Scenari da spiaggia. Atto primo.

Scenari da spiaggia. Atto primo.

ggia.
Atto primo: la sorridente minoranza.

Ha gambe da gazzella, ai piedi un paio di sandalacci sformati e porta addosso -kilo più kilo meno, un pallett di vestiti, bracciali, borse di paglia e ammenicoli vari.
La pelle è tesa, lucida e nera come l’ebano. Sulla testa ha una cesta e nella cesta un enorme fagotto traboccante parei.
Avanza, nella sabbia. E sorride, porgendo il lucido avambraccio da cui pende un filo e dal filo bracciali: osso, pelle, plastica, stoffa, perline.
Lei sorride. E avanza. Ha braccia possenti come tronchi e occhi bianchissimi. Riceve occhiatacce e risposte seccate eppure sorride, passando da un ombrellone all’altro. Sorride al ciccione che la manda affanculo, alla prugna rinsecchita che la manda via in malo modo, dicendo alla vicina (la patata floscia): “ma non si può anche qui varda che robaa”. Sorride alla tredicenne bisenfia che prova tutti, ma proprio tutti, i micro-abitini e poi sbuffa che fan tutti schifo.
Sorride, zen, e offre la sua mercanzia. Imperterrita. Ciabatta davanti a ciabatta.

Atto secondo: l’abbondante maggioranza

Lei si chiama Clara, o Paola, o Anna o Comevoletevoi, che tanto la solfa non cambia. Ha 37 anni, due figli, un marito che sembran due e due cosce che sembran quattro. Ha 37 anni ma non sembra, a guardarla dal collo in giù. Che la faccia – occhio trigliato a parte- rispetto al resto è un capolavoro. Lei è bianca e la pelle è grigia. Sembra malata, ma non lo è, e l’olio spalmato a manate sulle fossette tra gli adipi e nei canyon tra un rotolo e l’altro-oltre a non migliorare affatto la situazione- fa effetto petto di pollo lasciato fuori dal frigo.
I suoi figli, di anni otto e dodici, pesan più di una derrata stagionale del Burkina Faso. E, non paghi, ciononostante tritano, da star male solo a guardarli. Sono arrivati alle 11, probabilmente dopo colazione. E dalle 11:05 fanno andare le fauci.

Lei, libera come un assorbente con le ali e  indottrinata da anni di talkshow pomeridiani e magazine, ora, invecchiata a pane e gossip, indossa uno di quei costumi finto-intero, vero-shock, che affettano il torace al centro, tipo cotechino, lasciando trasbordare, anzi tracimare, una decina di kg di marmellardosissima carne.
Lui, il gentile consorte (tenetevi) porta uno slippino, (ora è meglio che vi sediate)bianco sotto il quale (diomifulmini) s’intravede un rotolino di ciccetta e due olivette rinsecchite.
Non si parlano. E meno che meno si sorridono. Lui sbava sulle chiappette delle quindicenni, sui loro laccetti e braccialettini alla caviglia, senza nemmeno fingere indifferenza. Nel frattempo i due porcellini (e visto che nella fiaba eran tre, uno devono esserselo mangiato), “si stanno litigando”. “E tu non intervieni? Come al solito eh?” Fa lei a lui. “E tocca sempre a me fare tutto in questa casa? E la pianti di guardare quella troia con le tette di fuori? E non lo vedi che sono rifatte? Se avevo io i soldi che ha lei, vedevi che fisico mi facevo, altro che Belen.”
(SignoraMia, con tutto il rispetto, visto quel che mangia, neanche se la tenessero 5 anni a Manheim, a dieta idrica e lavori forzati, e poi prendessero tutta la pelle che avanza e ci costruissero una tendopoli, una come lei ce la farebbe ad assomigliare all’alluce di una come Belen).

Atto terzo: l’invisibile Minorata.
Sono le sei e trenta. Del mattino. La spiaggia è deserta. Non ci sono i bagnini, o gli apri-ombrelloni, o i rastrellatori mattutini. Ma lei c’è. E corre. Porta un paio di scarpe da ginnastica che -occhio croce- pesan più di lei, e -ciononostante- corre.
Corre fino alle otto. Ma siccome tu sei arrivata alle sei e mezza e lei già c’era, non sai da quanto.
Poi sparisce, per ricomparire, poco dopo, in costume e occhialoni da diva. Il bikini che porta non basterebbe a coprire una libellula (magra), ma su di lei cade ed è tutta una piega, tipo fosse plissettato, con le pencez.
Sono le nove. E lei è in acqua, fa le vasche: su e giù, avanti e indietro, op-op, uno due, uno-due, avanti-marsch.
Alle dieci fa una passeggiatina, tipo sette o otto km. E una volta tornata, un bel bagno, con triathlon annesso. Doppia la boa della porta-aerei e ritorna.
Non si vede magra (non si vede perché in effetti non c’è niente – o davvero poco-  da vedere) e quando qualcuno la provoca, magari preoccupato, lei sbotta che le piace solo tenersi in forma. Se fosse una formica, certo, si noterebbe meno, lo scheletro fuori, ma vista così non è un bello spettacolo. Per niente affatto. Quasi quasi son meglio i trifolatori dell’ombrellone a fianco.
Sono le undici e venti e finalmente si sdraia: in orizzontale è così sottile che di profilo l’asciugamani è più spesso. Ha delle ossa a vista, anzi, a balconata, che tu non sapevi nemmeno esistessero negli esseri umani e – in ogni caso- sei quasi sicura di non averle.
Alle undici e mezza, al terzo trancio di pizza dei tre, pardon, due porcellini, lei ha un evidente conato di vomito e decide di farsi un’altra bella nuotata (fino al capo di BuonaSperanza) per smaltire quel surplus di calorie visive.
È nerissima, quasi blu. E vista in controluce sembra un arrosticino carbonizzato.
Si guarda intorno tra il terrorizzato e l’atterrito, fermandosi -con palese ribrezzo- sui ricchi fianchi di una, sull’abbondante culo di un’altra e sulle opulenti cosce di un’altra ancora. È l’una. Tutto il parterre trifola ed è un tripudio di crostoni sbrodolanti, di foccaccine unte e panozzi grondanti. È troppo. Lei non resiste. Deve andarsene. Per rimediare ai carboidrati visti in meno di mezz’ora, Mipiacetenermiinforma, dovrà correre. Tutta la vita.
(Per lo meno quel poco che le resta).

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