IL MIO PRIMO “CEFFONATORE”
Memorie di un tempo che fu, di un fu grande-amore e di un fu-timpano-perfetto.

Si chiamava Capo Awachan. Aveva 42 anni e io 23.

Lo vedevo arrivare ogni giorno in spiaggia all’ora di pranzo. Arrivava lui, i suoi lunghi capelli brizzoli e il suo wind surf del neolitico (era una tavola mistral degli anni ’80, di quelle che pesano quanto una yaris e urticano più di uno scrub miele-polenta) e non una delle pollastre spiaggiate riusciva a non dedicargli almeno una sbirciatina di soppiatto.
Era alto. Molto. Prestante ma non granchio ed emanava sesso da tutti gli abbronzatissimi pori. Arrivava, armava la sua vela e salpava per una mezz’ora di relax vista bagnanti. Finita la sessione, spariva nei baracchini del club velistico, uscendon in pantalone di lino, mocassino scamosciato e camicia morbida portata a vista. Sembrava un architetto, ma non ne aveva l’aria radical-chic (che tanto odio!), quanto piuttosto solo una certa ricercatezza a metà tra il “so che sono figo” e il “posso anche fare finta di essermi messo la prima cosa che capitava”.
Io lo guardavo. E giorno dopo giorno lui guardava me. Finché un bel dì, lasciai cadere al suo passaggio un distratto “me la fai provare?”. Lui si fermò, sorridendo sornione e disse

“se ci sai andare si. Non vorrei avere una bambina sulla coscienza”.
Ah ha!

no, ma può sempre insegnarmi LEI“- risposi io con voce beffarda e sguardo assassino.
sono vecchio. Ma puoi comunque darmi del tu…se vuoi che ti insegni!”
(tana per capo Awachan. Ci sei cascato dritto come un fuso…)
Fatte le presentazioni (come ti chiami, di dove sei, ma che begli occhioni che hai, cosa fai qui, sei sicura di essere maggiorenne e amenità sui generis), entrammo in acqua. Capo Awachan  cominciò a snocciolare i primi rudimenti sul vento, sulla posizione, parlò del boma, dell’albero delle derive e poi mi propose di salire sulla tavola e provare a sollevare la vela dall’acqua. Caddi subito. Tre – quattro – forse cinque – volte di seguito. Finché lui salì con me sulla tavola e con tutta la delicatezza dei suoi tonicissimi avambracci provò ad aiutarmi nella difficile operazione di issaggio.  Poi si allontanò di un paio di metri e mi sfidò a fare da sola.
“forse per te è troppo pesante, magari domani- se ci sei ancora- porto una vela più piccola e vediamo se va meglio”
Non aveva ancora finito di dirlo che la sottoscritta era già dieci metri più al largo, e,  raccogliendo più vento che poteva, veleggiava verso l’orizzonte sotto lo sguardo sbigottito del quarantaduenne a mollo.
No. Non ero un mostro. E non era nemmeno il culo del principiante: in realtà avevo iniziato a fare windsurf a undici anni inseguendo le prodezze di un biondissimo belga di un deca più grande. Con capo Awachan volevo solo giocare,  fargli fare il maestro e prenderlo un po’ in giro.
Fatte le mie evoluzioni tornai a riva e lo raggiunsi sfoggiando il più luminoso di tutti i miei sorrisi. Com’è come non è (ma soprattutto com’è…) partì una love story bollente fatta di aperitivi al tramonto, cene in riva al mare, gonne volanti, lettini ribaltati e albe roventi.
Partita con un entusiasmo pazzesco, la relatio durò da luglio a settembre finendo in due tempi.
Il primo “mmm“- associato a faccia perplessa e sopracciglio in su-  arrivò seguendo un set di bicchieri d’alabastro comprati (da lui a me) “per la nostra casa” (e il relativo choc anafilattico seguente alla dichiarazione d’intenti).
          “Come scusa?”
          “sì, per la NOSTRA casa, per quando finalmente ti trasferirai da me”
          “ah.”
Il secondo – e definitivo- fantastop si presentò con molta più violenza del primo dopo una telefonata anonima ricevuta dalla sottoscritta nel cuore della notte.
Per farla breve, dopo i suoi duecentoquindici “chi era- dimmi chi era- dimmi chi era che tu lo sai cazzo non puoi non saperlo” in un crescendo d’ira funesta, e dopo un progressivo e totale mio ammutolimento (“non lo so ma se vuoi chiamiamo tutti i 355  numeri della mia rubrica e proviamo”… ) scattò un gestaccio, una sberlissima, una fanta-papina che mi scaraventò a due metri due di distanza dall’originaria posizione, mi fracassò il timpano sinistro e mi convinse – decisamente senza mezzi termini- a lasciare per sempre il ceffonatore marrano.
Tralascio – per esigenze postistiche- la narrazione del drammatico trasferimento tra casa del ceffonatore e il mio domicilio e concludo riportando le saggissime parole del medico che la mattina seguente mi (r)accolse in pronto soccorso :
fossi in te, tesoro, quella piastrella del bagno sulla quale sei accidentalmente caduta, vedrei di lasciarla seduta stante”.

