BREVE ALTROVE – di Roberto Vacca, L’Orologio, 9 Dicembre 2003

BREVE ALTROVE – di Roberto Vacca, L’Orologio, 9 Dicembre 2003

Il vagone della metro a Castro Pretorio era mezzo vuoto. Appena entrato sentii che l’atmosfera era strana – come di un altro mondo. C’era una donna in piedi. Aveva i capelli lunghi. Era bellissima. Portava un tailleur bianco perfetto. Emanava spiritualità. Da una locandina dietro di lei occhieggiava Catherine Zeta Jones che, al confronto, sembrava una sguattera inespressiva e deforme. Appena mi vide si avvicinò e mi carezzò la faccia. Disse:
“Come stai oggi? Sono felice di vederti. Che fai qui? Dove vai?”
Non la conoscevo – e mi evocava ricordi indistinti come attraverso un velo d’acqua. Mi ricordava ogni cosa bella che avessi mai visto. Ma dovevo avere un’espressione incerta. Il sorriso di lei si dissolse. Disse:
“Sei pentito? Come è possibile? E’ stato così bello ieri da me. Mai successo. Cosa credi? Mai fatto l’amore con un uomo appena conosciuto …”
Non sapevo che dire. Il treno aveva rallentato. La voce registrata diceva: “Cavour: prossima fermata Colosseo. Cavour: next stop, Colosseo.”
Dissi:
“Non ero io. Ieri ero tutto il giorno all’Istituto di Fisica. Ne torno anche adesso. Stavo col professor Veniero Montiferro – non con te.”
Chiuse gli occhi. Soffriva. Il tempo sembrava fermo. Poi il rumore della frenata. Poi la voce: “Colosseo: prossima fermata Circo Massimo. Colosseo: next stop, Circo Massimo.”
Lei scese. Non mi mossi. Non sapevo il suo nome. Ero disperato. Scesi alla fermata seguente e tornai indietro. Mentre passavo i cancelli dell’Università, si accesero i lampioni. Era sera. Veniero era sempre nel suo laboratorio al secondo piano. Entrai senza parlare. Mi guardò con gli occhi cerulei attraverso le lenti spesse. Chiese:
“Che ti sei dimenticato? Ma no! Non ti sei scordato niente, ma hai una faccia!”
Dissi:
“Ieri sono stato qui tutto il giorno: è vero o no?”
Impallidì bruscamente. Quasi balbettava:
“Be’ … si … ci sei stato. Però non … non pensavo. Credevo di aver disattivato tutto. Avevo spento …”
Mi sentivo svuotato.
“No. Non avevi spento. Spento cosa, poi?”
Aveva la faccia contrita.
“Il mio sistema di crono-biforcazione. Finora sdoppiava le tracce di tempo per secondi … massimo un minuto. Guarda.”
Aggiustò la taratura di un suo congegno e lo mirò verso la finestra. Prese un bicchiere e lo posò in bilico sul davanzale. Aprì la finestra. Soffiava un vento freddo. Disse:
“Guarda bene.”
Indicò il bicchiere. Il vetro sembrava diventato liquido. Ondeggiava. Poi si fermò e sentii da fuori un rumore di vetri infranti. Veniero disse:
“Guarda giù.”
Sul marmo del vialetto c’erano vetri rotti che luccicavano. Poi Veniero parlò a lungo. Lo avevo sempre criticato: “Ne sai troppa. Parli come se ti capissero tutti, invece no. Anche i tuoi libri divulgativi sembrano scritti in cinese.”
Non capivo. Diceva parole senza senso:
“Non è un fenomeno solo sub microscopico … se ricordi Schrödinger … non serve quell’equazione…anche a livello macroscopico… la fisica classica no… e le tracce di tempo parallele ci sono davvero, ma non divergono … dopo un delta T si riunificano … con il campo adesso durerà tre minuti … affacciati.”
I frammenti di vetro per terra tre piani più sotto ondeggiarono per un istante. Poi scomparvero. Il bicchiere sul davanzale oscillò appena.
“Hai visto?” – disse Veniero – “Anche il bicchiere avuto una ubiquità. Era qui intero e di sotto a pezzi.” – andò a guardare le sue carte – “A te è successa la stessa cosa ieri – ma per sei ore. E’ la prima volta che succede a un essere umano E che ha combinato il tuo doppio in quelle ore?”
“Non ci crederesti. Lascia perdere Non ci crederesti.”
Mi ci volle un pezzo per riprendermi. Poi con calma studiai il fenomeno Non ci voleva nemmeno tanta matematica superiore Era ben osservabile. Era ripetibile. Era una grande scoperta. Certi campi elettro-magnetici biforcano il tempo che poi si riunisce. Lo fa di continuo e non ce ne accorgiamo. In rarissime condizioni meteorologiche il fenomeno è più imponente. Pare che dipenda anche dalle macchie solari. Allora ce ne accorgiamo in tanti. Molti di noi non ci credono. Imperversano polemiche fra gli storici. Veniero prenderà il premio Nobel per la sua scoperta, se riuscirà a convincere gli altri scienziati.
* * *
Veniero non ha chiamato la sua scoperta Effetto Montiferri. Ha usato un acronimo inglese che compone la parola ALTROVE. In latino vuol dire “alibi”. Così, prima che la cosa diventasse di pubblico dominio, mi feci sdoppiare ancora. Uno di me passò una giornata con un Presidente di Corte d’Appello del Tribunale di Roma. L’altro si procurò una pistola calibro 9 e uccise in pubblico un uomo molto in vista che ritenevo dannosissimo per il paese. Era un affarista senza scrupoli: un pericolo pubblico. L’aveva fatta franca tante volte e continuava a rovinare vedove e orfani su larga scala.
Anche il mio doppio è un ottimo tiratore. Rimase a lungo in attesa in una grande piazza del centro. C’era folla. Molti fotografi e molte telecamere riprendevano quel gruppo di persone importanti. Lui (non ero davvero io) sparò tre colpi e centrò il torace del suo bersaglio. Gli balzarono addosso una dozzina di agenti. Ma prima che lo bloccassero, svanì nel nulla. Le foto segnaletiche mi somigliavano molto, ma il mio alibi era di ferro. Il caso non fu mai risolto.
Io continuo a guardarmi intorno Cerco una donna bellissima che mi ha stranamente amato e davanti alla quale Catherine Zeta Jones sembra una sguattera deforme e inespressiva.

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