MITI CHE CROLLANO E VELINE IN LUTTO

MITI CHE CROLLANO E VELINE IN LUTTO

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Era facile, ieri, quando il calcio aveva delle regole, quando – ascoltando un’intervista- anche alla meno vivace delle penne, arrivavano pacchi e ciuffi di spunti su cui ricamare, spettegolare e colpire. Lo stereotipo ci era familiare, lo conoscevamo, di lui ci potevamo fidare e sapevamo che non ci avrebbe tradito.  Era facile, allora, sparare a zero sull’inadeguatezza lessicale di uno dei player sul e vicino al campo, sui congiuntivi al salto, sui condizionali a orecchio e sui sinonimi ad minchiam. “Se quel palo sarebbe andato in goal..” (Rizzitelli, attaccante)
“Io credo che gli Europei sono una cosa mondiale” – Stefano Tacconi. La sintassi creativa e le coniugazioni visionarie erano di casa. Ieri. Sì.

Per quanto ci ricorderemo il Trap che tuonava: “Sia chiaro però che questo discorso resta circonciso tra noi”?
O Boskov, il cugino di Lapalisse, che spiegava: “Per vincere partita bisogna fare più gol.”
O il caro Totò, scultura mancata che si lamentava di non avere un fisico da bronzo di Rialto.
… O ancora: “Non vorrei dare alito a delle polemiche” (Massaro, attaccante)
“Sono pienamente d’accordo a metà col mister” (Garzja, difensore)
Ecco. Per quanto? Per quanto ancora ce ne potremo ricordare, ribaltandoci dal ridere come cotolette nel pan grattato?
Mah.
Da oggi, che la diga è rotta, annegando lo stereotipo, il mito del calciatore analfabeta è stato scalfito. Per sempre.
È bastata una crepa, per farla saltare. È bastata una sala stampa con qualche giornalista, un po’ di flash e un calciatore crepifico (non male, a parte tutto) che si è espresso in tono pacato, usando locuzioni un pelo sopra il basico e coniugando a modino un verbo dopo l’altro, tra lo stupore dei giornalisti in sala e la sub-lussazione della mandibola della qui scrivente, come immaginerete, paralizzata per lo shock.
Mentre lui parlava, io, addolorata serva della crusca e fervida sostenitrice dello splendore della leggerezza dell’essere, non potevo fare a meno di pensare a quegli stuoli di povere veline in lutto, improvvisamente private della principale affinità elettiva con il branco dei calciatori.  Chissà che lacrime, e che urli, mi dicevo, immaginandole a strapparsi le extension per il dolore.
Morto il luogo comune del neurone asfittico in corpore sana e mutanda loggata, non ci resta che restare in ascolto volgendo la nostra attenzione non più sopra i palchetti, ma sotto, dalla parte dei microfoni. 
Si sa mai che arrivi, proprio come è capitato a me, un bel giornalista a chiedere, al nuovo acquisto: “dicci, XXX, cosa ti prefissi in questa nuova avventura?”

5 pensieri su “MITI CHE CROLLANO E VELINE IN LUTTO

  1. per aspera ad aspra, cara la mia Pizzaballa, che anche se abbiamo perso la guerra, vinceremo la partita. Come si dice ènnormale che quando inizia il campionato le giornate si accorciano e siamo qui per giocare, mica per pettinare le trecce ai cavalli. E non possiamo neanche stare qui a fare delle metafore, con quello che ci pagano, ci mancherebbe altro. Le palle le abbiamo, come credo, e ricordiamoci sempre che è rigore solo “quando arbitro fischia”.

  2. Ma se tutto ciò è vero, e la diga sta per cedere, a noi non dotati di doti(*) da fobaliere mascherato, non resta che sperare in un novello bimbo della diga olandese!?!?

    (*)
    Locuzione volutamente tautologica, che col gioco del calcio non ci ho mai preso, nemmeno con l'1X2!

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