IL TERZO GIORNO È BIPOLARE.

IL TERZO GIORNO È BIPOLARE.


IL TERZO GIORNO?  È BIPOLARE.

Sì. Ti svegli col magone ( il fratello cattivo di Harry Potter) e vorresti riaddormentarti subito, per tornare a ieri, magari anche solo per cinque minuti. Ti dici che no, non può essere, che se ieri eri così determinata oggi non può mancarti la terra sotto i piedi e l’aria nei polmoni. Fai una doccia. Ti infili nei panni della supermanager che non sei mai stata neanche per sbaglio e metti il tubino più stretto e cattivo di tutto il guardaroba. Ti spii prima di uscire e hai una faccia così malefica e così incazzata che quasi-quasi ti fai paura da sola.

Vai al lavoro e – di nuovo, all’improvviso – tra una tangenziale e un’autostrada, senti Chris Isaak che ulula “and I dont wanna faaaall in love.  With you” e ridiventi Nefertiti, regina della valle di lacrime. Cambi stazione radio. Cerchi qualcosa di rock. Lo trovi, ma ti viene in mente lo stesso. Allora spegni la radio. Fanculo la radio. Metti Beethoven. Un bel requiem.

Parcheggi. Entri. Prendi posizione. Ti concentri con tutto il furore cieco, o slovacco o bulgaro che trovi, sulle offerte mandate e su quelle da mandare. Chiami, come un  tornado, tutti quelli che dovevi chiamare e pure quelli che non dovevi e non tergiversi, salti i preliminari e le formule di cortesia alla “ciao kamal, come stai kamal, tutto bene bambini kamal” e affondi – seminando out-out  – senza la minima compassione. Colloqui per oggi meglio niente o liquideresti anche Raul Bova. Quello stronzo.

Ti ripeti che passerà. E poi ti accorgi che – chiamata dopo chiamata – al telefono sei la nitroglicerina di sempre e la gente ride e tu sorridi e sì, pare strano, ma ti diverti. Due appuntamenti dopo, quindi ti senti più forte. Guarita. Rialzata e in canna come non mai. Progetti perfino di uscire, questa sera, e di andare (oh oh!!) a caccia (di fagiani, ovvio). Ti guardi allo specchio e ti piaci perfino così: rossetto rosso e senza rimmel, alias il trucco del “nonsisamai”. Ti viene perfino in mente di riaprire le selezioni per la regola del tre in modo da scegliere i prossimi che ti porteranno a cena e racconteranno cazzate e a cui tu non concederai altro se non un pezzo (piccolo) del tuo tempo, lasciando in dono il solito-vecchio-caro-rassicurante due di picche, giusto per distrarti e anticipare di un paio di lune il sempreverde CSC.

Poi, dopo un po’, ricevi una foto via whatsApp da un collega e per guardarla apri le immagini e PORCAPALETTA ce ne trovi una che in teoria non dovrebbe esserci. Una sua. Che pensavi di aver cancellato da tutti i device dell’isolato. Mail incluse e rubrica annessa. E crolli. Allora fai una cosa pietosa, davvero patetica, di cui ti vergogni un sacco e guardi di nuovo whatsApp per sapere a che ora si è collegato l’ultima volta. E poi Twitter. Poi il suo blog. Poi Linkedin. E lo cerchi. Il tutto in meno di un minuto e mezzo. Il fatto è che sarebbe ora di pranzo, ma ti è passata (strano!) la fame. 

Allora esci, inforchi la prima e vai in centro a fare un bancomat e passi a trovare un cliente che ti offre un gelato. Due chiacchiere in macchina e 15 minuti dopo sei di nuovo in ufficio. Colpo in canna e sicura a Patrasso. Lavori lavori lavori come un’ossessa fino a che non ti rendi conto che sta per scattare l’allarme e che in tutta la zona industriale sei rimasta solo tu e il pastore tedesco dei vicini. Quindi parti. 
E torni a casa. 

A casa. Già.
In quella stessa casa in cui lui aspettava te o tu lui. In cui c’è il divano su cui si addormentava come un cherubino. Il tavolo su cui avete acceso pallet di candele. Il pavimento su cui l’hai visto fare ginnastica mentre lo ascoltavi parlare e su cui hai preso fuoco milioni di volte. La doccia in cui l’hai guardato per mesi appollaiata sul bordo della vasca.  E crolli, annegando in quella stessa vasca in cui lui entrava poco, che eravate stretti, piena fino all’orlo, bolle a parte. Metti la testa sotto, per stordirti con il vuuuuuuuf dell’idromassaggio e piangi. Tutte le tue lacrime, quelle della tua città, della provincia e della tua regione. Finita la penisola, piangi su scala internazionale. E poi, non paga, coinvolgi la NASA abbracci il lato oscuro della forza e superando la grande muraglia, qualche milione di parsec dopo, arrivi ad Andromeda.

E così va avanti, il terzo giorno, su e giù da uno status all’altro, tipo Tagadà, fino a tardi, fino a tardissimo, passando dal SONOAPEZZI al MAVAFFA, dal MAGARITORNA al SELOVEDOLOSTROZZO, dal NONCELAFACCIOIOMUOIO al MACHICAZZOSEI, dal QUANDOSICHIUDEUNAPORTA e GLIUOMINITUTTIBASTARDI al COMELUINESSUNOMAI, finché non crolli, esausta, e svieni. Pronta per il quarto. Sperando e pregando tutti gli dei di tutte le Galassie, che sia meglio. Oppure peggio. Purché sia uno dei due e non sia – così come oggi  – di nuovo un po’ meglio e un po’ peggio.
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