’ovvio e della consecutio temporis. Ognuno ha il suo cinquanta, sì, ma non su cento, no. Su settantacinque. Come dire, senza star lì a far proporzioni, che la responsabilità ci appartenga almeno almeno per due terzi. Mica solo per la metà. “La metà”, dare all’altro la metà, ritengo sia un po’ come lavarsene le mani, tirarsi indietro. Far finta che sì, insomma, l’impegno ci fosse, ma mica tutto, solo per la nostra parte, ecco. Solo che la vita vera non va a proporzioni, non funziona a quote, serie ordinate e risultati certi.

Nella vita vera, quella degli esseri umani, uno più uno alle volte fa due, alle volte meno tre e alle volte sei. Dipende dal peso degli elementi e dalla loro qualità più che dalla quantità.

Così, se lei ti tratta male e addirittura ti tradisce, non è sempre detto che sia (solo) una stronza. Può accadere, infatti, che sia stata tua la colpa, perché magari non sai più nemmeno com’è fatta, non le fai una carezza da secoli e la tratti con la stessa attenzione che riservi al mobile del soggiorno su cui sta appoggiato il telecomando. O anche meno, ché quello magari, ogni tanto lo guardi.

Se lui ti insulta, lo fa perché gliel’hai permesso. E glielo permetti.
Se ti mette le mani addosso una seconda volta, idem.

Se lei, che corteggi da sei anni, ancora non si decide a uscire con te, e tu ancora insisti e soffri e ti prostri, o sei un martire votato alla causa e ogni sera prima di addormentarti te la immagini piangere sul busto da lei stessa fatto erigere dopo la tua morte, oppure (perdonami, sto per offenderti) un po’ pirla lo sei.

Generalizzo, ovvio, che ogni caso fa a sé e chi fa da sé fa per tre. 

Così come – se tu sei più scorbutico di un orango, più assente di un segnale Tre, più distaccato da uno stanco bancario allo sportello e più cafone di un automobilista isterico, appena licenziato dal capo, tradito dalla moglie e derubato dai figli – beh, non è che poi ti possa aspettare candele accese, oli per massaggio e bacini in fila per due finché non diventan dispari. No?

Non sono, poi, solo gli estremi e le loro signore (le estremizzazioni) a configurare il 50per75 di cui parlo. C’è da pensare che quello che per noi è normale, addirittura invisibile, magari per l’altro (o l’altra) può essere importante, magari fondamentale. Che quel che vediamo noi, forse, l’altro non lo vede e viceversa. Che quel che a noi piace e va bene così, può essere che di là faccia schifo.
Che quando noi diciamo “bianco”, pensando “bianco” e intendendo “bianco”, per l’altra parte suoni come: “Eh. Eh. Sta dicendo ‘bianco’, ma io lo so che intende ‘nulla, vuoto, non colore’ e a me non la racconta!”.
Già succede con le cose semplici, no? Come quando si dice che le donne dicano NO per intenderee FORSE quando vogliono dire ASSOLUTAMENTE NO. 

ECCO. Quindi, se succede per le cose semplici, figuriamoci per quelle complesse…

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