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3 pensieri su “

  1. X (come mister)
    Cara WUM (mi permette il “cara” vero?)
    nella vita si sa bene, i ceffoni (che siano essi morali o fisici) si danno e si prendono… E' una sorta di dimostrazione di un'assurda virilità maschile o in alcuni casi di un'altrettanto incosciente risolutezza ed irremovibilità femminile. Conosco purtroppo donne che hanno giornalmente un incontro ravvicinato ed intimo con gli arti (che siano essi superiori o inferiori) di quello che definiscono essere il loro “compagno” ma molte, nel loro cosciente masochismo, ne sono addirittura appagate e soddisfatte… fortunatamente sono solo una minoranza. La maggioranza di loro è al contrario succube e sottomessa. Sono inverosimilmente ed assurdamente vittime del loro stesso amore malato.
    Se c'è, tra le molte, una cosa che non ho mai e poi mai sopportato è che un maschietto colpisca con la propria mano la delicata figura di una femminuccia. E' un gesto ignobile e spregevole, vigliacco e prepotente e per questo, mai giustificabile (anche se la lei in questione potesse mai aver avuto il torto più umanamente insopportabile del mondo). Per me è una sentenza senza appello, una dichiarazione della propria meschinità, un verdetto già scritto. Non avrei nessuna esitazione a prendere le difese di qualsiasi donna alle prese con tale grettezza.
    Ma questo, non perchè io sia una cavaliere senza macchia nè paura, semplicemente perchè credo che ci sia un limite assolutamente invalicabile quando in una coppia si litiga naturalmente per (ri)costruire e non per distruggere.
    Buon weekend!

  2. X(come mister)
    Cara WUM (mi permette il “cara” vero?)
    nella vita si sa bene, i ceffoni (che siano essi morali o fisici) si danno e si prendono… E' una sorta di dimostrazione di un'assurda virilità maschile o in alcuni casi di un'altrettanto incosciente risolutezza ed irremovibilità femminile. Conosco purtroppo donne che hanno giornalmente un incontro ravvicinato ed intimo con gli arti (che siano essi superiori o inferiori) di quello che definiscono essere il loro “compagno” ma molte, nel loro cosciente masochismo, ne sono addirittura appagate e soddisfatte… fortunatamente sono solo una minoranza. La maggioranza di loro è al contrario succube e sottomessa. Sono inverosimilmente ed assurdamente vittime del loro stesso amore malato.
    Se c'è, tra le molte, una cosa che non ho mai e poi mai sopportato è che un maschietto colpisca con la propria mano la delicata figura di una femminuccia. E' un gesto ignobile e spregevole, vigliacco e prepotente e per questo, mai giustificabile (anche se la lei in questione potesse mai aver avuto il torto più umanamente insopportabile del mondo). Per me è una sentenza senza appello, una dichiarazione della propria meschinità, un verdetto già scritto. Non avrei nessuna esitazione a prendere le difese di qualsiasi donna alle prese con tale grettezza.
    Ma questo, non perchè io sia una cavaliere senza macchia nè paura, semplicemente perchè credo che ci sia un limite assolutamente invalicabile quando in una coppia si litiga naturalmente per (ri)costruire e non per distruggere.
    Buon weekend!

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