Matrimoni alla frutta: dopo il caffè, arriva il conto.

Matrimoni alla frutta: dopo il caffè, arriva il conto.

Quando un matrimonio arriva alla frutta, o una relazione, una storia, o un frullallero qualsiasi che invischi un numero non sempre pari di elementi, c’è una e una sola cosa da fare: ordinare il caffè.  E dopo il caffè, non resta che aspettare il conto. Già: il conto, quello fatto da un sacco di numeri in fila indiana
per due, di piattini del dessert regalati dai di lui genitori, di cacciaviti che aveva comprato lui ma usava lei, di madonne tirate da uno all’altra e dall’altra all’uno, di parole con la erre cattiva, come rimpianti, rancori, rimorsi e di tutta una serie di verbi incazzati come massaie isteriche alle prese con un parcheggio per altri magari facile.

Dopo il conto, che quando arriva è spesso più amaro del natale degli atei e sembra non finire mai, il difficile è alzarsi. Ma prima di rialzarsi, o di provare a farlo, tocca fare un altro sforzo, e riconoscere che quel che c’era sul tavolo a forma di mela non era (affatto!) un tacchino al forno con le patate, ma una mela – per restare sul genere fruttifero, o  una tazzina di caffé. Ormai freddo, per di più.

Finché si resta con l’illusione del tacchino e il rimpianto della poiana, non ce n’è, né ce ne sarà per nessuno. Finché ci si racconta che in fondo tanto male non si stava, tutto sommato, si sputa sul proprio passato, si compie uno scempio del presente, e un barbaro aborto del proprio futuro. Se qualcosa ha portato voi, noi, le nostre relazioni alla frutta, non è che si possa far finta di nulla, esumare il cadavere ed uscirci a cena come nulla fosse. Solo  Tim Burton ci riesce, e con grazia, pure. Per gli altri, per tutti gli altri, non resta che il cliché del guardare avanti, tenendo bene in testa (e magari -se serve- anche appuntato nelle note dell’iphone) che quel che non funzionava ai vostri occhi, semplicemente, NON FUNZIONAVA. Visto che i vostri, sono gli unici occhi che avete.

Non sto scrivendo che non sia tollerato un filo di malinconia, due giri di grigiore qua e là possono anche donare, perché, pure una volta che ci si è alzati, e si è andati oltre, può capitare che torni in mente il tacchino (o la poiana) con le patate e si venga assaliti da un velo di tristezza, ma è fisiologico. E tocca farsene una ragione: niente lutti, nessuna tragedia.

Quel poco di vitae che ci resta (a sentire Mikiu Kaku, ancora breve per le prossime due-tre generazioni), merita di essere goduta a piene mani, come una fetta d’anguria, d’estate, divorata da una tigre dai denti a sciabola, e non spizzichellata sospirando come una tartina vecchia.

Fair enough?

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