L’importanza di chiamarsi Ernesto. PRIMO TEMPO: IL LOOK

L’importanza di chiamarsi Ernesto. PRIMO TEMPO: IL LOOK

Sì, Ernesto, e non Paola, Matilde o Guendalina.

Già. Perché – PUNTO NUMERO UNO – Ernesto, casomai gli si sganciasse un bottone, al massimo passerebbe per tamarro, certo non per un’adescatore a cottimo.

Se poi Ernesto non fosse un cesso – PUNTO NUMERO DUE -ma diciamo giusto un cicinin’ sopra l’ascissa della mediocrità, non dovrebbe sputar sangue per dimostrare di avere più di quattro neuroni quattro.

PUNTO NUMERO TRE: Ernesto non dovrebbe sbattersi più di tanto per decidere cosa mettersi per andare al lavoro. Quattro abiti grigi e quattro blu, magari un gessato sobrio qua e là per stagione, et voilà: il gioco è fatto.

Ernesto apre l’armadio, prende una delle quindici camice azzurre con le iniziali, uno degli abiti in fresco di lana, uno dei trenta calzini blu un paio di scarpe di buona fattura e fine della menata.

Guendalina invece no.
Guendalina (o MariaPaola, o Matilde o Luisella) deve sapere che se ha un ruolo di prestigio (o wanna-be tale) innanzitutto le toccano i tacchi.
E alti, pure, che le ballere fan segretaria, i mocassini casalinga dedita al golf e il tacco otto, con buona pace delle mie Ferragamo, il tacco otto, dicevo, quello tanto raccomandato dall’associazione per la prevenzione delle callosità e dal comitato riunito contro la sciatalgia precoce, fa amministrativa e un po’ maestrina.
Il tacco 12 fa male, quello 10 pure, ma un pelo meno e ce la si fa.
Oltre i tacchi servono completi pantalone da mixare e shakerare in attesa che la giacca blu, il pantalone grigio e il tubino beige tornino dalla lavanderia (leggi che lei trovi il tempo per andare a ritirare il tutto), camice abbastanza strette per essere infilate dentro i tailleurini e abbastanza lunghe perché non le scopran le reni mentre si sbraccia sulla scrivania spiegando i suoi percome e perdavvero al suo pubblico, mettendo in evidenza un periglioso perizoma sul perimetro sud o mentre cerca di raccogliere, contorcendosi, un A4 sfuggito dalla di lei borsa senza dare (troppo, per lo meno) spettacolo.
Guendalina ha il suo bel da fare nella scelta della mize diurna: dev’essere elegante, ma sobria, sexy (che aiuta) ma non troppo (che distrugge) e il tutto deve rientrare in una parvenza di comodità per far sembrare che in quel che indossa stia davvero a suo agio. Un fantastico tubino al ginocchio, di quelli tipo Angelina in Mr & Mrs Smith, fa davvero una gran figura (potendoselo permettere) a patto che la strettitutine del suddetto non costringa a camminare a passettini modello made in China certificato.
Dicevamo, tacchi (sempre), eleganza sostenibile (anti rotture inaspettate) e un briciolo di tette (avendone) fino al limite del tollerabile.
Per sapere quando una scollatura è troppo, aiuta, ad esempio, domandarsi: ci andresti così ai colloqui di tuo figlio? (facendo finta che tu non stia puntando il profe). O a trovare la tua maestra-suora delle elementari?
Se la risposta è “sì”, oppure “più o meno”, o anche “beh magari con una sciarpina”, allora metti la sciarpina e sei apposto. Se la risposta è no, cara Guendalin’- con le tette al vento – cambia camicia. Se non ne hai più e quella è l’ultima, cambia reggiseno (toglere il push up, mica sempre, ma alle volte aiuta).
fine primo tempo.
Guendalina si ritira e va a stirare.
(eccerto, lei stira o fa finta, Ernesto no.)

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